Pierluigi Biondi, Sindaco dell’Aquila: “Il 2026 non è un punto di arrivo ma una nuova tappa della rinascita”
Sindaco Biondi, che cosa rappresenta per L’Aquila il riconoscimento di Capitale italiana della Cultura 2026 e quale significato ha avuto la giornata inaugurale del 17 gennaio?
L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 non rappresenta il punto di arrivo di un percorso, ma una nuova tappa della rinascita della nostra città. Il 17 gennaio abbiamo inaugurato questo anno straordinario alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del ministro della Cultura Alessandro Giuli. È stato un momento dal forte valore simbolico e istituzionale, che ha restituito all’Italia l’immagine di una comunità capace di trasformare una tragedia in un progetto di futuro. Quella giornata ha sancito il riconoscimento di un lavoro iniziato molti anni fa, fatto di ricostruzione materiale, ma soprattutto di ricostruzione civile, culturale e sociale.
Che cosa è accaduto dopo l’inaugurazione e quali sono gli appuntamenti più significativi del programma?
Da allora abbiamo visto prendere forma un programma che sta portando all’Aquila alcune delle più importanti espressioni dell’arte e della cultura contemporanea. La mostra di Ai Weiwei al Maxxi, le performance di Liu Bolin di fronte ai luoghi più iconici del territorio, la grande parata partecipata di Marinella Senatore, il ritorno all’Aquila, dopo 400 anni, della “Visitazione” di Raffaello esposta al MuNDA insieme all’opera “Ecce Homo” di Antonello da Messina che in città ha la sua residenza stabile, rappresentano molto più di eventi espositivi: raccontano una città che torna ad essere luogo di produzione culturale, di confronto internazionale e di dialogo tra passato e contemporaneità. A questo si aggiungono la riapertura del teatro San Filippo, restituito alla città come nuovo spazio di cultura e socialità, l’apertura dei Cantieri dell’Immaginario con Roberto Bolle e la prima assoluta del suo nuovo spettacolo, la presenza nei prossimi mesi di Maurizio Cattelan, fino ad arrivare alla Perdonanza Celestiniana che vedrà protagonista anche Geolier. È una programmazione che unisce linguaggi diversi, dalla grande arte alla musica, dal teatro alla danza, perché una Capitale della Cultura deve saper parlare a pubblici differenti senza mai rinunciare alla qualità.
Il prestigio degli artisti coinvolti è certamente importante, ma come si misura il valore di questo percorso per la città e per il territorio?
Naturalmente il valore di questo percorso non si misura soltanto nel prestigio degli artisti coinvolti. Si misura soprattutto nella capacità della cultura di produrre effetti concreti sul territorio. Negli ultimi anni L’Aquila ha registrato una crescita costante dei flussi turistici: tra il 2018 e il 2024 gli arrivi estivi sono aumentati del 66% e le presenze sono più che raddoppiate, mentre anche i dati più recenti confermano una tendenza positiva. Sono numeri che dimostrano come investire nella cultura significhi rendere una città più attrattiva, più competitiva e capace di generare nuove opportunità economiche e occupazionali. La cultura non è un costo, ma un investimento che produce sviluppo, rafforza il tessuto economico, sostiene le attività commerciali e rende una comunità più dinamica e aperta.
Qual è la filosofia che ha ispirato il dossier “L’Aquila Città Multiverso” e che cosa significa concretamente il claim “Un territorio, mille capitali”?
Questa è la filosofia che ha ispirato il nostro dossier “L’Aquila Città Multiverso”. Il claim “Un territorio, mille capitali” non è uno slogan, ma una visione. Abbiamo scelto di costruire una Capitale italiana della Cultura che non si esaurisse nei confini amministrativi del capoluogo, ma coinvolgesse le frazioni, i 56 Comuni del cratere, le aree interne e l’intero Appennino centrale, sviluppando collaborazioni con altri territori, a partire dalla città di Rieti. Crediamo che il futuro delle aree interne passi proprio dalla capacità di creare reti, condividere progettualità e mettere in comune competenze, esperienze e patrimonio culturale. L’Aquila vuole dimostrare che anche una città dell’Appennino può diventare un laboratorio nazionale di innovazione culturale e di sviluppo territoriale.
Quale eredità vuole lasciare questa amministrazione al termine dell’anno da Capitale italiana della Cultura, soprattutto alle nuove generazioni?
Se c’è un’eredità che questa amministrazione vuole lasciare, non è soltanto quella di un anno ricco di grandi eventi. Vogliamo lasciare un metodo. In questi mesi abbiamo visto lavorare insieme istituzioni, enti culturali, università, fondazioni, associazioni, imprese, operatori dello spettacolo e migliaia di volontari. È questa la vera forza del progetto: aver costruito una comunità che riconosce nella cultura uno strumento di crescita collettiva. Mi auguro che i giovani possano guardare a questa esperienza come alla dimostrazione che il talento, la competenza e la capacità di fare squadra consentono anche a una città delle aree interne di dialogare con il mondo. Se il 2026 riuscirà a lasciare questa consapevolezza, allora avremo raggiunto il risultato più importante, perché le opere finiscono, gli eventi passano, ma la cultura continua a generare futuro.
