Il Parlamento europeo ha votato il Regolamento Ue sulla lista dei Paesi terzi sicuri, affidando ad Alessandro Ciriani (FdI-ECR) la scrittura del testo. Con l’ultimo voto passa la linea del Governo Meloni sull’immigrazione e il centrodestra europeo imprime una nuova direzione alle politiche comuni su asilo e gestione dei flussi. Il dossier arriva a compimento in un momento cruciale per le politiche migratorie europee. Tra tensioni geopolitiche, conflitti ai confini dell’Unione e pressioni costanti sui sistemi di accoglienza, Bruxelles è chiamata a ridefinire strumenti e procedure in materia di asilo. La gestione dei flussi, l’effettività dei rimpatri e la cooperazione con i Paesi terzi sono ormai al centro del nuovo equilibrio politico europeo. Un grande successo per Alessandro Ciriani, vicecoordinatore del Gruppo ECR in Commissione LIBE, relatore del dossier che anticipa e rende operative alcune disposizioni del nuovo Patto su Asilo e Migrazione, previste altrimenti solo per giugno 2026. Uno strumento destinato a incidere sull’assetto complessivo del sistema di asilo e a rafforzare la gestione dei flussi. Lo abbiamo raggiunto per fare il punto su questo provvedimento, comprenderne contenuti e implicazioni e capire quale ruolo stia giocando l’Italia nel nuovo assetto delle politiche migratorie europee.
Il Parlamento europeo ha approvato la lista UE dei Paesi di origine sicuri di cui è stato relatore. In cosa consiste questa riforma?
«Per la prima volta l’Unione europea si dota di una lista comune dei Paesi di origine sicuri – tra cui Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia – fondata su criteri oggettivi condivisi. Questo significa una cosa molto semplice: se una persona proviene da uno di questi Paesi, la sua domanda può essere esaminata più rapidamente, perché non ci troviamo di fronte a situazioni di conflitto o persecuzione generalizzata. Non si eliminano diritti, perché la valutazione individuale resta garantita, ma si introduce finalmente chiazza. È un passaggio politico importante: l’Europa sceglie di mettere ordine nel sistema di asilo».
Perché questa riforma è così rilevante per la gestione dei flussi migratori?
«Perché rende il sistema più credibile. Se le domande manifestamente infondate vengono esaminate rapidamente, si liberano risorse per chi ha davvero diritto alla protezione. E soprattutto si rafforza la credibilità dei rimpatri. Senza rimpatri effettivi, nessuna politica migratoria può funzionare. Questa riforma segna un cambio di paradigma: non più gestione emergenziale o ideologica, ma regole chiare e strumenti concreti. E questo è un quadro fondamentale per ridurre gli incentivi all’immigrazione irregolare».
La riforma può aiutare anche a superare le tensioni tra politica e magistratura emerse in Italia negli ultimi anni?
«Il punto non è contrapporre politica e giudici. In uno Stato di diritto il controllo giurisdizionale è una garanzia. Ma le scelte generali di politica migratoria spettano al legislatore. Nel regolamento abbiamo chiarito che il giudice valuta il caso individuale, ma non può rimettere in discussione la qualificazione generale dei Paesi inseriti nella lista europea. Regole più chiare significano meno conflitti, meno contenzioso e decisioni più applicabili. Una politica migratoria funziona solo se le decisioni possono essere eseguite».
In Europa si parla sempre più di rimpatri effettivi, return hubs e gestione esterna delle domande di asilo. È la direzione tracciata dal Governo Meloni?
«Negli ultimi anni l’Europa ha cambiato approccio. Oggi si parla apertamente di dimensione esterna, cooperazione con i Paesi terzi e rimpatri realmente eseguiti. La lista dei Paesi sicuri è un primo tassello. A questa si aggiungono il nuovo regolamento rimpatri e la possibilità di sviluppare return hubs o piattaforme operative fuori dall’UE. In questo contesto, iniziative come il protocollo Italia-Albania hanno avuto un ruolo determinante nel cambiare il dibattito europeo e, in un certo senso, nel trasformarlo. Non si tratta di chiudere l’Europa, ma di governare i flussi, colpire i trafficanti e ridurre gli incentivi ai viaggi irregolari. È evidente che la linea della responsabilità e del controllo delle frontiere – sostenuta con forza dal Governo Meloni – oggi è diventata la nuova rotta europea».