Prendersi cura degli altri: la sfida raccontata ai Dialoghi di Spoleto
«È un lusso pensare agli altri». Una frase che colpisce, capace di ribaltare il significato stesso della cura. A pronunciarla, nella giornata conclusiva dei Dialoghi di Spoleto 2026, è stata Marta Verna, pediatra ematologa e attivista impegnata nella tutela della salute e dei diritti delle bambine e dei bambini.
Una riflessione che racconta il nostro tempo. Dedicare energie e attenzione al prossimo sembra essere diventato un privilegio riservato a chi ha già trovato un proprio equilibrio. In parte è così: nessuno può prendersi davvero cura degli altri senza aver prima imparato a prendersi cura di sé. Ma questo non può trasformarsi in un alibi per ripiegarsi su se stessi. Al contrario, ricorda quanto il benessere individuale sia inseparabile da quello collettivo. Riconoscere nell’altro una parte di sé significa creare legami, sostenersi reciprocamente e rafforzare la comunità. È qui che risiede la forma più autentica della cura.
Da questa riflessione prende forma il significato più profondo dell’edizione 2026 dei Dialoghi di Spoleto, tornati dopo sette anni al Festival dei Due Mondi. Sotto la direzione scientifica della giornalista Paola Severini Melograni, la rassegna ha dedicato i quattro incontri al coraggio delle donne, raccontato attraverso ricerca, cultura, diritti, salute, pace e impegno sociale.
Palazzo Leti Sansi è tornato così a essere un luogo di confronto, accogliendo filosofe, mediche, giornaliste, scrittrici, imprenditrici, artiste e rappresentanti della società civile, accomunate dalla volontà di interpretare il presente e trasformare le esperienze personali in occasioni di riflessione condivisa.
Tra i momenti più intensi, la testimonianza di Shoshan Haran, sopravvissuta al rapimento durante l’attacco al kibbutz di Be’eri, ha restituito il valore della ricostruzione e del dialogo anche nelle circostanze più critiche.
L’ultimo incontro, dedicato alla salute fisica e mentale, ha intrecciato ricerca scientifica, medicina, musica, teatro e impegno civile. Ad aprire il confronto è stato Silvio Garattini, seguito dagli interventi di Margherita Rosa, Michele Bonaccorso e Marta Verna.
Un ricordo speciale è stato dedicato ad Ada D’Adamo, Premio Strega 2023 con Come d’aria, mentre Ada Montellanico ha ripercorso le radici del jazz, raccontando il ruolo delle donne come protagoniste di profonde trasformazioni sociali.
Grande rilievo anche al teatro come esperienza di rinascita. C.L. Grugher ha raccontato il lavoro svolto con persone che vivono fragilità psichiche, mostrando come il palcoscenico possa diventare uno spazio di espressione e riscatto. Massimiliano Gallo ha ripercorso il suo primo film da regista, La salita, dedicato a Eduardo De Filippo e al suo impegno educativo nel carcere minorile di Nisida.
L’esibizione del soprano Francesca Mannino, accompagnata dal violinista Pierpaolo Foti, è stata introdotta dal Maestro Monsignor Marco Frisina e presentata da Federico Capranica, offrendo una testimonianza di come il talento possa trasformare le difficoltà in una risorsa. A chiudere gli interventi, Suor Rita Giaretta ha richiamato l’attenzione sulla dignità delle donne che affrontano percorsi di uscita dalla violenza e dallo sfruttamento. Come negli incontri precedenti, Linda Laura Sabbadini ha concluso la giornata offrendo una lettura dei temi affrontati attraverso dati e statistiche.
Nel mosaico di esperienze emerso durante la rassegna, le parole di Marta Verna assumono il valore di un monito e di una prospettiva. Prendersi cura di sé è una condizione necessaria, ma non può significare smettere di rivolgere lo sguardo verso gli altri. Una società cresce quando comprende che il benessere di ciascuno passa anche attraverso quello della comunità.
Si chiude così la quinta edizione dei Dialoghi di Spoleto, lasciando un messaggio destinato ad andare oltre i confini della manifestazione. Il coraggio delle donne non è un’eccezione o un gesto eroico, ma una pratica quotidiana fatta di competenza, responsabilità e attenzione verso il mondo. Perché il futuro nasce dalla capacità di riconoscersi parte dello stesso insieme, nella coscienza che nessuno si salva davvero da solo.

