Notaresco ha quell’aria tranquilla di chi ne sa più di quanto lasci intendere. Sembra composta, quasi timida, e invece sotto sotto ha sangue franco che le scorre nelle vene. Pare infatti che all’inizio si chiamasse Lotaresco, “terra di Lotario”, nipote di Carlo Magno. Insomma, gente abituata a comandare, ma con discrezione. E questa cosa dell’accoglienza qui non è mai stata un dettaglio folkloristico: nel Cinquecento esisteva una regola ufficiale che obbligava le famiglie a regalare una giornata di lavoro a chi arrivava da fuori per stabilirsi. Altro che integrazione, qui si partiva direttamente con rimboccarsi le maniche insieme. Un tempo questa attitudine riviveva nel Palio dell’Accoglienza, che non è una rievocazione qualunque, ma una dichiarazione d’identità, chissà se si tornerà a fare…
SAN CLEMENTE, IL SILENZIO PARLA
San Clemente al Vomano torna spesso nei discorsi, e non solo per la sua bellezza sobria. La leggenda racconta che a volerla fosse Ermengarda, principessa innamorata di questi luoghi, che decise di lasciare qui un segno tangibile del suo sentimento. E in effetti la chiesa non fa scena, non alza la voce, ma quando entri ti mette in modalità silenzio automatico. Elegante, equilibrata, con quell’aria da “sono qui da secoli, rilassati”.
DUCATI, CARBONARI E IDEE FORTI
Anche il palazzo che oggi ospita il Municipio ha una storia da raccontare. Fu costruito nel Seicento da Monsignor Giuseppe Acquaviva d’Aragona e, per chiarire subito le intenzioni, costò la bellezza di quattromila Ducati. A Notaresco, quando si costruiva, lo si faceva sul serio. E se qualcuno pensa che questo borgo sia sempre stato solo quiete e sonnellini al sole, sappia che nell’Ottocento qui giravano idee forti, carbonari, mazziniani e una certa voglia di cambiare le cose. Altro che paese addormentato.
NORMALITÀ OSTINATA
A poca distanza, Guardia Vomano cambia ritmo ma non spirito. Qui la normalità è una cosa seria. Il tempo non corre, semmai passeggia. Non c’è il treno che arriva fin sotto casa, la tecnologia è discreta, e le parole sono quelle di una volta. Tipo “G-gomma”, che non è un errore ma una resistenza culturale. Qui le cose non si aggiornano per forza.
IL GIGANTE EDUCATO
Il Gran Sasso fa la sua comparsa sullo sfondo come un gigante educato: enorme, silenzioso, sempre presente. Le campane suonano, la gente entra ed esce dalla chiesa di San Rocco, qualcuno lavora, qualcuno aspetta, qualcuno guarda il panorama come se fosse la prima volta, anche se lo vede ogni giorno. Dentro, la luce arriva piano, poi all’improvviso si accende tutto e capisci che anche qui l’essenziale basta e avanza.
STORIE CHE TORNANO
E poi c’è ancora lei, San Clemente, che a Guardia Vomano si prende la scena senza rubarla. Vicina al cimitero, che qui non mette malinconia ma aggiunge poesia, con le fondamenta antiche visibili sotto i piedi e il silenzio giusto per ascoltare anche i pensieri. Le storie si intrecciano, tra chi è partito lontano e chi torna sempre, perché certi luoghi non ti lasciano davvero andare.
RATAFIA, CALANCHI E FILARI
Fuori la vita è fatta di cose semplici: bambini che giocano, sedie sull’uscio, sguardi lanciati verso il belvedere. Un bicchiere di ratafia in mano e il mondo sembra improvvisamente meno complicato. Montagna e mare sono a mezz’ora di distanza, ma nessuno ha fretta di scegliere. I filari di Montepulciano accompagnano lo sguardo, i calanchi si aprono all’improvviso come ferite bellissime, e tutto torna al punto di partenza.
LA BELLEZZA CHE NON FA RUMORE
Qui la bellezza non fa rumore. Sta ferma, aspetta, e quando meno te lo aspetti ti prende. Piano. Come fanno le cose migliori.