Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

STORIA DELLA MUSICA IN MOSTRA - Immagine IA

SUONI DEL TEMPO

Dal violino di Andrea Amati al basso di Paul McCartney: nel Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma tremila strumenti raccontano secoli di musica, culture e invenzioni sonore.

di Annalisa Colavito

Il basso di Paul McCartney, l’Arpa Barberini con la lastra (perché anche gli strumenti musicali potrebbero avere patologie, soprattutto se sopravvivono all’andare delle epoche), le collane africane e un’infinità di altre sorprese, sono alcuni dei cimeli sonori contenuti nel Museo Nazionale degli  Strumenti Musicali di Roma. Una struttura, ben nascosta a ridosso di Porta Maggiore, che raccoglie strumenti musicali di tutti i tipi, provenienti da ogni dove e di tutti i tempi. Un luogo ricco di storia fondato da Luisa Cervelli e istituito nel 1974, strutturato su tre piani, visitabile in almeno due ore, l’unico in Italia che raccoglie apparati sonori di valore. Di palazzi simili ce ne sono, ma all’estero: a Bruxelles, a Parigi (Musèe de la musique), o a New York (il Metropolitan), ma ciò che li rende diversi, oltre al contesto metropolitano, è il concetto perseguito.

©Annalisa Colavito

Per visitarlo servono due ore.  Ad accoglierci Sonia Martone, architetto museografa, appassionata di musica, che da quattro anni dirige il museo situato in piazza Santa Croce in Gerusalemme, nato per far conoscere al pubblico quali e quante sono le classificazioni degli strumenti. Il contesto romano nel divulgare la mission non aiuta. «Roma è una città difficile per i musei di nicchia – spiega – soprattutto se non si è in centro. Qui siamo ai margini della città. I turisti si fermano al Colosseo, ai Musei Vaticani, a Castel Sant’Angelo, a Galleria Borghese, le altre realtà faticano a farsi notare, a meno che non si fa partire un’attività di comunicazione, ma questo sarebbe un altro progetto mirato».

©Annalisa Colavito
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Partendo dalle iniziative in essere, quindi dall’esposizione presente, la varietà di strumenti in esposizione colpisce sia per quantità che qualità. Avevate mai visto le collane africane? I mandolini: quanti ne possono essere? Gli strumenti a fiato? Per non parlare di arpe, organi normali, da processione o altri semplicemente decorativi. «La chiave è raccontare la musica nei contesti sociali e musicali – prosegue la direttrice Martone guidandoci tra una teca e l’altra – I clavicembali in mostra sono tutti perfettamente funzionanti e vengono suonati da musicisti. Oltre quello che vede, ideato da Bartolomeo Cristofari, ne esistono altri tre di cui uno è qui, l’altro a Lipsia e l’altro al Metropolitan».

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Il percorso inclusivo tra i circa 3.000 pezzi presenti, con una sezione dedicata al basso elettrico, ha un sapore esterofilo, ricorda quanto la musica sia il linguaggio di tutti i popoli e quanto la produzione di suoni sia cambiata nel tempo. «La chitarra ha tutta una incatenatura diversa, a seconda della tipologia di strumento. Il violino è una struttura, costituita dal piano e dalla la cassa. È la sensibilità di chi sta suonando a produrre i suoni. L’aspetto umano è fondamentale», sottolinea Martone, ricordando che sono i materiali degli strumenti a dare consistenza al suono, mentre è la sensibilità del musicista a produrre l’espressione musicale, ognuna diversa rispetto all’altra. Una sinfonia che al tempo stesso «il linguaggio che unisce gli uomini a prescindere dalle epoche e dalla provenienza».

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