Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

UNA SFIDA ANCORA APERTA - Immagine IA

PARITÀ INCOMPIUTA

Burocrazia istituzionalie, vincoli strutturali e pratiche aziendali opache. L’Italia resta lontana da un equilibrio economico reale tra uomini e donne, nonostante i progressi degli ultimi anni. La nuova Direttiva UE sulla Trasparenza Retributiva è un’occasione cruciale per colmare questo divario.

di Barbara Carbone

Nel cuore dell’Europa, dove l’uguaglianza dovrebbe essere una promessa mantenuta, le donne continuano a combattere una battaglia silenziosa ma tenace: quella per il riconoscimento economico del proprio valore. Il gender pay gap – il divario salariale di genere – è ancora una ferita aperta, che sanguina con più forza tra i livelli dirigenziali. In Italia, secondo i dati Eurostat aggiornati, le donne manager guadagnano in media il 17,5% in meno rispetto ai colleghi uomini, un dato superiore alla media europea che invece si attesta attorno al 13%. Una sproporzione che non si spiega con la meritocrazia, ma con ostacoli sistemici e retaggi culturali duri a morire.

La svolta della trasparenza

L’Unione Europea ha acceso un faro: entro il 2026-2027, gli Stati membri dovranno recepire e attuare la nuova Direttiva sulla Trasparenza Retributiva. Una svolta storica. Il testo, approvato nell’aprile 2023, introduce obblighi chiari e incisivi: le aziende con più di 100 dipendenti dovranno pubblicare informazioni dettagliate sulle retribuzioni disaggregate per genere, fornire ai dipendenti il diritto di conoscere i criteri salariali e spiegare eventuali differenze ingiustificate. Per chi sgarra, saranno previste sanzioni e risarcimenti. Per l’Italia, dove la trasparenza salariale è ancora un’eccezione più che la norma, si tratta di una sfida importante ma non impossibile. Il primo passo è politico: il recepimento formale della direttiva, atteso entro il 7 giugno 2026. C’è poi quello culturale: smettere di considerare gli stipendi un tabù e iniziare a costruire un mercato del lavoro realmente equo e meritocratico.

Segnali di cambiamento

Negli ultimi tre anni l’Italia ha comunque cercato di fare chiarezza. Sul fronte delle politiche di conciliazione tra lavoro e famiglia sono stati introdotti importanti miglioramenti. In primis congedi parentali più generosi: a partire dal 2022, il congedo obbligatorio di paternità è stato portato a 10 giorni e quello facoltativo per entrambi i genitori è stato reso più flessibile e fruibile fino ai 12 anni del bambino, con un’indennità all’80% nei primi mesi in determinati casi. Sono inoltre stati introdotti sgravi contributivi per le mamme lavoratrici grazie ai quali, dal 2024, le madri con almeno due figli hanno diritto a un’esenzione contributiva parziale, estesa per tre anni fino ai 18 anni del figlio minore, per sostenere la continuità lavorativa e contrastare l’abbandono del lavoro dopo la maternità.

Incentivi e tutele economiche

D’aiuto anche i nuovi incentivi all’imprenditoria femminile come il Fondo Impresa Donna, rifinanziato nel 2023, che ha distribuito milioni di euro in contributi a fondo perduto e finanziamenti agevolati per promuovere la nascita e il rafforzamento di imprese guidate da donne. Di rilievo anche le misure contro la violenza economica e lavorativa introdotte con la legge 168/2023, che ha rafforzato le tutele per le donne vittime di violenza includendo percorsi di reinserimento lavorativo e sostegni economici per l’autonomia.

Il cammino davanti a noi

Nonostante i passi avanti, i dati parlano chiaro: le donne in Italia lavorano di più, guadagnano di meno e restano ai margini del potere decisionale. Solo il 28% dei ruoli dirigenziali è occupato da donne, e la presenza femminile nei consigli di amministrazione, pur cresciuta grazie alla legge Golfo-Mosca, rischia di regredire senza un rafforzamento normativo strutturale. Serve un’azione coordinata e coraggiosa: recepire la direttiva UE in modo ambizioso, estendere la trasparenza salariale anche alle PMI, incentivare la certificazione di parità di genere e integrare nelle scuole e nei luoghi di lavoro una vera cultura dell’equità. La rivoluzione del lavoro femminile non è solo una questione di giustizia sociale. È anche una strategia economica: secondo l’OCSE, colmare il gender gap potrebbe generare fino al 12% di crescita del PIL nei prossimi vent’anni. Investire nelle donne, a quanto pare, vuol dire investire nel futuro del Paese.

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