di Paola Ferazzoli
Pianista classica ma anche futuristica, interprete di musica classica, contemporanea e performer d’avanguardia insieme: è Giusy Caruso, artista a tutto tondo, che ha scelto la strada della ricerca musicale.
Nei suoi concerti live tra Europa, Asia, Sud America e Stati Uniti, spazia da repertori classici fino alla sperimentazione elettroacustica, manipolando il suono del pianoforte con strumenti impensabili: sensori che captano il movimento e gli impulsi elettrici dei muscoli, sistemi di realtà virtuale e aumentata che la proiettano a duettare con il suo avatar nel Metaverso creando vere e proprie performance alternative pluripremiate. Nella bacheca importanti attestati e riconoscimenti che la rendono una vera e propria eccellenza per il nostro Paese.
L’abbiamo raggiunta nella sua residenza belga dove lavora e vive da anni.
«La mia formazione si basa sulla grande tradizione pianistica classica: dai grandi compositori come Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, Liszt fino alla musica contemporanea. Riflessioni sul mio studio tecnico sullo strumento e domande relative alla mia interpretazione sono nate molto presto, già da adolescente, quando sentivo l’esigenza di andare oltre la lettura delle note sulla partitura e soffermarmi su aspetti che riguardavano la creazione delle mie esecuzioni, come migliorarle e renderle uniche. Dedicavo gran parte dello studio non solo al pianoforte, ma anche alla letteratura legata allo strumento, alle biografie dei grandi compositori, mi confrontavo con gli approcci pianistici di altri interpreti di chiara fama, ascoltando le loro esecuzioni dal vivo, la loro discografia e le loro riflessioni raccolte in testi e articoli, per cercare di essere il più fedele possibile alla prassi esecutiva, ma costruire al tempo stesso la mia identità artistica. Ecco, questo è stato, ed è il mio studio – quello che poi riguarda un po’ tutti i musicisti interpreti. Si tratta di una vera e propria “ricerca” su due fronti: una ricerca su tutte le fonti disponibili relative all’interpretazione della partitura, sul suono dello strumento e una “ricerca” personale sulle emozioni di una partitura e quelle interiori, che si vogliono trasferire e comunicare attraverso la performance al pubblico».
«La mia ricerca personale si è poi molto focalizzata sullo studio dell’espressione corporea di una performance, ossia capire cosa accade a livello mentale e corporeo quando un musicista suona.
Inizialmente ho analizzato me stessa usando i famosi registratori anni ’90 per riascoltare e analizzare la mia performance, poi ho integrato la registrazione video per visualizzare e studiare anche il mio gesto. Tutto questo lavoro già durante gli anni di studio al Conservatorio, è stato poi integrato con approfondimenti sull’estetica musicale che ho affrontato durante i miei studi universitari, perché questo desiderio di ricerca mi ha portato a conseguire una laurea in filosofia che mi ha aperto ancora altri orizzonti e diverse prospettive legate anche alla “sperimentazione”».
«Vorrei soffermarmi proprio sul concetto di “sperimentazione” nella performance. Tutti gli artisti sperimentano, cercando e ricercando il loro modo più autentico di creare, e nel caso dei performer di eseguire una partitura. Poi c’è tutta quella forma di sperimentazione cosiddetta di “avanguardia”, che riguarda l’andare al di là della tradizione per creare nuovi linguaggi, nuovi approcci. La mia sete di “ricerca” e appunto di “sperimentazione” mi ha portato per esempio a lavorare al fianco di compositori contemporanei, un privilegio unico che mi ha fatto sentire la possibilità di poter contribuire alla diffusione di nuove composizioni di autori viventi fino ad arrivare ad estreme sperimentazioni ed essere il tramite di un linguaggio nuovo e in continua evoluzione».
«Appena arrivai in Belgio nel 2011, inizialmente a Gand, ricevetti una telefonata dalla manager dei due artisti sudamericani Allora & Calzadilla, riguardo una performance straordinariamente singolare e alquanto complicata. Allora & Calzadilla, sono i creatori di un pianoforte a coda Bechstein, costruito con un foro nella cassa armonica, i pedali al contrario e la cordiera deprivata del registro centrale. Non potevo credere a questa follia. Non accettavo il fatto che si fosse pensato di forare un pianoforte, chiedendo ai pianisti di suonarlo dall’interno della cassa armonica, con la prospettiva della tastiera al contrario. Visto che amo le sfide, accettai la possibilità di suonarlo dall’interno e al contrario. L’occasione di usare il mio corpo, a stretto contatto con lo strumento non mi sarebbe mai più ricapitata tanto facilmente. Ho dovuto rimodellare completamente l’assetto di approccio alla tastiera, ovvero dall’alto e al contrario. In questo modo, però, ho avuto la possibilità di sperimentare nuovi suoni direttamente dall’interno della cassa armonica: improvvisando, pizzicando le corde, percuotendole con le mani, esplorando i tanti effetti che essa può generare».
«Mi sono sentita veramente parte integrante dello strumento. L’esperienza performativa del 2011 nella galleria Argos Centre for Arts and Media a Bruxelles si è rivelata così l’esperienza più bizzarra. Ma anche una delle più creative. Dopo le performance a Bruxelles, da settembre a dicembre 2011, nel 2013 ho replicato al Museo di Arte Contemporanea del Castello di Rivoli, a Torino. Di questi pianoforti con un foro nella cassa armonica, opere d’arte degli artisti Allora & Calzadilla, ne esistono solo due esemplari. Uno al Museo di Arte Contemporanea al Castello di Rivoli e l’altro al MoMa di New York. Il mio trasferimento in Belgio nel 2011, conseguente alla borsa di studio per un Post-Master in musica contemporanea al Conservatorio Reale di Gand, e successivamente il dottorato (PhD in Arts), hanno dato una svolta decisiva al mio percorso formativo, ma anche di vita. Il lavoro di dottorato presso il laboratorio Art Science Interactive Lab dell’Università di Gand, concluso nel 2018, mi ha avvicinato a sofisticate tecnologie, come il “Motion Capture System”. Ossia un sistema di telecamere ad infrarossi per il tracciamento dei movimenti nello studio della performance».
«Questa tecnologia, oggi molto diffusa nella realizzazione dell’animazione in 3D, mi ha permesso di analizzare il mio movimento corporeo al pianoforte attraverso l’osservazione del mio avatar e l’elaborazione di dati inerenti ai miei gesti. Da qui l’idea di portare il mio avatar anche in scena, in una performance multimediali in cui suono in duo pianistico nel metaverso col mio avatar».
«La mia ricerca si è così sviluppata dallo studio della relazione tra la gestualità del corpo sullo strumento nello spazio performativo all’interazione con le tecnologie digitali. Nelle mie performance utilizzo non solo tecnologie di realtà aumentata e virtuale e ambienti immersivi, ma anche sensori per la registrazione della tensione muscolare (elettromiografi) che trasformano il gesto pianistico in suono e immagine. È un lavoro che nasce quindi dalla mia formazione classica, ma la espande, portando la musica oltre i confini del concerto tradizionale».
«Si, dalla Calabria mi sono trasferita in Belgio nel 2011, vivo a Bruxelles e attualmente lavoro come ricercatrice e docente al Royal Conservatoire Antwerp, dove mi è stato anche assegnata la direzione del gruppo di ricerca CREATION. Una parte del mio lavoro la dedico, appunto, alla mia ricerca, gestione dei progetti del gruppo e supervisione dei dottorandi interni e visiting researchers, contestualmente ho la docenza di un corso di analisi della performance in forma di workshop dal titolo “Mirroring Creative Lab”. Si tratta di un laboratorio creativo e di ricerca artistica che ho ideato per accompagnare musicisti e performer in un percorso di maggiore consapevolezza della propria pratica performativa come ricerca artistica, appunto. Il termine mirroring, ripreso dagli studi delle neuroscienze, significa “rispecchiamento” dello stimolo esterno e, “riflessione” e “osservarvazione” di ciò che ci accade all’interno nel contempo si svolge una azione. La ricerca artistica nasce proprio da queste domande che emergono direttamente dalla pratica: cosa accade nel corpo mentre si suona? In che modo il gesto influenza il suono, la percezione, la comunicazione con il pubblico? È uno studio che ha una forte connessione con altre discipline, come appunto la filosofia, neuroscienze, i moderni performance studies che si sono sviluppati dagli anni ’70 a partire dal lavoro di Richard Schechner (1934-)».
«Il corpo del musicista è il primo luogo della ricerca per sviluppare il sentire interiore e la consapevolezza nel mentre si suona, non solo dal punto di vista tecnico della resa corretta di una frase musicale, ma anche l’azione espressiva corporea ed emotiva, non solo per evitare il famigerato “errore”, ma prtincipalemente per instaurare quella magica connessione, empatia e comunicazione con il pubblico. La pratica artistica non è dunque solo esecuzione, ma diventa pensiero, esperienza e conoscenza. Il fare è quindi legato al riflettere: suonare, osservare, analizzare e creare fanno parte dello stesso processo. La ricerca artistica riconosce che l’arte può contribuire in modo originale alla comprensione del mondo, offrendo forme di sapere che non sono riducibili a numeri o parole, ma passano attraverso l’esperienza dell’artista. La pratica musicale è una forma di conoscenza autonoma. Non si tratta di affiancare teoria ed esecuzione, ma di riconoscere che il fare artistico in sé genera sapere, attraverso l’esperienza, l’osservazione e la riflessione critica. Come raccontavo dalla mia esperienza personale, il musicista non è solo interprete, ma anche osservatore del proprio agire, chiamato a interrogarsi su ciò che accade durante l’atto performativo: il gesto, il corpo, il suono e la relazione con lo spazio e il pubblico sono considerati elementi centrali dell’indagine. In questa prospettiva, la ricerca artistica non è un ambito separato dalla pratica artistica, ma una sua naturale estensione: un modo per ampliare il significato della musica e ridefinire il ruolo dell’artista come creatore, ricercatore che attraverso l’osservazione del gesto e la riflessione critica, crea la performance come uno spazio attraverso cui produrre conoscenza, non solo interpretazione».
«Nel mio laboratorio lavoro con gli studenti proprio sul rapporto tra il corpo, il gesto e il suono, aiutandoli a comprendere come il movimento, la postura e la presenza scenica influenzino profondamente l’interpretazione musicale e creino conoscenza. Applico diverse forme di tecnologia per questo lavoro: dalla regitrazione audio e video, alla regitrazione del movimento e della tensione muscolare con i sistemi di tracciamento del movimento di cui parlavo prima (motion capture e elettromiografi), ma anche attraverso esercizi pratici di yoga e respirazione (altro mio focus di ricerca). Il “Mirroring Creative Lab” quindi non è un corso tradizionale, ma uno spazio di ricerca
artistica applicata, dove i momenti di osservazione e di riflessione condivisa servono allo studente ad imparare come la pratica sullo strumento sia una forma di creazione consapevole. Svolgo questo laboratorio anche in forma di masterclass in diverse istituzioni internazionali rivolto non solo a studenti, ma anche a professionisti e performer (musicisti e danzatori) che desiderano approfondire i temi di analisi della performance e di ricerca artistica. Attraverso strumenti di analisi del gesto, dispositivi digitali e ambienti immersivi, la performance si trasforma in un laboratorio vivo, capace di produrre nuove forme di esperienza estetica e di comprensione».
«Tutta la mia esperienza di artista ricercatrice e di docente di questi laboratori, e i miei studi di filosofia, neuroscienze e yoga sono confluiti nel mio libro “La Ricerca Artistica Musicale. Linguaggi e Metodi”, pubblicato dalla (LIM) Libreria Musicale Italiana nel 2022. È un testo che nasce proprio dall’esigenza di spiegare, rispetto alle mie esperienze artistiche e di studi, come è nato questo movimento di intellettuali artisti-ricercatori che hanno dato vita all’istituzionalizzazione dei dottorati di ricerca artistica – sin dall’inizio del nuovo millennio in Nord Europa e solo da un paio di anni anche in Italia. L’obiettivo è raccontare come si evoluta la disciplina di ricerca artistica in questo ultimo ventennio e dare strumenti concreti a musicisti, performer, studenti e professionisti, per comprendere come la pratica artistica si un processo creativo che porta ad una forma di conoscenza, senza perdere la sua dimensione poetica ed espressiva».
«Ogni riconoscimento è un po’ legato a una fase della mia vita, premi pianistici internazionali sin da quando ero adolescente, poi riconoscimenti per la mia carriera di artista all’estero, anche dalla Calabria e dalla mia città Cosenza, ma uno in particolare rappresenta per me il momento di svolta: il premio onorario “S+T+ARTS Prize” assegnato su 1600 candidature dalla Commissione Europea a me e alla Società LWT3 S.R.L. di Milano, il mio partner tecnologico, per il progetto “MetaPhase”: la mia performance in duo pianistico con il mio avatar nel metaverso. È un riconoscimento completo rispetto alla mia figura ibrida di pianista e ricercatrice. Il premio riconosce non solo il valore artistico del mio lavoro, ma anche il suo carattere di ricerca pioneristica, che, così come è scritto nell’attestato “ ha impressionato la giuria per il suo straordinario approccio artistico e la sua innovativa ricerca ” che unisce musica, tecnologia e scienza. È una conferma che la sperimentazione, se radicata nella qualità artistica, può parlare a un pubblico molto ampio. Il premio ha attirato la critica mondiale: “La voce di New York” mi ha definita “… la prima pianista al mondo a suonare con il suo avatar nel metaverso”, e “Piano Street Magazine” la “pioniera della ricerca artistica in Italia ”».
«Lavorare all’estero mi ha dato moltissimo, soprattutto in termini di apertura al nuovo e confronto con sistemi accademici che investono molto nella ricerca artistica e nel sostegno dei giovani. L’Italia resta in ogni caso la parte fondamentale della mia identità anche se attualmente mi sento un po’ cittadina del mondo, viaggiando ovunque e avendo vissuto in diversi paesi durante la mia formazione (Olanda, Germania, Austria). Mantengo sempre, però, un forte legame con il mio Paese attraverso concerti, mastercalss sulla ricerca artistica, conferenze, presentazioni del mio libro, volutamente pubblicato in prima assoluta nella mia lingua madre, e collaborazioni artistiche. Ogni volta che torno sento forte il desiderio di condividere ciò che ho imparato, perché credo che il dialogo tra esperienze internazionali e radici culturali sia una grande risorsa. In più organizzo nella mia terra ogni anno durante il periodo estivo nella Riviera dei Cedri (alto tirreno calabrese) un ciclo di eventi culturali e concerti: il “Tirreno d’AMare Festival dei Sensi”».
«È un festival itinerante, multidisciplinare che unisce musica, arte, cultura, benessere e tour esperienziali sulla costa, sostenuto da imprenditori locali e qualche comune. L’idea del “Festival Tirreno d’AMare” è nata durante il lockdown ed è giunto alla sua sesta edizione questo anno. L’occasione del festival mi consente nel mese di Luglio e Agosto di prendermi “cura” del mio territorio, di “amarlo” con tutti i sensi e di lavorare nell’organizzazione, accoglienza e circuitazione di artisti, intellettuali calabresi e internazionali. Il filo conduttore che unisce i diversi eventi è l’idea di promuovere un vero e proprio “Risveglio dei Sensi”, inteso come una riattivazione della sensibilità e dell’attenzione verso l’arte e la bellezza del patrimonio storico-culturale del territorio».
«Il format nasce dalla volontà di compiere un’azione concreta, valorizzando le potenzialità dell’Alto Tirreno calabrese attraverso una programmazione multidisciplinare fondata sull’interconnessione tra le arti, sulla pluralità dei linguaggi musicali e su modalità di fruizione esperienziali. Un’esperienza pensata per generare
consapevolezza, benessere e armonia, restituendo centralità al dialogo tra cultura, territorio e comunità. Il pubblico è così invitato a prendere parte a percorsi culturali che stimolano la curiosità, favoriscono la conoscenza della Calabria e aprono allo stesso tempo a pratiche di innovazione e ricerca. Si inserisce, infatti, nel programma del “Tirreno d’AMare” anche lo spazio dedicato proprio alla ricerca artistica, alla creazione e alla sperimentazione interdisciplinare: il Campus Internazionale Cre/Actions. Il campus propone un contesto di lavoro intensivo nato con l’obiettivo di favorire l’incontro tra artisti, musicisti, performer e ricercatori in cui la pratica artistica diventa luogo di scambio, riflessione e produzione di nuove conoscenze.
Attraverso workshop, laboratori, momenti performativi e dialoghi aperti, Cre/Actions valorizza il rapporto tra musica, corpo, tecnologia e territorio, ponendosi in sintonia con le più attuali prospettive europee sulla ricerca artistica».
«Al contrario, penso che la tecnologia sia un’estensione naturale della tradizione. Pensiamo a come gli strumenti musicali siano già una forma di tecnologia che media l’espressione artistica umana.
Da Bach a Mozart, Beethoven, Liszt e Chopin, tutti si sono confrontati con l’evoluzione di uno strumento tecnologico: dal clavicembalo al fortepiano al moderno pianoforte. Tutti i compositori, come i costruttori, sono stati innovatori radicali nel loro tempo: hanno sfruttato al massimo gli strumenti e le conoscenze disponibili per aumentare la creatività. Oggi ci confrontiamo con la tecnologia e nel mio lavoro la tecnologia non sostituisce né me, né il pianoforte né l’interpretazione, ma rende visibili e percepibili aspetti nascosti, per esempio, nel gesto musicale.
Attualmente c’è molto scetticismo e timore intorno tecnologia e specialmente intorno all’intelligenza artificiale. È naturale che emergano perplessità e paure, soprattutto quando si pensa al rischio di un uso distorto o distruttivo. Proprio per questo, io per prima mi interrogo con responsabilità sul tipo di evoluzione che desideriamo dare a questa possibilità di evoluzione anche nell’arte e nella musica. Noi artisto-ricercatori abbiamo il compito di spingere il limite della tradizione che, come un organismo vivo, cresce insieme a noi. Con il mio gruppo ricerca in Belgio portiamo avanti riflesisoni e studi su come la tecnologia possa essere realmente al servizio dell’essere umano, anche in ambito artistico, diventando uno strumento capace di stimolare e amplificare la creatività, piuttosto che sostituirla.».
«Vedo il futuro come uno spazio di continua ricerca. Il mio obiettivo è continuare a costruire ponti: tra arte e scienza, tra tradizione e innovazione, tra artista e pubblico. Credo che nella musica si abbiano ancora moltissime possibilità da esplorare, e io stessa ho ancora molte domande che mi pongo ogni giorno al pianoforte. Mi interessa sviluppare performance sempre più immersive e partecipative. Attualmente sto esplorando l’intelligenza artificiale per approfondire altre modalità di interazione uomo-macchina che possano potenziare la percezione delle arti performative e il connubio tra corpo e suono. Se da un lato l’IA è spesso percepita come una minaccia, soprattutto dagli artisti, dall’altro, in contesti mirati, può rappresentare un acceleratore dei processi creativi, valorizzando e ampliando il contributo umano. Un esempio concreto del mio lavoro d’integrazione della tecnologia nella performance è, per esempio, il tentativo di raggiungere un pubblico sempre più vasto, rendendo l’esperienza artistica più inclusiva. In questa direzione si collocano anche le mie ricerche attualmente in corso, che esplorano nuove modalità di fruizione della performance per persone con disabilità visive, motorie o uditive, proprio attraverso l’uso di sensori intelligenti, vibrazioni, stimoli tattili o olfattivi, capaci di aprire a forme alternative di percezione, partecipazione e co-creazione.».
