Patrick Facciolo a Itabloid: «La comunicazione politica oggi? Tra fallacie logiche, l’eredità di Berlusconi e la paura di fare sintesi»
Il noto formatore ed esperto di comunicazione analizza i tic linguistici e i limiti della classe politica attuale, da Elly Schlein a Matteo Renzi. E spiega perché la formazione — e non la consulenza — sia l’unico modo per restare una voce davvero libera.
Patrick Facciolo, parliamo della comunicazione di oggi. Nei tuoi libri ti occupi spesso di fallacie logiche. Che cosa intendi esattamente con questo termine?
Le fallacie logiche sono veri e propri errori di ragionamento che riscontriamo nei discorsi dei politici. Possono essere errori voluti o non voluti, volontari o involontari. Per esempio, quando a un esponente politico viene contestato: “Tu non hai risolto questo problema”, e lui risponde: “Sì, ma non l’avevi risolto nemmeno tu quando eri al governo”. Questa è una fallacia logica che si chiama whataboutism (il classico “e allora voi che avete fatto?”ndr). Si tratta di tecniche di comunicazione utilizzate molto spesso per spostare l’attenzione delle persone dal tema centrale della discussione a un argomento terzo che non c’entra nulla, distogliendo così il focus dal vero problema.
Nei tuoi video parli spesso di come il politico, o chiunque si esponga pubblicamente, finisca per “negare per affermare”. Che cosa significa?
Significa che, nel tentativo di smentire un’accusa, il politico finisce per utilizzare la stessa immagine evocata dal suo avversario, facendo paradossalmente il suo gioco e amplificandone il messaggio. Facciamo l’esempio di Giorgia Meloni e Donald Trump. Trump dichiara: “Hai implorato per avere una foto con me”. Lei risponde: “Io non ho implorato”. Nel farlo, continua a usare lo stesso verbo e lo stesso linguaggio di Trump, finendo per amplificare e rafforzare il frame del suo avversario. È una modalità che andrebbe fortemente limitata. Il problema è che oggi, nella comunicazione, c’è un uso così intensivo dell’intelligenza artificiale basato proprio su questo schema: “Non è questo, ma è quest’altro”, il quale non fa che riaffermare l’argomento critico che si voleva evitare.
Nel tuo ultimo libro, Silvio, ci manchi?, ti poni una domanda importante. Berlusconi è stato fondamentalmente il pioniere di un nuovo tipo di comunicazione che, per certi aspetti, funziona ancora oggi e forse non ha trovato eguali. È così?
In Italia, perlomeno, è assolutamente così. Berlusconi è stato un comunicatore ineguagliato. Oggi non ci sarebbero nemmeno più le condizioni strutturali per replicare quel modello, perché lui aveva il controllo del mezzo televisivo, che all’epoca era l’unico grande strumento a disposizione e gli permetteva di essere ancora più performante. Oltre a questo, aveva la capacità di “stare stretto” con le frasi: era breve, diretto e parlava ad alta immaginabilità. Usava parole concrete anziché astratte, termini corti, pochissime negazioni e un ottimo linguaggio del corpo. Tutto questo lo aiutava enormemente. Oggi, al contrario, vediamo che i nostri politici fanno un’enorme fatica a fare la stessa cosa.
Tu analizzi molto il linguaggio non verbale e la prossemica. Se dovessi guardare all’attuale panorama politico, c’è qualcuno che pecca particolarmente sotto l’aspetto linguistico-verbale e qualcuno che invece si distingue in positivo?
Elly Schlein è sicuramente una delle comunicatrici che fatica di più da questo punto di vista. Tende a usare frasi lunghe, troppe subordinate e concetti astratti. A questo si aggiungono una gesticolazione eccessiva e un sorriso che spesso non sono congruenti con quello che sta dicendo in quel momento. Dall’altra parte ci sono comunicatori più lineari e capaci. Matteo Renzi, per esempio, è un politico che se la cava ancora molto bene. Il suo limite è che a volte risulta “sbrodolone” nei contenuti: dice troppe cose in pochissimo tempo e l’elettore fa fatica a fissarle. Giorni fa ha replicato a un commento di Giorgia Meloni sotto un post. Meloni gli ha scritto 11 parole e lui ha risposto con 71. C’è proprio un’incapacità di fare sintesi e stare dentro frasi corte. Questa caratteristica, però, si associa a una grande capacità di creare ottimi contenuti per i social quando serve. Quando Renzi interviene al Senato fa praticamente uno show che è già perfetto per TikTok, e questo lo sanno fare in pochi.
Il tuo percorso è fatto di tante esperienze diverse. Oggi sei un esperto di comunicazione stimato e temuto, spesso ospite in tv, e non risparmi nessuno. Come si spiega questa tua ascesa e questa transizione di carriera, considerando che sei stato anche un conduttore radiofonico?
Questa è una bella domanda. In realtà, la mia forza sta nel fatto che io faccio un altro lavoro, ed è proprio questo che mi permette di restare una persona libera e di contraddire i politici. Facendo il formatore aziendale sui temi della comunicazione, il mio sostentamento nasce da lì, non dal giornalismo e nemmeno dalla politica. Sono mondi che stanno diventando importanti per la mia visibilità, ma il mio core business resta la formazione all’interno delle aziende. Com’è successo tutto questo? Un po’ per caso. Mi occupo di comunicazione e in particolare di public speaking da sedici anni. È accaduto semplicemente che portando su TikTok dei piccoli frammenti delle mie analisi video, che su YouTube erano molto lunghe, questi frammenti sono andati virali. Da lì ho iniziato a creare formati specifici per quel social ed è esploso tutto nel migliore dei modi.
Com’è cambiata la tua vita dopo questo grande successo?
Sotto certi aspetti ero già pronto, o quantomeno lo speravo, anche se non pensavo che sarebbe successo in questa forma e con questa portata. Ho lavorato per dodici anni come conduttore a Radio Italia, che era già una posizione mediamente in vista. In radio però non c’è il volto: le persone ti conoscono, ma mantieni un certo anonimato visivo.
Ma applicavi già le tue teorie in radio?
Assolutamente sì, perché la radio è lo strumento chiave per imparare a usare le parole ad alta immaginabilità. L’ascoltatore non ha un’immagine da vedere, quindi devi amplificare al massimo la tua capacità di creare immagini mentali attraverso il linguaggio. Non a caso il mio primo libro del 2013 si intitolava proprio Crea immagini con le parole e nasceva direttamente dalla mia esperienza radiofonica. Quel bagaglio mi ha permesso, nel tempo, di applicare le stesse tecniche alla comunicazione politica. Era un traguardo che avrei sempre voluto raggiungere. Ora ce lo teniamo finché dura. Non è facile, perché andare contro tutti significa prima o poi andare a sbatterci il muso.
Qualche politico si è mai rivolto a te per chiedere consigli? Te lo chiedo perché ogni tanto lanci qualche frecciatina ai loro staff…
I politici si rivolgono abitualmente a me. La differenza fondamentale tra me e i classici consulenti politici è che io sono un formatore.
Che significa?
Significa che io faccio corsi di comunicazione ai politici, non consulenze politiche. Questo mi permette di mantenermi totalmente libero. Un politico può venire da me, fare dieci ore di corso, finire il percorso e, se il giorno dopo lo vedo in tv e sbaglia, io lo attacco pubblicamente allo stesso modo. Il mio non è un rapporto di consulenza che impone fedeltà alla linea o al personaggio. Io non devo fedeltà al politico che formo: finite le ore di lezione, amici o nemici come prima, a seconda di quello che penso della sua comunicazione.
Quale consiglio ti senti di dare a chi vuole intraprendere una carriera pubblica (istituzionale, giornalistica o nello spettacolo), ma anche a chiunque voglia semplicemente affermarsi nel proprio ambiente di lavoro, cercando di essere persuasivo, convincente e assertivo al momento giusto?
Sicuramente studiare, ma soprattutto superare una specifica “fallacia logica”: l’appello all’autorità. Questa è la base della nostra autostima. È irrilevante chi abbiamo di fronte. Riusciamo a essere davvero assertivi solo nel momento in cui capiamo che ciò che diciamo ha un valore intrinseco, a prescindere dall’interlocutore e dalla sua esperienza. Se partiamo dal presupposto che le parole degli altri abbiano sempre più valore delle nostre, e lasciamo che questo guidi le nostre azioni, finiremo per minare e ostacolare lo sviluppo della nostra autoefficacia e della nostra autostima. Auguro a chi leggerà questa intervista di trovare nel proprio percorso l’insegnamento giusto per arrivare a questa consapevolezza.


