Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

CONQUISTE E SFIDE APERTE - Immagine IA

OCCUPATE, MA PRECARIE

OCCUPATE,
MA PRECARIE

Crescono i numeri dell’occupazione femminile, ma restano disparità di genere, contratti instabili e carichi familiari sbilanciati, con un divario che continua a incidere su salari, carriere e opportunità, soprattutto tra Nord e Sud.

di Barbara Carbone

Qualcosa si muove. Il tetto di cristallo che da decenni sovrasta le donne italiane nel mercato del lavoro si incrina, lascia filtrare qualche spiraglio di luce. Ma resta lì, sospeso, a limitare ambizioni, redditi e diritti. Lo dice a chiare lettere il nuovo rapporto Cnel-Istat “Il lavoro delle donne tra ostacoli e opportunità”, che restituisce un’immagine complessa e a tratti contraddittoria della condizione lavorativa femminile in Italia.

Un’Italia a due velocità

Dal 2008 al 2024, il tasso di occupazione femminile è cresciuto di 6,4 punti percentuali: un segnale positivo che però cela squilibri profondi. A trainare l’aumento sono state soprattutto le over 50 (+20 punti), mentre le giovani 25-34 anni segnano appena +1,4 punti. Proprio nella fascia in cui si investe in formazione e si costruiscono famiglie, il lavoro resta un miraggio per troppe. Nonostante i progressi, l’Italia resta fanalino di coda in Europa: occupazione femminile inferiore di 12,6 punti alla media UE, con un divario di genere di 17,4 punti (quasi il doppio della media europea, 9,1). Nessuna regione del Sud ha raggiunto l’obiettivo del 60% fissato dalla Strategia di Lisbona: essere donna e vivere al Sud significa, troppo spesso, partire in svantaggio.

Tra figli e contratti a termine

Non basta avere un impiego per sentirsi sicure. Solo il 53,9% delle donne ha un lavoro “standard” (tempo indeterminato o autonomo con dipendenti) contro il 70% degli uomini. Quasi una su quattro è “vulnerabile”: contratti a termine o part-time. Colpisce soprattutto giovani (38,7%), basse qualifiche (31,7%), Mezzogiorno (31,2%), straniere (36,5%). Tra i 25 e 34 anni, meno della metà delle madri lavora. Se una donna vive sola, ha il 69,3% di probabilità di essere occupata; se è madre in coppia, scende al 57,2%. Per i padri in coppia l’occupazione sfiora l’86%. L’Italia continua a chiedere alle donne di scegliere tra lavoro e famiglia.

Più competenze, meno carriera

Paradosso italiano: le donne sono mediamente più istruite degli uomini (68% con almeno un diploma contro 62,9%), ma non ne ricavano vantaggi proporzionati. Persistono segregazioni orizzontali e verticali: quasi la metà delle donne si concentra in appena 21 professioni, mentre per gli uomini la distribuzione copre 53. Solo il 28,8% delle imprese è guidato da donne; nei consigli regionali sono il 24,5%, in Parlamento il 33,6%. Il potere, anche economico, resta prevalentemente maschile.

Il nodo dei salari

I contratti “non standard” alimentano il divario retributivo. A parità di lavoro dipendente, le lavoratrici guadagnano in media 6.000 euro l’anno in meno dei colleghi. Le retribuzioni femminili sono cresciute del 5% negli ultimi anni (contro il 3,2% degli uomini), ma non basta: la distanza affonda in stereotipi, discriminazioni e carenza di politiche strutturali.

Dal privilegio al diritto

Crescono le coppie paritarie (dal 27,8% al 29,8%), dove entrambi lavorano e guadagnano in modo simile. Qui il 63% dei partner si dichiara molto soddisfatto della propria vita; nelle famiglie monoreddito maschile la soddisfazione scende al 40%. Il tetto di cristallo resta sospeso, ma le crepe aumentano.

Le crepe aumentano

La condizione lavorativa femminile può e deve migliorare. Servono coraggio istituzionale e imprenditoriale, equità nei carichi familiari, politiche di lungo periodo, servizi per l’infanzia, contratti stabili e carriere basate sul merito. Lavorare non può essere un privilegio: deve essere un diritto per tutte.

Condividi