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IL DOLORE NON VA IN PRESCRIZIONE - Immagine IA

RIAPRIRE LE FERITE

«Chiara era una ragazza pulita, semplice. Non si devono permettere di infangare il suo nome perché voglio ricordare a tutti che mia figlia è morta. È stata uccisa. Lei è la vittima, anche se molti se lo sono dimenticato» - Rita Preda, madre di Chiara Poggi

di Barbara Benedettelli

È il 2025. Sono passati diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Eppure, Chiara continua a morire per mano di chi si ostina a trasformare la sua vita in un enigma, la sua morte in uno spettacolo. Ma nei protagonisti di questa vicenda umana e giudiziaria, il tempo non basta per elaborare un lutto così tragico, per dimenticare la violenza di una morte ingiusta. La riapertura, anche mediatica, del caso, per i familiari di Chiara è come una lama che li lacera ancora e ancora. E lo fa con il cinismo che indossa il volto della cronaca, la voce dei talk televisivi, l’insistenza dei social.

La giustizia torna sui suoi passi

La riapertura dell’inchiesta, in sé, è un atto di responsabilità. Perché la giustizia vera deve poter tornare sui propri passi, se trova segni mai letti, tracce mai analizzate. Ma noi giornalisti dobbiamo ricordare che nel farlo scuote tutto. Alberto Stasi, già condannato e in carcere, si ritrova improvvisamente avvolto da un nuovo dubbio: e se non fosse stato lui? E se non fosse stato solo? Dall’altra parte, un nuovo indagato viene proiettato nell’arena pubblica senza alcuna condanna, senza difesa mediatica possibile. Quante vite può sconvolgere la riapertura di un caso? E soprattutto: è possibile cercare la verità senza distruggere ciò che resta della vita degli altri?

tra verità e spettacolo

La risposta dovrebbe essere sì. Ma solo se ogni passo non è guidato dalla ricerca dello scoop. Chiara non può morire di nuovo. Ma nemmeno altri devono essere messi a morte – simbolicamente – senza certezze. La verità processuale può essere rianalizzata. Ciò che non è legittimo è trasformare ogni ipotesi in condanna, ogni indiscrezione in prova, ogni sospetto in narrazione tossica.

La vittima prima di tutto

Chiara Poggi è una vittima. Punto. Non c’è più. Ma ci sono i suoi genitori, che da diciotto anni chiedono solo rispetto. Chiara merita giustizia, sempre. Ma merita anche pace. E con lei, i suoi genitori, suo fratello, la sua famiglia. Lasciamo che gli investigatori facciano il loro mestiere, ma noi abbiamo il dovere professionale e umano di non uccidere due volte. Né Chiara, né nessun altro. Abbiamo una responsabilità morale: scegliere il rispetto anziché la morbosità, la verifica anziché l’ipotesi, il silenzio anziché la calunnia.

Indagine o fiction

Se non possiamo riportare in vita Chiara, possiamo almeno difendere ciò che resta di lei: la dignità e la memoria. Invece Chiara continua a essere uccisa. Da chi insinua che forse non era così innocente, da chi rovista nella sua vita, da chi suggerisce doppie vite e segreti. Da chi confonde l’indagine con la fiction e dimentica che lei è la vittima, non il soggetto da processare. Ma in Italia le vittime sembrano non bastare mai a sé stesse. E anche i familiari diventano personaggi: il silenzio del fratello viene sospettato, i genitori devono difendersi da chi li accusa di difendere troppo. Tutto questo si chiama vittimizzazione secondaria, una delle più profonde ingiustizie che possiamo infliggere.

Il dovere del giornalismo

Un processo collettivo in cui la vittima diventa colpevole della propria storia. Un processo mediatico perenne, che umilia, dove l’etica si ritira e resta solo la voracità del contenuto. Una forma devastante di violenza culturale che trasforma la memoria in oggetto di consumo. Difendere la vittima significa anche proteggere la sua storia. Dal crimine, ma anche dal suo spettacolo. E invece, non c’è rispetto per il dolore se quel dolore può fare ascolti, non c’è pietà per la morte se può generare “click”. Ed è qui che il giornalismo, quello vero, ha una responsabilità enorme: si può raccontare senza strumentalizzare, informare senza deformare, indagare senza infangare.

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