Oriana Fallaci, la giornalista che sfidò il potere. A ottobre il convegno di Giornaliste Italiane a lei dedicato
Barbara Carbone
Il 15 settembre di vent’anni fa moriva a Firenze Oriana Fallaci. Aveva 77 anni e alle spalle una delle carriere giornalistiche più straordinarie del Novecento: inviata di guerra, cronista, intervistatrice e scrittrice. Una professionista che seppe imporsi in un settore allora largamente dominato dagli uomini, conquistando una dimensione internazionale grazie a uno stile personale, tagliente e inconfondibile, fatto di un rigore ferreo e di una totale assenza di compromessi. È proprio a lei che l’Associazione Giornaliste Italiane dedicherà il suo prossimo convegno ad ottobre. 20 anni dopo la sua scomparsa, sarà l’occasione per interrogarsi sulla sua idea di professione, sul ruolo delle donne nell’informazione e sull’eredità di una figura che ancora oggi affascina e divide profondamente. Nata a Firenze nel 1929, Fallaci cominciò a scrivere giovanissima, esordendo a soli diciotto anni come cronista per Il Mattino dell’Italia centrale per poi passare a Epoca e a L’Europeo, la testata con cui avrebbe costruito la sua fama. Fin da subito il suo marchio di fabbrica fu una preparazione ossessiva unita alla presenza diretta sul campo. Fallaci non si limitava a raccogliere notizie, voleva vederle con i propri occhi, toccarle, farle sue. Nel 1956 sbarcò negli Stati Uniti, un’esperienza che diede vita a “I sette peccati di Hollywood”, al saggio d’inchiesta “Il sesso inutile” e al suo primo romanzo, “Penelope alla guerra”.
La sua inesauribile curiosità la spinse persino dentro i laboratori della NASA dove documentò con piglio visionario l’avventura dell’Apollo 11 in libri come “Se il sole muore” e “Quel giorno sulla Luna”. Ma fu il fronte a consacrarla definitivamente come grande inviata internazionale, trasformandola nella cronista delle tragedie del mondo. Dal 1967 raccontò il Vietnam a più riprese per L’Europeo documentando bombardamenti, trincee e la disperazione quotidiana di soldati e civili senza alcuna retorica in “Niente e così sia”, un’opera che definisce la sua intera etica professionale. Per lei il giornalismo era un atto di coraggio fisico e morale, un rischio da correre sulla propria pelle. Un’idea pagata drammaticamente a caro prezzo a Città del Messico, dove nel 1968, durante il massacro di Tlatelolco, fu colpita da diversi proiettili e data per morta per poi riuscire a salvarsi e a tornare alla macchina da scrivere. Negli anni Settanta rivoluzionò l’intervista trasformandola in un duello serrato e implacabile, un confronto psicologico e dialettico in cui l’interlocutore veniva spogliato di ogni maschera. Da Henry Kissinger e Golda Meir a Yasser Arafat, Giulio Andreotti e all’ayatollah Khomeini, i potenti della terra si trovarono davanti a un’inquisitrice formidabile, capace di smontare la retorica istituzionale e mettere a nudo le loro contraddizioni nei colloqui raccolti nel celeberrimo “Intervista con la storia”. Parallelamente, alimentò una straordinaria produzione letteraria capace di scalare le classifiche di tutto il mondo. Da “Lettera a un bambino mai nato” al vibrante ritratto del compagno Alekos Panagulis in “Un uomo” fino all’affresco corale e disperato della guerra in Libano di “Insciallah”.
Dopo un lungo ritiro nella sua amata New York, gli attacchi dell’11 settembre 2001 la riportarono improvvisamente al centro della tempesta mediatica e del dibattito pubblico con “La rabbia e l’orgoglio” e “La forza della ragione”, testi dirompenti, polemici e durissimi contro il terrorismo e l’estremismo islamista che infiammarono le coscienze e spaccarono l’opinione pubblica internazionale. A vent’anni dalla scomparsa, ricordarla oggi significa fare i conti con tutte le sue sfaccettature e con la sua tempra di pioniera assoluta. Fu una donna che non accettò mai che il proprio genere potesse diventare un limite o un alibi, difendendo una voce autonoma, scomoda e feroce che continua a interrogare profondamente il giornalismo contemporaneo e a ricordarci cosa significhi davvero cercare la verità.

