di Barbara Carbone
Tre storie diverse, unite dallo stesso tragico epilogo e da una domanda che continua a restare senza risposta: si poteva intervenire prima? Le vicende di Noemi Durini, Marianna Manduca, Gabriela Trandafir e della piccola Renata sono state al centro dell’incontro “Non solo 8 marzo – Storie di donne e giustizia negata”, promosso dall’Associazione Giornaliste Italiane presso CEOforLIFE, a pochi passi da Montecitorio. Un confronto tra familiari delle vittime, istituzioni, magistrati, forze dell’ordine e giornalisti per riflettere sulle criticità del sistema di tutela e su cosa accade quando la violenza contro le donne non viene riconosciuta o fermata in tempo. A moderare il dibattito la giornalista Rai Ilenia Petracalvina, rappresentante dell’Associazione Giornaliste Italiane. Tra i partecipanti anche il ministro per le Pari Opportunità e la Famiglia Eugenia Roccella che ha richiamato l’attenzione sull’importanza della prevenzione e della corretta valutazione del rischio. «Ogni femminicidio spacca il cuore. Le leggi ci sono e sono state rafforzate ulteriormente ma bisogna puntare l’attenzione sulla valutazione del rischio perché da questo dipende tutto il resto – ha dichiarato il ministro – Abbiamo messo a disposizione gli strumenti legislativi, ora tocca ai magistrati applicarli».

Al centro dell’incontro tre casi che negli anni sono diventati emblematici delle criticità del sistema di tutela delle vittime di violenza. Come quello di Noemi Durini, la sedicenne uccisa nel 2017 dal fidanzato nelle campagne del Salento. Dopo una lite, la ragazza fu colpita e poi sepolta ancora viva sotto un cumulo di pietre. Un delitto che sconvolse l’opinione pubblica e che, nel tempo, ha sollevato interrogativi sulle dinamiche che avevano preceduto la tragedia. L’assassino di Noemi, a pochi mesi dal delitto, ha potuto beneficiare di permessi premio tanto da andare allo stadio e fare visita alla sua nuova fidanzata come se non fosse stato lui l’artefice dell’efferato omicidio. Non si da pace Imma Rizzo la mamma della ragazza che commossa spiega: «Il vero ergastolo è stato dato a me con un dolore che non potrà mai finire». Imma dal giorno dell’uccisione della sua bambina non ha mai smesso di combattere chiedendo pene più severe nei confronti degli autori di femminicidio. «Basta permessi premio a chi uccide le donne, ha detto durante l’incontro, presenteremo una proposta di legge per eliminare i permessi premio a coloro che si macchiano di femminicidi». Storia di malagiustizia anche quella di Marianna Manduca, uccisa nel 2007 in Sicilia dall’ex marito dopo anni di violenze e minacce. Prima del femminicidio la donna aveva presentato dodici denunce contro il suo aggressore. Denunce inascoltate e finite forse in qualche cassetto. Marianna non è stata protetta ed è stata massacrata. Poteva salvarsi? Sicuramente si se solo il suo grido d’aiuto fosse stato ascoltato. Un caso che negli anni è diventato uno degli esempi più citati di malagiustizia in Italia.

A ricordarla il cugino Carmelo Calì che, dopo avere adottato i figli di Marianna, da anni porta instancabilmente avanti attività di sensibilizzazione sul tema della violenza di genere. «L’importante è entrare nelle scuole e cambiare la cultura dei ragazzi, altrimenti non andiamo da nessuna parte» ha spiegato Calì. Avevano chiesto aiuto anche Gabriela Trandafir e sua figlia Renata, uccise nel 2022 a Cavazzona, nel Modenese dopo anni di violenze, vessazioni e torture. Anche in questo caso i segnali di pericolo erano stati numerosi ma nessuno le ha protette. Le due donne avevano denunciato l’aggressore undici volte prima del femminicidio. A ricordarle tra le lacrime è stata Elena Tiron, sorella di Gabriela e zia della bambina. «Bisogna fermare questa strage», ha detto. Accanto alle testimonianze dei familiari sono intervenuti anche professionisti e rappresentanti delle istituzioni, tra cui l’avvocata Barbara Iannuccelli, la giornalista Rai Vittoriana Abate, il giornalista e opinionista Roberto Alessi e il magistrato Valerio De Gioia. Gli interventi hanno evidenziato alcune delle criticità ancora presenti nella gestione dei casi di violenza di genere a partire dalla capacità di riconoscere tempestivamente le situazioni di rischio. «I giudici non sempre valutano correttamente la violenza di genere – ha osservato Abate ricordando il caso di Noemi Durini e sottolineando che – intervenire tempestivamente può essere vitale». Sul fronte operativo, le forze dell’ordine hanno ribadito l’importanza degli strumenti di prevenzione previsti dal codice rosso. «I casi di violenza sulle donne sono all’ordine del giorno e la Polizia di Stato punta molto sulla formazione degli operatori», ha spiegato Luca Pipitone, dirigente della Divisione anticrimine della Questura di Roma. Tra le misure più efficaci c’è l’ammonimento del questore nei confronti dell’aggressore. Nel 2024, ha ricordato Pipitone, l’80% dei soggetti ammoniti non è andato incontro a recidiva. Appassionato anche l’intervento del magistrato Valerio De Gioia che ha sottolineato come, nonostante negli ultimi anni il quadro normativo sia stato rafforzato, persiste un problema di applicazione della legge.

«La legge Roccella ha potenziato il codice rosso e introdotto strumenti come il reato di femminicidio e il braccialetto elettronico – ha detto De Gioia – Il problema è che le disposizioni non vengono applicate. Deve esserci la responsabilità di chi sbaglia. Chi sbaglia deve pagare». Il confronto ha messo in evidenza la necessità di un dialogo costante tra magistratura, forze dell’ordine, avvocati e informazione, ma anche l’importanza di ascoltare le famiglie delle vittime, spesso impegnate da anni nel chiedere verità e giustizia. Con questo incontro l’Associazione Giornaliste Italiane ha voluto ricordare che la riflessione sulla violenza contro le donne non può esaurirsi nella ricorrenza dell’8 marzo. Le storie di Noemi Durini, Marianna Manduca, Gabriela Trandafir e della piccola Renata restano ferite aperte ma anche richieste di cambiamento. È necessaria una giustizia “più giusta”, rapida e capace di proteggere chi trova il coraggio di denunciare. Perché dietro ogni vittima di femminicidio c’è una storia che, ancora oggi, continua a chiedere giustizia. E una domanda che ancora pesa come un macigno: se si fosse intervenuti prima, quelle vite si sarebbero potute salvare?
