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BELLEZZA E ATTENZIONE - Immagine IA

SGUARDI CHE CURANO

A Palazzo Merulana un dialogo tra Cecilia Cocco e Daniela Flores esplora il rapporto complesso tra bellezza e cura. Pittura e fotografia trasformano l’atto del guardare in una pratica di attenzione, ascolto e tempo.

a cura della Redazione

Febbraio a Roma non è mai davvero pungente. È un freddo leggero, un po’ umido, che invita a stringere il cappotto più per abitudine che per necessità. Si arriva così, in questi giorni, davanti a Palazzo Merulana: si chiude l’ombrello, lasciandosi alle spalle il traffico e si varca lo soglia. Dentro, lo spazio espositivo è attraversato da un brusio sommesso, da voci che si sovrappongono e passi che rallentano. Le opere non reclamano attenzione, non si impongono: sembrano attendere. È in questo passaggio, dal fuori al dentro, che “Contenuti per la cura”, visitabile fino al 15 marzo 2026, inizia a farsi esperienza.

Presenze

Prima ancora di riconoscere i linguaggi, si avverte la presenza di due posture visive distinte. Da un lato lo sguardo pittorico di Cecilia Cocco, che costruisce immagini silenziose e sospese, in cui il corpo – umano o animale – appare isolato dal mondo, trattenuto in un tempo incerto. Le superfici sono levigate, i dettagli accurati, come se ogni elemento fosse stato scelto con estrema attenzione. Le sue figure sembrano abitare l’attesa, più che raccontare una storia.

Dall’altro lato emerge la sensibilità fotografica di Daniela Flores, che lavora sulla traccia e sul passaggio. Il corpo, spesso colto di spalle o leggermente sfocato, non si offre mai come presenza definitiva. La vibrazione cromatica, le sovrapposizioni e le imperfezioni visive restituiscono un’immagine attraversata dal tempo. Se le opere di Cocco chiedono di rallentare sul dettaglio, quelle di Flores invitano a seguire il movimento dello sguardo. Nel dialogo curato da Giovanna Zabotti, queste due presenze non si sovrappongono: si osservano, si interrogano, si tengono in equilibrio.

BELLEZZA AMBIGA

Nel lavoro di Cecilia Cocco, la cura si manifesta come un atto estetico radicale, applicato ai corpi e a frammenti selezionati con estrema precisione. Capelli, schiene, posture, ornamenti, piccoli gesti o accessori diventano il centro della composizione, caricandosi di un’attenzione quasi maniacale. Qui la bellezza non è mai neutra: è desiderio, controllo, messa in scena. «La cura, in questo caso, non coincide con il conforto, ma con l’atto stesso di guardare, selezionare, rifinire», spiega la curatrice Giovanna Zabotti, «un prendersi cura che rende visibile l’ambiguità del gesto e il confine fragile tra attenzione e ossessione».

Figure sospese

Nei dipinti di Cocco, gli animali emergono come presenze isolate, sottratte al loro contesto. Un piccione colto in una posa innaturalmente composta, un uccello ornamentale esibito su un basamento: figure curate fino all’eccesso, levigate, trattenute, quasi addomesticate dallo sguardo. La pittura lavora sul dettaglio con precisione chirurgica, trasformando piumaggi e superfici in simboli.

In queste immagini la cura diventa atto di selezione, uno sguardo che protegge esponendo. L’animale non è più natura, ma corpo osservato, reso fragile proprio dall’attenzione che lo circonda. È qui che si annida la tensione più sottile del lavoro di Cocco: prendersi cura coincide con il possedere visivamente.

Tra sogno e realtà

Il linguaggio dell’artista si muove in equilibrio tra visibile e invisibile, tra quotidiano e surreale. Le sue opere non raccontano storie lineari, ma evocano mondi silenziosi, abitati da figure enigmatiche e oggetti fuori uso, diventati poetici perché privati della loro funzione. Il passato non è nostalgia, ma materia viva, traccia di una grazia perduta.

«Non dipingo ciò che comprendo, ma ciò che mi somiglia», afferma l’artista. L’incomprensibile non è un limite, ma una presenza poetica che invita lo spettatore a rallentare e a lasciarsi attraversare da una bellezza sottile, inquieta, inattesa.

L'esercizio dello sguardo

Nel lavoro di Daniela Flores, la cura assume una forma diversa. È una pratica dello sguardo, un esercizio di attenzione consapevole che nasce dall’ascolto dei luoghi e della loro memoria materiale. Superfici, frammenti architettonici, dettagli segnati dal tempo vengono osservati come corpi sensibili, portatori di una storia visibile.

La fotografia diventa così strumento di relazione, capace di rallentare l’atto del vedere e di restituire dignità a ciò che normalmente resta ai margini. Crepe, fratture, segni non sono difetti da correggere, ma tracce da accogliere.

Corpi in transito

Nelle immagini di Flores, il corpo umano non si offre mai come forma compiuta. È colto di spalle, attraversato da una vibrazione cromatica che ne altera la percezione, come se il tempo continuasse ad agire dentro l’immagine. Lo sfuocato non è un errore, ma un linguaggio: indica movimento, instabilità, passaggio. Qui la cura non coincide con la riparazione né con l’occultamento, ma con il riconoscimento. Guardare da prospettive diverse permette di trasformare le crepe da segni di distruzione a possibilità, lasciando visibili le giunzioni come parte della storia. «La cura è avere premura attraverso il silenzioso ma potente sostegno del tempo», sottolinea la curatrice, «basterebbe osservare con una prospettiva diversa per rendersi conto che ciò che appare fragile è, in realtà, potenzialità».

una tensione aperta

Contenuti per la cura mette in relazione due pratiche artistiche autonome, profondamente diverse ma accomunate da uno sguardo concentrato sul dettaglio e sul tempo dell’osservazione. Non si sovrappongono, non si risolvono a vicenda: si interrogano. «In questa mostra la cura non si presenta come gesto risolutivo», conclude Giovanna Zabotti, «ma come una postura dello sguardo. Tra estetica e attenzione, tra controllo e ascolto, le opere delle due artiste tracciano uno spazio in cui la cura emerge come atto ambiguo, silenzioso, mai definitivo».

Ed è proprio in questo spazio fragile, sospeso, relazionale, che lo spettatore è chiamato a entrare.

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