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Psicosette e manipolazione mentale: il DDL 1496 come battaglia di civiltà

Fabrizia Arcuri

 

Dall‘impegno di Manisco World, raccolto dalla senatrice Tilde Minasi, nasce un percorso istituzionale per dare voce alle vittime e trasformare il dolore in tutela, prevenzione e giustizia

Non sempre la violenza lascia segni visibili. Talvolta agisce nella fragilità, nella solitudine, nel bisogno di appartenenza, assumendo il linguaggio della cura, dell’ascolto, della guida spirituale o della crescita personale. È in questa ambiguità che la manipolazione psicologica e mentale trova la sua forza: non si presenta subito come costrizione, ma come promessa; non irrompe con la minaccia, ma costruisce fiducia, dipendenza e subordinazione.

Dietro quella promessa può formarsi un sistema di dominio capace di isolare la persona, recidere i legami familiari e affettivi, alterare la percezione della realtà e indebolire la capacità critica. La vittima appare capace, adulta, consenziente, ma il suo spazio di autonomia può essere stato lentamente ridotto, orientato, annullato. È questa la zona grigia che il diritto è chiamato ad attraversare: riconoscere che la libertà può essere violata anche senza catene visibili.

Il Disegno di legge 1496, oggi all’esame del Parlamento, è stato proposto dalla senatrice Tilde Minasi su impulso di Manisco World, associazione fondata e presieduta da Virginia Melissa Adamo, sottoscritto anche dalla senatrice Erika Stefani e sostenuto dalla presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno. Il provvedimento è stato al centro della conferenza stampa “Oltre il silenzio delle vittime”, svoltasi il 24 giugno 2026 nella Sala Caduti di Nassirya del Senato, con il patrocinio dell’Associazione Giornaliste Italiane, come momento di confronto istituzionale sul riconoscimento del reato di manipolazione psicologica e mentale.

Il suo obiettivo non è limitare la libertà religiosa, associativa, spirituale o personale, né sindacare convinzioni, appartenenze o scelte di vita. Al contrario, punta a colpire condotte gravi, reiterate e organizzate, capaci di comprimere la libertà reale di una persona fino a comprometterne discernimento e autodeterminazione.

Alla base del Ddl c’è un lavoro durato otto anni, che ha trasformato un’esperienza di dolore in una proposta concreta di tutela. Virginia Melissa Adamo ha portato all’attenzione delle istituzioni la voce delle vittime e delle famiglie, insieme alla forza della propria testimonianza diretta; l’avvocato Vincenzo Dionisi ne ha sviluppato l’impianto tecnico-giuridico; la professoressa Anna Maria Giannini, ordinaria alla Sapienza Università di Roma, ha contribuito a leggere la manipolazione mentale come un processo di assoggettamento fondato su vulnerabilità, isolamento, dipendenza emotiva e compromissione della capacità critica; il criminologo Sergio Caruso ne ha approfondito le dinamiche proprie delle organizzazioni settarie. A questo percorso si affianca il contributo dell’avvocato Giorgia Bagnasco, che per Manisco World cura le attività di formazione e prevenzione, promuovendo la conoscenza dei meccanismi della manipolazione mentale e degli strumenti per riconoscerli.

La questione è delicata. Il precedente del reato di plagio, dichiarato incostituzionale nel 1981 perché eccessivamente indeterminato, impone prudenza e rigore. Per questo il nuovo intervento normativo dovrà essere preciso, solido e costituzionalmente sostenibile: dovrà distinguere la libera adesione dall’assoggettamento, la persuasione lecita dal dominio psicologico, la scelta autentica da una volontà costruita dentro un sistema di dipendenza.

Le psicosette agiscono proprio in questo spazio ambiguo: intercettano persone fragili o in momenti di passaggio, offrendo accoglienza, ascolto e appartenenza. Il love bombing crea fiducia e abbassa le difese; poi, lentamente, il gruppo sostituisce i legami originari, trasforma la famiglia in ostacolo, gli amici in nemici e il leader nell’unica misura della realtà. È così che la promessa iniziale può diventare controllo, obbedienza cieca, fino a sfociare, nei casi più gravi, in sfruttamento economico, abusi, vessazioni, violenza sessuale e rottura dei rapporti familiari.

 

Le fattispecie penali esistenti possono intervenire quando emergono truffe, maltrattamenti, violenze, estorsioni o circonvenzione di incapace; non sempre, però, riescono a cogliere ciò che viene prima e rende possibile l’abuso: la costruzione della soggezione. È qui che il DDL 1496 prova a colmare un vuoto non solo normativo ma culturale.

Dare un nome alla manipolazione mentale significa rompere l’invisibilità di una violenza che non sempre si mostra ma può piegare la coscienza, recidere i legami e lasciare una persona formalmente libera, ma intimamente prigioniera. È questa la battaglia di civiltà: costruire una tutela rigorosa, capace di proteggere senza comprimere, colpire l’abuso senza criminalizzare la differenza e trasformare il dolore delle vittime in riconoscimento, prevenzione e giustizia.

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