Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

ALL'ACCADEMIA DELLA SCHERMA DI ROMA, RICORDANDO LE URNE CHE HANNO CAMBIATO L’ITALIA

VOTO STORICO

il 10 marzo 1946 per la prima volta le italiane parteciparono alle elezioni amministrative. Oggi, tra memoria e presente si è ripercorso il passaggio che avrebbe portato pochi mesi dopo al suffragio universale. Meloni: "La democrazia italiana è nata nel segno delle donne".

di Mikaela Zanzi

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, la memoria di quel gesto torna a prendere forma pubblica. Non come semplice anniversario, ma come il momento in cui la democrazia ha iniziato a pulsare nel cuore della Repubblica. Alla Casa delle Armi l’aria è attraversata da una doppia presenza. Da una parte le immagini del 1946: donne in fila davanti ai seggi, cappotti scuri, bambini stretti al fianco, la scheda elettorale tenuta tra le dita come qualcosa di fragile e solenne. Dall’altra la sala di oggi, piena, composta, attraversata da fasce tricolori e volti che appartengono al presente. Le fotografie non restano sullo sfondo: dialogano con ciò che accade ora. Ottant’anni si sovrappongono senza rumore: “1946–2026 Voto alle donne. La democrazia italiana compie ottant’anni” prende forma sotto la promozione della Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità Eugenia Roccella e del Ministro per lo Sport e i Giovani Andrea Abodi. A guidare la serata sono Manuela Moreno, Paola Ferazzoli – presidente di Giornaliste Italiane – e Giulia Cerasoli. Le loro voci tengono insieme i passaggi, accompagnano senza sovrapporsi.

Le prime note dell’Inno d’Italia, eseguito dalla Nuova Orchestra Alessandro Scarlatti diretta dal Maestro Gaetano Russo, riempiono lo spazio con una solennità nitida. Gli archi sostengono, i fiati scandiscono, la melodia si diffonde con misura. Non è un semplice avvio formale: è un richiamo alla memoria repubblicana, alla nascita di una democrazia finalmente completa.

Quando Eugenia Roccella prende la parola, il tempo torna indietro di qualche mese rispetto al 2 giugno. 10 marzo 1946: prime elezioni amministrative a suffragio universale. Nelle urne non c’era solo la possibilità di scegliere, ma quella di essere scelte. Le file davanti ai seggi diventano quasi visibili: attesa, batticuore, emozione collettiva. Una democrazia che esclude metà del Paese non può dirsi compiuta. Le suffragiste, ridicolizzate, respinte con un “tornate a casa”, avevano attraversato divisioni e schieramenti per un obiettivo comune. Il voto – viene ricordato – si onora praticandolo. “Libertà è partecipazione”. La frase si posa nella sala e trova risposta in un applauso compatto. La parola passa ad Abodi e assume il linguaggio dello sport, che “non proclama la parità, la verifica”. La politica non deve appropriarsi dei successi, ma creare le condizioni perché talento e sacrificio possano emergere. Nei territori fragili lo sport diventa presidio sociale, palestra di regole e rispetto. Il cammino è avanzato, ma non concluso, soprattutto nei luoghi in cui si decide.

L’orchestra riprende la melodia dell’Inno, questa volta accompagnata dalla voce di Arisa. Il brano cambia dimensione: resta solenne, ma si fa intimo. La sala partecipa, alcuni cantano, altri ascoltano in silenzio. La musica tiene insieme i passaggi della serata, non interrompe il racconto, lo sostiene.

L’ingresso della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, concentra l’attenzione. Lo sguardo scorre sulla platea: i colori della Repubblica indossati dalle sindache, i rappresentanti del mondo dell’arte, dello sport, dell’impresa, sulle tante “rappresentazioni di talento femminile”. Una “macchia” di tricolori, un’immagine che rende visibile il senso dell’incontro. Ricorda “il primo fotogramma” di un viaggio ancora in corso: sei donne che indossano per la prima volta la fascia, aprendo una strada che oggi attraversa la sala.

La citazione di Anna Garofalo riporta a quel gesto originario: le schede elettorali “con un’autorità silenziosa e perentoria”, strette “come fossero biglietti d’amore”, più preziose della tessera del pane. Il voto come atto intimo e insieme nazionale. Meloni parla del percorso che ha reso possibile anche la sua presenza – prima donna a guidare il governo – ma lo fa come riconoscimento verso chi l’ha preceduta: donne che hanno osato, che non hanno arretrato davanti ai pregiudizi, che non hanno avuto paura di essere ciò che erano.

Non condivide l’idea che per affermarsi le donne debbano mimetizzarsi o imitare gli uomini. La forza sta nel portare una visione, un valore aggiunto fatto di concretezza, umanità, anche di una minore disponibilità al compromesso. Non esistono temi “da donne” o “da uomini”. La libertà femminile non può trasformarsi in nuovi conformismi. Non si è lottato per passare dall’obbedienza agli uomini all’obbedienza a dogmi ideologici; si è lottato per essere libere.

Il discorso entra nelle condizioni concrete: servizi, lavoro, conciliazione, lotta alle discriminazioni, contrasto alla violenza di genere. La battaglia contro i femminicidi viene definita una sfida non ancora vinta. Poi un passaggio che allarga improvvisamente l’orizzonte: il pensiero va alle donne iraniane, al coraggio con cui  rivendicano la loro dignità. La memoria del 1946 si intreccia con il presente internazionale. Le conquiste non sono eterne, sono preziose proprio perché possono essere negate. La chiusura assume il tono di una consegna personale e collettiva: non credere ai limiti decisi dagli altri, perché gli unici limiti sono quelli che ciascuno sceglie per sé. La citazione di Virginia Woolf – “Non c’è cancello, nessuna serratura, nessun bullone che possiate regolare sulla libertà della mia mente” – resta sospesa nell’aria prima che l’applauso si levi lungo e continuo.

Il dialogo con le atlete apre un’altra scena. Paola Ferazzoli invita sul palco Francesca Lollobrigida, Manuela Di Centa, Debora Compagnoni. Tre generazioni sedute una accanto all’altra. Lollobrigida racconta la maternità vissuta nel pieno della carriera, la scelta di non rinunciare: non è stata facile, ma è stata possibile. Dietro quella possibilità ci sono dubbi, organizzazione, equilibrio da ricostruire, la paura di non tornare più allo stesso livello. Essere atleta e madre significa affrontare il sospetto implicito che una delle due identità debba cedere. E invece no. La sua testimonianza non è trionfalistica, è concreta: è la dimostrazione che la libertà conquistata nel 1946 oggi si traduce nella libertà di non dover scegliere tra ambizione e maternità. Non è un privilegio, è un diritto esercitato.

Compagnoni rievoca gli anni in cui la parità nei premi e nelle strutture non era garantita, quando la strada era più ripida e più stretta. Non c’erano le stesse condizioni, gli stessi investimenti, la stessa attenzione mediatica. Ogni risultato era una doppia sfida: contro il cronometro e contro un sistema che ancora non riconosceva pienamente il valore delle atlete. La sua voce restituisce il peso di quel tempo, quando affermarsi significava anche aprire la strada a chi sarebbe venuta dopo.

Di Centa riporta alla memoria quella frase che pesa ancora nella storia di molte: “non puoi farlo perché sei donna”. Non un’eccezione, ma una mentalità diffusa. Era un limite pronunciato con naturalezza, quasi fosse una regola. Eppure, quelle parole non hanno fermato la determinazione. Oggi, osservando l’abbraccio di una madre-atleta con suo figlio sugli spalti, riconosce la distanza percorsa: ciò che un tempo sembrava inconciliabile, oggi può diventare naturale. Non perché il percorso sia concluso, ma perché la cultura è cambiata. In quel dialogo non c’è nostalgia né rivendicazione sterile. C’è la consapevolezza che ogni generazione ha dovuto spostare un confine. Dalla scheda elettorale del 1946 alle piste olimpiche, il filo è lo stesso: esserci, senza chiedere permesso.

La serata si amplia in una sequenza di figure femminili evocate dai ministri. Una galleria viva di esempi. I ministri scelgono di non parlare di sé, ma di donne che hanno incarnato, prima ancora delle leggi, l’idea di una cittadinanza piena.

Luca Ciriani, Ministro per i Rapporti con il Parlamento, riporta al centro la figura di Paola Del Din, partigiana della Brigata Osoppo e medaglia d’oro al valor militare. Non la presenta come un’icona distante, ma come una coscienza ancora presente. Ricorda che la libertà politica non nasce nei palazzi, ma in scelte personali spesso radicali, e afferma che “la democrazia non è mai un dono, è sempre una responsabilità conquistata”. Nel volto di Del Din, dice, si legge il prezzo della Repubblica.

Maria Elisabetta Alberti Casellati, Ministro per le Riforme istituzionali e la Semplificazione normativa, sceglie Grazia Deledda, prima donna italiana a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura. Non solo un riconoscimento culturale, ma la prova che il talento può aprire varchi quando le porte sembrano chiuse. “Il merito – sottolinea – trova sempre la sua strada, anche quando il tempo sembra negarlo”. Deledda diventa così simbolo di un’emancipazione che precede le riforme e le rende possibili.

Alessandro Giuli, Ministro della Cultura, evoca la figura dell’archeologa Ersilia Caetani Lovatelli, prima donna ammessa all’Accademia dei Lincei nel 1879. La cultura, osserva, spesso anticipa la politica. “Prima dei diritti scritti nelle leggi, ci sono i diritti riconosciuti nelle menti”. Lovatelli rappresenta quella silenziosa rivoluzione intellettuale che prepara il terreno alle trasformazioni istituzionali.

Marina Calderone, Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, racconta Francesca Sanna Sulis, imprenditrice sarda del Settecento che diede autonomia economica alle donne attraverso il lavoro della seta. Non la descrive come un’eccezione, ma come una visione moderna in un’epoca che moderna non era. “Il lavoro è libertà concreta”, afferma, ricordando che senza indipendenza economica la cittadinanza resta fragile.

Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del Merito, riporta la figura di Giuseppina Pizzigoni, pedagogista innovatrice che mise al centro l’esperienza e la formazione integrale della persona. “Senza educazione non esiste libertà consapevole”, è il nucleo del suo intervento. Perché il voto è atto sovrano solo se chi lo esercita è messo nella condizione di comprendere.

Anna Maria Bernini, Ministro dell’Università e della Ricerca, sceglie Ada Lovelace, pioniera del pensiero computazionale, come simbolo di un’intelligenza che supera i confini culturali e di genere. “La conoscenza non ha barriere”, afferma, sottolineando come il talento femminile abbia spesso anticipato il futuro in silenzio.

Nello Musumeci, Ministro per la Protezione civile e le Politiche del Mare, porta la storia di Tilly Smith, la bambina che nel 2004 riconobbe i segnali dello tsunami e salvò centinaia di vite. In quella vicenda vede una lezione chiara: “La conoscenza è prevenzione, e la prevenzione è libertà”. Sapere significa poter scegliere, e poter scegliere significa essere cittadini.

Orazio Schillaci, Ministro della Salute, chiude questa carrellata raccontando Annamaria Paolucci Verna, madre che ha trasformato il dolore per la perdita della figlia in un centro dedicato al risveglio dal coma. Non un esempio di resilienza individuale, ma di responsabilità pubblica. “La cura è la forma più alta di civiltà”, afferma, ricordando che il bene comune nasce spesso da ferite personali trasformate in impegno.

In quella sequenza di storie, la memoria del voto si allarga: partecipare non significa soltanto scegliere, ma incidere, lasciare un segno, assumersi il peso della propria libertà.

Conclude le testimonianze istituzionali, Vittoria Ferdinandi, sindaca di Perugia e delegata ANCI alle Pari opportunità, riporta il discorso dal piano simbolico a quello concreto. Non resta nella celebrazione, ma entra nella responsabilità amministrativa. La democrazia – sottolinea – non vive nei grandi anniversari, ma nelle decisioni quotidiane dei Comuni, nei bilanci, nei servizi che incidono sulla vita reale delle persone. Ricorda che i diritti diventano effettivi solo quando si traducono in strumenti: asili nido che permettono alle donne di lavorare, reti antiviolenza che proteggono, politiche di welfare che non lasciano sole le famiglie, sostegno alle fragilità, spazi pubblici sicuri. La parità non è una dichiarazione di principio, è organizzazione concreta della città. Ferdinandi riconosce i passi avanti compiuti, ma non edulcora i numeri: le sindache in Italia restano minoranza, e questo dato racconta quanto il percorso sia ancora incompiuto. Non è questione di quote, ma di equilibrio democratico. Se metà della popolazione fatica a essere rappresentata nei luoghi decisionali, la democrazia resta parziale. Il passaggio più netto riguarda la violenza di genere. Non la definisce emergenza episodica, ma ferita strutturale. Una donna uccisa non è un fatto privato né una statistica: è un fallimento collettivo. È il segnale che qualcosa nel tessuto sociale non ha retto. La risposta, afferma, non può essere solo repressiva: deve essere culturale, educativa, istituzionale. Serve un’alleanza stabile tra Stato, enti locali, scuola, associazioni. Nel suo intervento non c’è solo denuncia, ma assunzione di responsabilità. I Comuni sono la prima linea della Repubblica: è lì che si intercettano le fragilità, che si costruiscono reti, che si prevengono esclusioni. La democrazia, in questa prospettiva, non si autoassolve celebrando il passato. Si costruisce ogni giorno, nella capacità di trasformare i diritti in opportunità reali.

A chiudere la serata è il confronto tra la professoressa Emma Fattorini, storica contemporaneista dell’Università La Sapienza, e il professor Gaetano Quagliariello, docente di Storia contemporanea alla Luiss Guido Carli, intervistati dalla giornalista Giulia Cerasoli. Il dialogo riporta la riflessione alle radici della Repubblica e al significato storico del voto femminile. Nel loro scambio emerge come il suffragio universale non abbia rappresentato soltanto un passaggio istituzionale, ma una trasformazione più profonda del modo stesso di intendere la cittadinanza. Con il 1946 si compie un salto culturale: la partecipazione politica smette di essere un ambito ristretto e diventa un diritto pienamente condiviso.

Quel momento segna anche il consolidamento democratico dello Stato nascente. L’ingresso delle donne nel corpo elettorale amplia la rappresentanza e rafforza la legittimazione della nuova Repubblica, rendendola più inclusiva e più solida. Non è nostalgia, ma consapevolezza storica: il voto del 1946 non è una conquista archiviata, è la base su cui si regge l’intero edificio repubblicano.

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