Il basso di Paul McCartney, l’Arpa Barberini con la lastra (perché anche gli strumenti musicali potrebbero avere patologie, soprattutto se sopravvivono all’andare delle epoche), le collane africane e un’infinità di altre sorprese, sono alcuni dei cimeli sonori contenuti nel Museo Nazionale degli Strumenti Musicali di Roma. Una struttura, ben nascosta a ridosso di Porta Maggiore, che raccoglie strumenti musicali di tutti i tipi, provenienti da ogni dove e di tutti i tempi. Un luogo ricco di storia fondato da Luisa Cervelli e istituito nel 1974, strutturato su tre piani, visitabile in almeno due ore, l’unico in Italia che raccoglie apparati sonori di valore. Di palazzi simili ce ne sono, ma all’estero: a Bruxelles, a Parigi (Musèe de la musique), o a New York (il Metropolitan), ma ciò che li rende diversi, oltre al contesto metropolitano, è il concetto perseguito.
Per visitarlo servono due ore. Ad accoglierci Sonia Martone, architetto museografa, appassionata di musica, che da quattro anni dirige il museo situato in piazza Santa Croce in Gerusalemme, nato per far conoscere al pubblico quali e quante sono le classificazioni degli strumenti. Il contesto romano nel divulgare la mission non aiuta. «Roma è una città difficile per i musei di nicchia – spiega – soprattutto se non si è in centro. Qui siamo ai margini della città. I turisti si fermano al Colosseo, ai Musei Vaticani, a Castel Sant’Angelo, a Galleria Borghese, le altre realtà faticano a farsi notare, a meno che non si fa partire un’attività di comunicazione, ma questo sarebbe un altro progetto mirato».