Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

“Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono”

Elisabetta Mancini

 

Abate e Calabretta indagano sulla ferita aperta: il femminicidio.

In un Paese in cui il femminicidio continua a rappresentare una ferita aperta, i nomi delle vittime scandiscono il tempo della cronaca italiana e interrogano la coscienza collettiva. Non sono solo casi giudiziari, ma storie interrotte di donne, madri, figlie, fidanzate, mogli, sorelle; sono relazioni malate, segnali ignorati, responsabilità condivise. Ci troviamo davanti a un fenomeno sistemico che non può essere relegato alla cronaca nera, ma che rappresenta un’emergenza collettiva.­ Un’emergenza che la giornalista Rai Vittoriana Abate e l’avvocato Cataldo Calabretta conoscono bene e lavorando in sinergia e mettendo in campo le rispettive competenze, i due professionisti hanno dato vita al saggio “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” per Graus.

Edizioni, con la prefazione dell’onorevole Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta su Femminicidio e violenza di genere.­ Attraverso le storie delle vittime di femminicidio e le testimonianze di donne sopravvissute alla violenza, Abate e Calabretta intendono scardinare la lettura patriarcale che ancora oggi condiziona il modo in cui il fenomeno viene raccontato e compreso.­ Ci troviamo, scorrendo le pagine, di fronte a nomi che l’opinione pubblica ha imparato a conoscere: Chiara Poggi, Giulia Cecchettin, Federica Torzullo , Elisa Claps, Giulia Tramontano, Elena Ceste. Vicende diverse per contesto, età e territorio, ma accomunate da una stessa matrice di violenza.­ Da queste storie prende forma un’inchiesta giornalistica rigorosa e documentata, costruita pagina dopo pagina attorno a ciascun caso: non solo una cronologia dei fatti, ma un’analisi che scava nei contesti familiari, nei segnali di controllo, nelle dinamiche di possesso e nelle falle del sistema di prevenzione.­ Il libro affronta uno dei nodi più insidiosi del dibattito pubblico: la narrazione dei “bravi ragazzi”, uomini descritti come insospettabili e ben inseriti nel contesto sociale, che “improvvisamente” si trasformano in assassini. Una lettura che rischia di oscurare i segnali pregressi di controllo, manipolazione e violenza.­ Nel saggio non c’è spazio per narrazioni indulgenti o letture sentimentalistiche dei responsabili. Gli autori riportano il fenomeno alla sua natura reale: un omicidio di genere che affonda le radici in una cultura del possesso ancora oggi normalizzata e sottovalutata. La postfazione del libro è dell’avvocato Claudia Eccher, componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Come si legge nell’introduzione firmata da Vittoriana Abate, occorre “saper cogliere i primi segnali, senza sottovalutare neanche una spinta, perché uno schiaffo non è solo un colpo al viso. È un gesto che rappresenta un fortissimo abuso, una volontà di ferire il corpo e di insultare l’anima”.­ A chiudere il volume, una sezione di approfondimento con i contributi di avvocati, magistrati, politici, psicologi e giornalisti offre uno sguardo multidisciplinare su quello che troppo spesso viene definito un “raptus di follia improvvisa”.­ Dal 2019, ricorda l’avvocato Calabretta, è in vigore la legge denominata “Codice Rosso”, che ha introdotto un sistema di misure più incisive per contrastare la violenza di genere, inasprendo le pene, rafforzando la tutela delle vittime e considerando con maggiore rigore il rischio di reiterazione fino all’approvazione della legge n. 181 del 2025 che ha introdotto il reato autonomo di femminicidio punito con l’ergastolo. Una scelta chiara: la violenza contro le donne non è un reato minore, ma una priorità dell’ordinamento giuridico italiano.

 

 

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