Nadia Roccia, uccisa a 18 anni dalle sue amiche: l’omicidio che sconvolse l’Italia diventa un docufilm
Tra le testimonianze di Migliori amiche, il docufilm di Luciano Toriello, quella di Rita Montrone, all’epoca ispettore della Polizia di Stato in servizio alla Squadra Mobile di Foggia.
(di Maria Antonietta Piscitelli)
Ci sono fatti di cronaca destinati a sopravvivere al tempo, non soltanto per la violenza con cui irrompono nella vita di una comunità, ma per gli interrogativi che continuano a lasciare dietro di sé. Quello di Nadia Roccia è uno di questi.
È il 14 marzo 1998. A Castelluccio dei Sauri, piccolo centro della provincia di Foggia, Nadia, appena diciottenne, viene trovata senza vita nell’autorimessa della famiglia Botticelli. La scena sembra raccontare un suicidio, ma si tratta di una messinscena per depistare le indagini. Gli accertamenti, infatti, conducono presto in tutt’altra direzione: Nadia è stata uccisa.
L’attenzione degli investigatori si concentra su due ragazze che la vittima conosce molto bene: Anna Maria Botticelli e Maria Filomena “Mariena” Sica, sue care amiche. E non si sbagliano. Quel giorno Nadia viene aggredita e strangolata proprio da loro. Poi, nel tentativo di far apparire la sua morte come un suicidio, lasciano anche una falsa lettera d’addio, dattiloscritta su un foglio che Nadia era stata precedentemente indotta a firmare.
La vicenda assume contorni sempre più inquietanti. Vengono avanzate diverse ipotesi sul movente, ma nessuna riesce a spiegare fino in fondo il perché di quell’omicidio, reso ancora più anomalo dall’età delle protagoniste, dal profondo legame di amicizia che le univa e dalle modalità con cui viene concepito e portato a compimento.
Tra gli investigatori c’è anche Rita Montrone, unica donna della Polizia impegnata nel caso. A quasi trent’anni di distanza, quella stessa vicenda la vede tra le testimonianze di Migliori amiche, il docufilm di Luciano Toriello presentato proprio in questi giorni al pubblico. L’opera propone anche materiale audiovisivo inedito, tra cui le riprese integrali dell’incidente probatorio del 1998, insieme a immagini di repertorio e nuovi contributi.
Quella di Rita Montrone è dunque una voce privilegiata: partecipa direttamente alla ricostruzione dei fatti e oggi può rileggerli alla luce di una lunga carriera, conclusasi con il grado di commissario capo. Una vicenda tutta al femminile, ma su fronti opposti: una giovane vittima, due assassine e, dalla parte della legge, una donna chiamata a fare luce sull’omicidio.
Dottoressa Montrone, quale fu concretamente il suo ruolo nelle indagini sull’omicidio di Nadia Roccia?
«Ricordo benissimo quella mattina. Insieme a un collega mi recai a Castelluccio dei Sauri, dove era stata segnalata la morte di una ragazza, inizialmente ritenuta suicida. Durante il sopralluogo ci accorgemmo subito di diverse anomalie rispetto alla versione fornita da Anna Maria Botticelli e Maria Filomena Sica ai carabinieri.
L’attività investigativa proseguì per quasi 48 ore in maniera serrata. Nonostante le captazioni ambientali e gli accertamenti effettuati, non avevamo ancora elementi sufficienti per attribuire la responsabilità alle due ragazze. La svolta arrivò quando rimasi sola in macchina con Maria Filomena Sica.
Cercai di instaurare con lei un rapporto di fiducia. Mi disse che avrebbe raccontato tutto soltanto se l’avessi lasciata scappare. Glielo lasciai credere. La mia rassicurazione la convinse a raccontare le modalità dell’omicidio. L’ascoltavo con attenzione, ma tra me e me non riuscivo a capacitarmi che lei e la sua amica avessero commesso un delitto così efferato.»
Furono quindi le dichiarazioni di Maria Filomena Sica a dare la svolta decisiva alle indagini.
«La confessione rese possibile il fermo di entrambe, ma occorreva verificare ogni particolare. Partecipai a tutte le fasi investigative, compreso l’incidente probatorio nel garage della famiglia Botticelli, insieme alle due indagate.
Sul luogo del delitto procedemmo alla ricostruzione di quanto accaduto. Anche le condizioni ambientali e le temperature furono prese in considerazione: ogni elemento doveva essere verificato.»
E quale fu l’esito?
«Tutto avvenne nel buio. Anna Maria Botticelli spense la luce e Maria Filomena Sica aggredì Nadia alle spalle, stringendole una sciarpa intorno al collo, mentre Botticelli la istigava a stringere sempre più forte. Nadia cercò disperatamente di opporsi e di lottare per la propria vita, ma morì strangolata.
Botticelli, per accertarsi che fosse realmente morta, salì poi con le scarpe sul suo sterno, provocandole persino un’incrinazione. Un gesto di una brutalità sconvolgente, compiuto quando Nadia non poteva più difendersi.»
Si parlò anche di una possibile matrice satanica. Da quali elementi nacque questa ipotesi?
«La pista satanica ebbe grande risonanza soprattutto sul piano mediatico. Vennero trovati elementi esoterici e Anna Maria Botticelli parlò di sogni e di una presunta indicazione proveniente dal padre defunto di Maria Filomena Sica. Secondo il suo racconto, quella figura apparsa in sogno aveva avuto un ruolo nell’idea di sacrificare Nadia. Noi investigatori, però, dovevamo distinguere ciò che veniva raccontato da quanto poteva essere concretamente verificato.»
Che impressione ebbe delle due ragazze e del rapporto che le legava?
«Ricordo ancora gli occhi di ghiaccio di Anna Maria Botticelli. Mi sembrò la personalità dominante tra le due. Difatti, secondo il racconto della Sica, era stata lei a convincerla a stringere la sciarpa intorno al collo di Nadia.
Il movente non fu mai accertato e questo contribuì a rendere la vicenda ancora più difficile da decifrare. Il criminologo Francesco Bruno lo definì un crimine identificativo, come una sorta di “follia a due”.»
Quanto è frequente che siano donne a commettere delitti di questa gravità?
«Ho incontrato donne autrici di reati contro il patrimonio, dedite allo spaccio di stupefacenti, coinvolte nella criminalità economica e, solo in alcuni casi, in reati contro la persona.
Gli autori degli omicidi sono nella stragrande maggioranza dei casi uomini, soprattutto all’interno delle relazioni affettive e familiari. Oggi quelli commessi contro mogli o compagne vengono definiti femminicidi.»
A quasi trent’anni di distanza, che cosa porta ancora con sé di questa vicenda?
«L’omicidio di Nadia Roccia è uno di quei delitti che il tempo non riesce a cancellare. Sono tante le cose che mi sono rimaste dentro: la giovane età della vittima, il dolore dei familiari e tutto ciò che ho appreso nel corso dell’indagine. Anche se la divisa è una seconda pelle che non riesci a togliere neanche quando torni a casa o vai in pensione, sotto c’è sempre un essere umano come gli altri.
Tutte le volte che lei mi viene in mente, mi sconvolge soprattutto pensare alla fiducia che aveva riposto nelle sue migliori amiche: quel giorno era stata invitata da loro per studiare insieme. Non poteva immaginare ciò che le avrebbero fatto.»
