Sommozzatori, telecamere subacquee e gru ad alta capacità: così, il 21 agosto 2025, nelle acque torbide della baia di Abukir, davanti ad Alessandria d’Egitto, è stata riportata alla luce una delle scoperte archeologiche più rilevanti degli ultimi decenni. Dal fondale sabbioso è riemersa una sfinge in quarzite, rimasta sommersa per secoli. L’operazione ha richiesto il lavoro coordinato di subacquei e tecnici specializzati: imbracature rinforzate hanno stretto il colosso leonino mentre le gru ne sollevavano lentamente la massa. Accanto alla sfinge sono affiorati anche un colosso in granito di epoca tolemaica e una figura romana in marmo bianco raffigurante un dignitario.
la città sacra
sprofondata nel mare
Il teatro del recupero è l’area dell’antica Canopo, centro religioso e commerciale sprofondato in mare a causa di terremoti e fenomeni di subsidenza tra la tarda antichità e il medioevo. La zona, esplorata sistematicamente dagli anni Novanta dall’archeologo subacqueo Franck Goddio, si conferma un crocevia unico in cui si intrecciano tradizioni faraoniche, ellenistiche e romane. È la prima grande operazione di recupero di statue monumentali in Egitto dopo oltre venticinque anni, condotta secondo i criteri della Convenzione UNESCO del 2001, che privilegia interventi selettivi e la tutela del patrimonio sommerso.
Il significato della sfinge
nell’antico Egitto
Per comprendere il peso simbolico della scoperta è necessario ricordare il ruolo della sfinge nella cultura egizia. Fusione di forze opposte, univa il corpo leonino – espressione di potenza solare e istintiva – al volto umano, segno di coscienza e governo. Era l’immagine vivente del faraone in forma solare, custode del confine tra spazio umano e spazio sacro. Collocate davanti ai templi o lungo i viali processionali, le sfingi non avevano una funzione intimidatoria: segnavano una soglia, invitando a integrare forza, conoscenza e ordine interiore per accedere al sacro.
il faraone inciso nella pietra
La sfinge di Abukir reca inciso il cartiglio di Ramses II, sovrano del XIII secolo a.C., protagonista di uno dei regni più lunghi e monumentali della storia egizia. Guerriero, legislatore e costruttore instancabile, Ramses II diffuse la propria immagine divina lungo tutto il Nilo. Il ritrovamento di una sfinge a lui dedicata in un’area portuale legata all’Egitto tolemaico solleva interrogativi ancora aperti: il manufatto potrebbe provenire da un tempio del Delta orientale ed essere stato trasferito e riutilizzato in età ellenistica. Al momento, mancano dati ufficiali completi su dimensioni, stato di conservazione e analisi epigrafiche approfondite.
ritrovamenti simili
Il caso di Canopo si inserisce in una lunga serie di ritrovamenti analoghi. Nel 2022, a Luxor, sono emerse due sfingi di Amenhotep III; nel XIX secolo, presso Menfi, venne scoperta la celebre sfinge in alabastro oggi conservata a Mit Rahina; al Louvre è esposta la sfinge di Tanis, riutilizzata più volte fino a Ramses II. Al vertice di questa tradizione resta la Grande Sfinge di Giza, attribuita a Chefren, attorno alla quale continua un dibattito scientifico sulla datazione e sulle tracce di erosione.
Quarzite e calcare,
la luce nella pietra
La quarzite della sfinge di Canopo, materiale durissimo e raro, era associata al potere solare e all’incorruttibilità regale. Diverso il significato del calcare bianco di Tura, che rivestiva le piramidi di Giza e rifletteva la luce in modo uniforme, trasformandole in architetture luminose. Due pietre, due visioni complementari: la solidità solare per incarnare la regalità, la luminosità ascensionale per esprimere l’eternità cosmica.
Domande che restano in sospeso
Oggi la sfinge di Abukir è sottoposta a restauro e sarà presentata nella mostra Secrets of the Sunken City al Museo Nazionale di Alessandria. Molti reperti, tuttavia, restano ancora sul fondo marino, in attesa di future campagne di studio. Le domande restano aperte: da dove proveniva la sfinge? In quale contesto sacro era collocata? E perché fu trasferita a Canopo? Dopo tremila anni, la sua riemersione non chiude il mistero, ma lo riporta al centro del dibattito scientifico, restituendo voce a una storia che il mare aveva solo temporaneamente nascosto.