Un segnale necessario
A leggere l’iniziativa come un passaggio non scontato è anche Alessandro Crocco, presidente del Mediterranean Export Innovation Hub, che sottolinea come il comparto vitivinicolo abbia oggi bisogno di più di una spinta commerciale. «Accolgo con favore l’iniziativa del Ministro, che mira a rimettere il vino al centro come patrimonio culturale ed economico. È un segnale necessario, perché in questa fase il comparto ha bisogno di fiducia, di direzione e di una narrazione all’altezza dei tempi». Il punto, dunque, non è soltanto promuovere un prodotto, ma ricostruire un racconto coerente, capace di accompagnare un settore che si muove in un contesto profondamente cambiato.
un metodo per l'Export
Nel dibattito pubblico l’export viene spesso evocato come soluzione automatica. Ma per Crocco il nodo è un altro: l’export è un processo, non un evento.
«L’export non si sostiene con l’improvvisazione; servono conoscenza del mercato, preparazione delle imprese e capacità di governare prezzo, posizionamento e distribuzione in scenari variabili».n Da qui la necessità di un accompagnamento strutturato: competenze commerciali, continuità nei rapporti con i buyer, presidio delle normative, ma anche investimenti su figure dedicate all’internazionalizzazione. Senza questo passaggio, il rischio è quello di una presenza fragile, legata più all’occasione che alla strategia.
Mercati instabili
Anche le oscillazioni dell’export verso gli Stati Uniti, spesso lette in chiave allarmistica, vanno contestualizzate. Crocco invita a distinguere tra dinamiche congiunturali e tenuta strutturale della domanda. «All’indomani delle prime ipotesi di dazi, molti importatori hanno anticipato gli acquisti e fatto scorte. Questo ha spostato i volumi nel tempo, ma non indica un indebolimento della domanda». È un effetto di magazzino e di tempistiche che può essere riassorbito, a patto di mantenere un presidio commerciale continuo e una gestione più regolare dei flussi.
Cambiare linguaggio
Se l’export chiede metodo, la comunicazione chiede un cambio di sguardo. Raccontare il vino oggi non significa celebrarlo, ma renderlo comprensibile a pubblici diversi, con sensibilità e codici nuovi.
«Non basta più raccontare il vino. Occorre ripensare il modo in cui lo si rende comprensibile e desiderabile, con una narrazione meno autoreferenziale e più capace di tenere insieme identità e contemporaneità».
Il vino, in questo racconto, diventa lavoro, territorio, competenze, ricerca, sostenibilità, cultura dell’accoglienza. Per intercettare le nuove generazioni serve cambiare registro: formati digitali più brevi, linguaggi diretti, trasparenti, capaci di parlare la loro lingua senza perdere sostanza.
Radici vive
In questa prospettiva, i territori non sono una cornice, ma il cuore del racconto. Alcune regioni, come la Calabria, stanno costruendo una credibilità internazionale fondata sulla qualità e sull’identità, non sulla rincorsa ai volumi. «Prodotti e storie non mancano: ciò che fa la differenza è l’accompagnamento lungo il percorso, dalla preparazione dell’impresa fino alla stabilità del canale. Perché l’export non si improvvisa e non si eredita, si costruisce». È un percorso lento, ma coerente, che restituisce senso all’idea stessa di internazionalizzazione.
Dal vino al Paese
In definitiva, la sfida è culturale prima che commerciale. La campagna del Ministero e le misure di sostegno rappresentano un avvio importante, ma il banco di prova resta l’attuazione. «L’obiettivo deve essere triplice: rafforzare le competenze delle imprese, aggiornare il linguaggio con cui il vino viene raccontato al mondo e rendere più chiaro e governabile l’ingresso sui mercati esteri». Solo così il vino italiano potrà continuare a essere non soltanto esportato, ma riconosciuto: come espressione viva di un Paese che sa raccontarsi senza perdere sé stesso.