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CONTROLLO DELLA VITA - Immagine IA

PERDERE LA MISURA

La corsa a sconfiggere l’invecchiamento non parla solo di scienza, ma di una civiltà che non accetta più di essere finita. Tra IA, biologia e controllo della vita, prende forma un umanesimo senza limite e senza mistero.

di Mikaela Zanzi

Ha quindici anni, un quoziente intellettivo fuori scala e un progetto che affascina e inquieta allo stesso tempo: usare fisica quantistica, biomedicina e intelligenza artificiale per sconfiggere l’invecchiamento e superare i limiti biologici dell’uomo. La notizia, rilanciata con toni ammirati, racconta l’ascesa di Laurent Simons, enfant prodige della ricerca contemporanea. Ma fermarsi al talento significa non vedere il quadro più ampio. Perché qui è in gioco l’idea di uomo che una certa epoca sta costruendo.

Oltre il talento

Il racconto dominante celebra l’intelligenza come valore assoluto, sciolto da qualsiasi cornice etica, biologica o simbolica. Ma la vera novità non è il genio precoce. È l’ideologia che lo sostiene: l’idea che l’essere umano sia un progetto incompleto da correggere, un sistema difettoso da ottimizzare, una struttura da riscrivere. Non più evoluzione naturale, non più adattamento, ma intervento diretto sull’essenza biologica.

LINEE DI CONFINE

Simons si muove in un contesto di ricerca che non nasce nel vuoto. Già nella seconda metà del Novecento, dagli esperimenti sulla riprogrammazione nucleare negli anfibi alle prime manipolazioni embrionali controllate, la scienza aveva iniziato a interrogarsi sulla possibilità di intervenire sull’origine della vita, senza però riuscire a replicarla negli organismi complessi. Da almeno trent’anni, dunque, la ricerca scientifica lavora sul confine tra cura e trasformazione.

Il primo esperimento

Negli anni Novanta la nascita di Dolly, primo mammifero clonato da una cellula adulta, sembrò dimostrare che la vita potesse essere replicata. Ma i dati successivi mostrarono l’altra faccia dell’esperimento: un’aspettativa di vita ridotta rispetto alla media della specie, segni di invecchiamento cellulare accelerato, instabilità genetica. Anche negli anni successivi, quando la clonazione fu ripetuta su altre specie e, più tardi, su primati, i risultati restarono confinati al laboratorio, con tassi di fallimento elevatissimi. La clonazione funzionava sul piano tecnico, ma rivelava limiti biologici profondi, come se la vita resistesse a essere trattata come un processo lineare.

Correggere la vita

Negli anni successivi la ricerca ha cambiato direzione. Meno copie integrali, più correzioni puntuali: terapie geniche, editing del DNA, riprogrammazione cellulare, studio dei telomeri, algoritmi capaci di prevedere l’insorgenza di malattie legate all’età. Secondo le stime più recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dopo un lungo incremento iniziato all’inizio degli anni Duemila e un temporaneo arretramento legato alla pandemia, l’aspettativa di vita globale è tornata a superare i settantatré anni alla nascita, mentre la durata della vita in buona salute resta significativamente più bassa, ferma in media poco sopra i sessanta anni. Allo stesso tempo, le patologie croniche legate all’invecchiamento continuano a rappresentare oltre il 70% delle cause di morte nei Paesi sviluppati. È in questo spazio, tra successo medico e fragilità strutturale, che si inseriscono i progetti contro l’invecchiamento.

Antropologia artificiale

Possiamo darle un nome, perché ogni passaggio storico ne ha uno. Non siamo più nell’era digitale, né nel post-umano, categorie già superate. Siamo entrati nell’Età della Correzione, l’epoca in cui l’uomo non si accetta più così com’è e tenta di aggiustarsi come un errore di sistema. Qui si consuma il vero salto antropologico. Non si tratta di curare, ma di riscrivere. Non di guarire, ma di potenziare. Non di accompagnare la vita, ma di forzarla.

Hardware genetico

In questa visione, la malattia non è più un passaggio da attraversare, la vecchiaia non è una fase, la morte non è un limite. Sono bug da eliminare. Il corpo non è più un linguaggio da ascoltare, ma una piattaforma da aggiornare. La natura non è più un ordine da comprendere, ma un ostacolo da superare. L’essere umano smette di riconoscersi come creatura inserita in un equilibrio biologico complesso e fragile e pretende di diventare co-creatore di se stesso, sostituendo progressivamente ciò che è organico con ciò che è artificiale. È la co-creazione forzata dell’umano.

Scienza e senso

Eppure sarebbe un errore liquidare tutto questo come una semplice deriva tecnologica. La scienza, storicamente, nasce da un interrogarsi profondo sul funzionamento della vita. L’uomo ha sempre cercato di capire come è fatto il proprio corpo, per curarsi, per alleviare la sofferenza, per sopravvivere. I dati dimostrano che la ricerca medica ha ridotto la mortalità infantile, allungato l’aspettativa di vita, migliorato la qualità dell’esistenza di milioni di persone. Il problema non è la conoscenza, ma l’orizzonte entro cui la conoscenza viene esercitata.

La vera origine

Il rischio, oggi, è che nell’ossessione di rispondere scientificamente alla paura della finitezza si perda di vista qualcosa di più profondo. Le più recenti ricerche archeologiche mostrano che l’uomo, fin dalle sue origini, non è mai stato privo di coscienza simbolica. Sepolture rituali risalenti a decine di migliaia di anni fa, tracce di orientamenti cosmici, oggetti votivi indicano che l’essere umano si è sempre interrogato sul rapporto tra vita, morte e ciò che sta oltre. Non eravamo primitivi nel pensiero, ma radicalmente consapevoli del limite.

Senza limiti

Esisteva un equilibrio biologico imperfetto ma coerente. Oggi non cerchiamo più armonia: cerchiamo controllo. E quando una società non accetta più il limite come parte costitutiva dell’esperienza umana, non crea futuro: lo sterilizza. Non siamo davanti a un uomo 2.0. Siamo davanti a qualcosa di più inquietante: l’Antropocene Artificiale, un tempo in cui non è più l’uomo a lasciare traccia sulla Terra, ma la macchina a riscrivere l’uomo.

La civiltà stanca

L’ossessione per l’immortalità e per il superamento biologico non nasce da una civiltà forte, ma da una civiltà stanca. Non è un salto evolutivo, ma un segnale di decadimento. Un umanesimo sintetico, senza nascita, senza fine, senza fragilità. E senza mistero. Ogni civiltà che ha tentato di abolire la morte ha finito per abolire anche il senso della vita. E forse è proprio questo, oggi, il rischio più grande: confondere l’intelligenza con il diritto di riscrivere la vita e scivolare in un’epoca senza nome, perché non ha precedenti. Un tempo in cui l’uomo non vuole più vivere meglio, ma vivere senza morire.

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