C’è una parola che torna spesso nel linguaggio dell’arte contemporanea, a volte come promessa, altre come scorciatoia retorica: altrove. Un termine che rischia l’abuso, se non viene abitato fino in fondo. Eppure, quando l’arte riesce davvero a incarnarlo, l’altrove smette di essere evasione e diventa un dispositivo di spostamento: dello sguardo, del corpo, del pensiero. La mostra Altrove, ospitata allo Spazio Merlo a Roma, lavora esattamente su questa soglia sottile, trasformando il concetto in esperienza sensibile.
STATO PERCETTIVO
Non si tratta di un altrove geografico né di una fuga simbolica dal presente. Qui l’altrove prende forma come condizione interiore, come campo di risonanza tra materia e cosmo, tra gesto umano e silenzio. Le opere di Antonia Leonardi, in dialogo con lo sguardo fotografico di Raffaella Franci, non chiedono di essere interpretate, ma attraversate. Pittura, scultura e fotografia convergono in un linguaggio essenziale, ridotto all’osso, dove ogni elemento superfluo sembra essere stato progressivamente lasciato cadere per far emergere un nucleo primario.
FORME SILENTI
Le sfere cromatiche di Leonardi – denominate Altrove – si presentano come forme compatte, chiuse e insieme permeabili. Non alludono a un simbolismo esplicito, né pretendono una decifrazione univoca. La loro forza risiede proprio nella sospensione del significato: superfici dense di colore che trattengono un’energia silenziosa, come se custodissero una memoria non narrabile. In questa sintesi estrema tra pittura e scultura, la forma diventa luogo di concentrazione, punto di equilibrio tra pieno e vuoto, tra presenza e ascolto.