Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

Nicky Marcelli: “Le ragazze sono in giro”, adolescenza dorata e tragicomica di cinque sedicenni alle porte di Roma nei primi anni Duemila

(Lisa Bernardini)

La critica e il pubblico hanno definito Niky Marcelli in modi diametralmente opposti: dal “Dan Brown italiano” al “raffinato esteta dannunziano”, fino a epiteti decisamente più coloriti sulla sua testardaggine. Un personaggio eclettico – qualcuno definirebbe bizzarro – dalle molte manie, e dai pensieri sul mondo che trovano nella ironia e nel sarcasmo uno stile di vita. Crede che la cultura debba avere libertà di espressione, ma rifiuta l’insulto, perché esula dal confronto dialettico. Giornalista e scrittore, è nato a Milano ma si è
trasferito quasi subito a New York e successivamente a Roma. Cronista investigativo e critico di spettacolo, è stato uno dei «padri fondatori», nonché caporedattore, del settimanale satirico e di controinformazione La Peste, per il quale ha firmato numerose inchieste. Ha collaborato in seguito con svariati quotidiani, tra cui L’Umanità, Il Giornale d’Italia, L’Avanti, Libero; con iperiodici Audrey, Avvenimenti, e con molte trasmissioni di successo della Rai, tra cui Via Teulada 66, Piacere Rai Uno, In Famiglia, Domenica In. Come autore ha firmato nel 1993 il primo varietà prodotto e trasmesso dall’allora Tele Monte Carlo: Specchio delle mie brame – in collaborazione con l’agenzia Elite di John Casablancas – e, in teatro, la commedia Capolinea, rappresentata con successo nelle stagioni 1997/98 e 1998/99. E’ poi iniziata una lunga carriera di scrittore, con un seguito di lettori per lo piu’ da giallista. Il suo ultimo romanzo, pero’, devia dai precedenti lavori editoriali. Esce nelle librerie oggi 6 luglio, e potremmo definirlo un capolavoro di nostalgia, “Le ragazze sono in giro” per i tipi di Officine Pindariche, dove Marcelli abbandona il noir per
raccontare l’ adolescenza dorata e tragicomica di cinque sedicenni alle porte di Roma nei primi anni Duemila. Abiti sartoriali e intricate trame gialle: il pubblico è abituato a conoscere Niky Marcelli così. Eppure, l’irriverente scrittore ha deciso di spiazzare i suoi lettori. Con il suo nuovo romanzo, Marcelli abbandona le nebbie veneziane e la riviera cesenaticense per catapultare il lettore in un piccolo borgo medievale lungo la via Cassia, direzione Viterbo. Una trama avvicente, personaggi tratteggiati con sfumature psicologiche ipnotiche e, soprattutto, una estate – quella del 2005 – che i lettori non dimenticheranno mai. Lo abbiamo incontrato a Roma, dove vive parte dell’anno. Il resto lo divide tra Cesenatico e Venezia, luoghi di ambientazione finora dei suoi romanzi.
Come potremmo definire “Le ragazze sono in giro”? E perché questo titolo?
Potremmo definirlo un teen dramedy e il titolo è chiaramente ispirato ad una canzone di Luciano Ligabue. In effetti, cosa fanno cinque amiche adolescentiin estate? Vanno “in giro”, si divertono, hanno avventure e – in mezzo a tutto ciò, che può sembrare meramente ludico e superficiale – comunque crescono e si formano.

Lei tratteggia un quadro di un’adolescenza dorata e un po’ folle: quanto si è ispirato alla realtà che si respirava negli anni 2000? E come vede l’adolescenza di oggi?
Oltre che ispirarmi alla realtà di quegli anni, mi sono anche ricordato della mia, di adolescenza, che non era molto diversa, se non per il fatto che negli anni Duemila gli adolescenti cominciavano ad essere “tecnologici”, mentre noi ragazzi degli anni Settanta ed Ottanta eravamo completamente analogici. L’adolescenza di oggi, sinceramente, la conosco meno. Ma, da quel che mi sembra di vedere, mi sembra  molto più complicata e, forse – ma potrei sbagliarmi – anche meno divertente.

Con “Le ragazze sono in giro” lei non rinuncia alla sua penna più affilata, e tra le pagine del romanzo emerge una feroce e brillantissima satira sui nostri tempi, capace di far ridere, commuovere e, soprattutto, riflettere. In breve, che tempi stiamo vivendo oggi?
Mala tempora currunt! Stiamo vivendo un tempo in cui sono diventati realtà quotidiana il cinismo e la cattiveria, a volte paradossali, che ci divertivano nelle commedie di Mario Monicelli e Dino Risi. Soprattutto – come racconto nel libro – da parte di certi programmi televisivi di cosiddetto “infotainment”.

Tra tutte le etichette che le hanno affibbiato come scrittore, qual è quella in cui si riconosce di più, e quale la diverte maggiormente?
Non ho mai amato le etichette e mi sono sempre piccato di essere inetichettabile. Sarà anche per questo che me ne hanno affibbiate parecchie, non sempre veritiere e non tutte lusinghiere. Tra queste ultime, tuttavia, ce ne sono di molto divertenti, tra cui: “sotto il cappello, niente”.

Lei è cresciuto in un ambiente straordinario: la prima a vederla nascere fu Oriana Fallaci, a quattro anni è stato sulle ginocchia della Regina d’Olanda, e tra le mura di casa passavano Fellini, Pasolini e Moravia. Che effetto fa crescere tra i giganti della cultura del Novecento? Ha mai sentito il peso di questo bagaglio o è stato un naturale stimolo creativo?
Provengo, da parte di padre, da una famiglia molto antica, che affonda le sue radici in laguna e poi è transitata per le Marche. Da parte di madre, da una famiglia altrettanto antica lombardo-veneto-romagnola, che ha sempre frequentato artisti e, a volte, ne ha anche espressi. Il risultato è che sono
sempre stato un po’ come il Landolfo raccontato da Enzo Jannacci in Prete Liprando. Ovvero, uno che pur attraversando i grandi avvenimenti della storia, nemmeno se ne rende conto. Nel senso che, per me – a parte Giuliana d’Olanda, che fu praticamente un incontro fortuito – questi “giganti” erano gli amici che giravano per casa tutti i giorni. Erano una specie di “zii”. Alcuni molto divertenti, altri più riservati. Mi sono reso conto soltanto in età più adulta, quando alcuni di loro erano anche scomparsi, chi fossero in realtà quei simpatici personaggi che mi hanno visto crescere. Se poi questo “bagaglio” sia stato uno stimolo creativo, lo è stato del tutto inconsciamente.

A soli sei anni ha preferito i pony di Villa Borghese alle riprese con Lucio Dalla per Gli eroi di cartone. Questa innata resistenza ai riflettori e alle “comparsate” è rimasta una costante nella sua vita, o la televisione l’ha poi conquistata quando ci è tornato?
Ho sempre avuto la tendenza a sottrarmi ai riflettori, forse per una forma di discrezione o, più probabilmente, per timidezza. Anche in televisione, dove ho lavorato per quasi quarant’anni, sono sempre rimasto dietro le quinte, e l’unica volta che ho fatto un servizio esterno in cui comparivo, non lo hanno
mandato in onda. Mi rendo conto oggi che, nella cosiddetta “civiltà dell’immagine”, non sia stata esattamente la mia scelta più intelligente. Tra i suoi motti spicca: “Per difenderci dagli insulti dell’età che avanza ci restano solo lo stile e l’eleganza”.

In un’epoca che celebra il comfort a tutti i costi e lo sdoganamento della tuta, la sua difesa del tabarro, del cache- col e del cappello su misura è un atto di resistenza culturale o puro piacere personale?
Entrambe le cose. Mi fa orrore questa rincorsa verso il basso in qualsiasi campo della vita, e mi addolora che in un Paese che, insieme alla Francia, ha creato la Moda, la gente vada in giro vestita come se fosse “scappata di casa”, inseguita dalla piena del fiume o da un terremoto. Soprattutto in estate. Un malinteso concetto di “comodità” ci ha trasformati sempre di più, anche nell’aspetto, in un popolo sciatto. E, inoltre, penso che più una persona invecchia, perdendo la cosiddetta “bellezza dell’asino”, più dovrebbe curare
il proprio stile. È una questione di dignità.

Lei ha bandito tassativamente i sandali (li concede solo ai frati) e i pantaloni corti sopra i 10 anni. C’è un barlume di speranza per l’eleganza maschile contemporanea o crede che la battaglia contro la camicia a maniche corte sia ormai persa?
Sono tendenzialmente ottimista, ma la vedo veramente grigia! Ogni tanto, camminando per strada, qualcuno mi fa dei complimenti per l’outfit. A me verrebbe da rispondergli “puoi farlo anche tu”. Vestirsi dignitosamente non è un lusso, e non è necessario il sarto. Ci sono molte aziende che propongono dei buoni abiti a prezzi accessibili. Perché la maggioranza delle persone -ripeto, soprattutto in estate – continua a vestirsi come se lo zio cieco avesse pescato per loro, a caso, sulla bancarella? Oltretutto, riescono ad essere tutti più o meno uguali, quasi fossero in divisa. Una versione più mentecatta dei cinesi ai tempi di Mao.

Tra le sue abitudini, anche quella di indossare sempre due orologi contemporaneamente. Senza svelare troppo per non togliere il mistero, qual è il valore – simbolico o pratico – che si cela dietro questo doppio ticchettio?
Un valore doppiamente affettivo, ma è una storia troppo lunga. La sua colazione è un dogma: cappuccino con cacao e bombolone alla crema, ovunque si trovi, persino mobilitando il personale dei grandi hotel.

Questa ricerca metodica della perfezione nella routine mattutina si riflette anche nella struttura geometrica dei suoi gialli?
Ormai la quotidianità del bombolone è diventata settimanale per ragioni di salute, ma il bombolone deve essere comunque ottimo. Per questo, se l’hotel ne è sprovvisto, lo faccio prendere altrove. Ma non è una ricerca della perfezione: è che sono terribilmente abitudinario e anche, lo confesso, un po’viziato. La ricerca della perfezione nei miei libri, non solo gialli, si deve invece al mio voler evitare di scrivere castronerie. E, nonostante i miei sforzi, ogni tanto qualcuna scappa fuori!

Ha dichiarato di essere meteoropatico e di non riuscire a scrivere se il cielo è coperto o piove. Come si gestisce una scadenza editoriale quando il meteo non è d’accordo, e quanto le nebbie dei suoi noir (come a Venezia o Cesenatico) sono in realtà un riflesso del suo desiderio di sole?
Per fortuna non ho scadenze, quindi mi gestisco il mio tempo come più ritengo opportuno. La mia meteoropatia mi spinge, di solito, a “spiaggiarmi” davanti al televisore in cerca di film o telefilm ambientati in estate o ai tropici, per vedere il sole almeno sul piccolo schermo. Le nebbie nei miei libri, quando vi
si trovano, sono funzionali al racconto e, oltretutto, io odio la pioggia. Non la nebbia che, al contrario, mi affascina: la trovo romantica. Dopotutto sono un uomo del Nord e mi piace camminare nella nebbia e immaginare cosa possa emergere all’improvviso. E non dimentichiamo che, quando si solleva, esce
sempre il sole!

Dopo anni in Rai è finalmente “andato in pensione” per fare esclusivamente lo scrittore. In che modo questa ritrovata e totale libertà professionale ha cambiato il suo approccio alla pagina bianca?
Ho senz’altro più tempo per dedicarmi a ma stesso e ai miei cari. A scrivere e a pensare a ciò che potrei scrivere. La pensione, in un’età in cui sono ancora molto attivo, è in effetti una grande libertà. Non mi considero nemmeno un “pensionato”, ma uno che vive di rendita.

Infine, a suggellare un momento di alto fermento professionale, anche un importante riconoscimento, il MarediCosta Speciale del Ventennale, in arrivo il prossimo 16 luglio a Cetara, all’interno della XX Edizione di...incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo.
Pensavo fosse un premio per il mio penultimo romanzo, Rosso Veneziano, invece mi hanno spiegato che è “alla carriera”. Vuol dire che qualcosa di buono l’avrò pur fatto, anche se spero che la carriera prosegua ancora a lungo.
(foto di Simona Poni)

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *