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LETTERE A "SCRIVICI" - Immagine IA

L'AMORE CHE TI CANCELLA

L'AMORE CHE
TI CANCELLA

Una donna racconta la violenza invisibile del controllo, dell’isolamento e della paura quotidiana. Una storia di perdita di sé e di riconquista della libertà di esprimersi.

la lettera di Laura da Udine

Ho impiegato molto tempo prima di trovare il coraggio di scrivere queste righe, e forse il coraggio non l’ho ancora trovato del tutto, perché anche adesso sento quella stessa esitazione che per anni mi ha accompagnata in ogni gesto, in ogni parola, in ogni scelta rinviata. Mi chiamo Laura, ma non è il mio vero nome, perché certe ferite hanno ancora bisogno di silenzio intorno per poter respirare. Vi scrivo perché per troppo tempo ho confuso l’amore con la paura di perdere, l’attenzione con il controllo, la protezione con la limitazione, e mentre credevo di vivere una storia come tante, stavo in realtà imparando lentamente a scomparire. All’inizio non faceva male, o almeno non lo riconoscevo come dolore, era solo una forma di adattamento, una rinuncia appena percettibile, un passo indietro che sembrava naturale per non ferire, per non creare tensioni, per non incrinare un equilibrio che mi avevano insegnato a chiamare amore. Poi quei passi indietro sono diventati una distanza sempre più grande tra ciò che ero stata e ciò che stavo diventando, e senza quasi accorgermene ho smesso di parlare come prima, di desiderare come prima, di guardarmi allo specchio senza sentire una strana vergogna, come se avessi costantemente qualcosa da farmi perdonare. 

Nessuno mi ha mai picchiata, nessuno mi ha mai minacciata apertamente, ed è forse per questo che ho impiegato così tanto a capire che quella era comunque violenza, una violenza sottile, fatta di sguardi che giudicano, di frasi che ridimensionano, di paure instillate con la gentilezza di chi dice di sapere cosa è giusto per te. Il momento più difficile non è stato quando ho avuto paura di lui, ma quando ho iniziato ad avere paura di me stessa, della mia libertà, delle mie reazioni, delle mie emozioni, come se fossero sbagliate per definizione.

Ricordo con lucida precisione il giorno in cui ho capito che qualcosa si era spezzato, non in una scena drammatica, non durante un litigio, ma mentre cancellavo un messaggio sul telefono perché temevo che anche solo una parola potesse scatenare una reazione, e in quel gesto ho visto tutta la mia gabbia. Uscire da quella relazione non è stato un atto eroico, è stato un lento sfilarsi da una pelle che non era più la mia, un ricominciare a sentire il peso del mio corpo, della mia voce, delle mie scelte, con una fatica che non avevo previsto.

Oggi sto ancora imparando a riconoscermi, a non chiedere scusa per esistere, a non misurare ogni passo in base allo sguardo di qualcun altro, e so che il mio percorso è appena iniziato. Scrivo a voi perché so che ci sono altre donne che vivono esattamente dove io ero, in una normalità che logora senza fare rumore, in una solitudine che non si vede dall’esterno, in un amore che chiede sempre qualcosa in cambio. Scrivo perché nessuno dovrebbe crescere pensando che ridursi sia una forma di amore, e perché anche quando non ci sono ferite visibili, il dolore può essere reale, profondo, capace di scavare nell’anima.

Se queste parole arriveranno anche a una sola donna che si sta facendo delle domande e non trova ancora risposte, allora forse questo racconto avrà avuto un senso, perché la libertà non è un gesto improvviso, è una lenta, difficilissima riconquista di sé.

Laura

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