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MI SENTO IN COLPA

MI SENTO
IN COLPA

Tra condizionamenti culturali, vissuti infantili e dinamiche relazionali, un approfondimento su come questo sentimento prende forma e su come interrompere i meccanismi che ne alimentano il potere.

di Maria Tinto

Sin dalla nascita, potremmo definirci tutti portatori di un peso che grava sulla nostra coscienza, una condanna che, in molti casi, ci accompagna per tutta la vita. Si tratta di una grave eredità che perviene da molto lontano, permeata da un’ideologia che la rende ancora più ferrea nel suo intendimento. Si tratta della “colpa” attribuita dai Padri del Cristianesimo al genere umano, quella di Adamo e quella di Eva, i personaggi nostri progenitori che, secondo il Credo del Cristianesimo, avrebbero dato origine alla storia dell’umanità e che si sono resi “colpevoli” del reato di disobbedienza, il cui fio peserebbe ancora sulle nostre teste. Considerato che, come affermava Stephen Hawking, «la capacità umana di provare senso di colpa è tale che le persone riescono sempre a trovare il modo di incolpare sé stesse».

Un’eredità che condiziona

Una sorta di predestinazione che conduce, in molti casi, a cercare i modi per fallire in ogni cosa, proprio come se si trattasse di una punizione senza limiti. È necessario, pertanto, rivolgere uno sguardo introspettivo a colui che potremmo definire come un “sabotatore” interno, che alimenta le nostre insicurezze ed i nostri dubbi, le volte in cui viene messo nella condizione di agire, riuscendo a minare le nostre imprese e far vacillare le nostre capacità e sicurezze. Vediamo più da vicino cos’è il senso di colpa.

Che cos’è il senso di colpa

In psicologia si può definire come quel sentimento di pentimento rispetto ad un’azione messa in atto, che si ritiene abbia causato un danno morale e/o materiale a qualcun altro. Generalmente si tratta di una o più persone verso le quali si nutre un sentimento di affetto o dalle quali ci si sente “considerati”, per cui non vorrebbe mai deluderle. È un sentimento che comporta un’afflizione e spesso diventa talmente insostenibile da non permettere di condurre una vita serena e appagante. Ha, infatti, la capacità di determinare un tale coinvolgimento della persona, al punto di indurla a rinunciare ai propri bisogni e necessità, in favore degli altri.

Quando diventa un freno

Il senso di colpa in molti casi rappresenta un freno per la persona che lo prova. Il pensiero di poter essere causa di infelicità altrui porta a non considerare la propria infelicità. Ci si sente bloccati, in un immobilismo che molto spesso conduce ad una vita depressa. Possiamo immaginarlo come un affilato filo rosso, che fa da sfondo a tanti disturbi psicologici. Liberarsene sembra impossibile, perché il pensiero insidioso della colpa arriva all’improvviso, squarcia il cielo terso e lo copre di nuvole minacciose.

Il prezzo di dire sempre sì

Anche se può sembrare impossibile, liberarsene diventa l’unico modo per vivere pienamente la propria vita, perché il senso di colpa diventa una macchia sul cuore, lo invade e ne riduce anche la capacità di amare. Molto spesso determina un comportamento assecondante verso le richieste degli altri: non si riesce a dire di no e si vive nella costante paura di poter sbagliare. Il pericolo è quello di trovarsi a vivere la vita che vogliono gli altri e non la propria. Mettere da parte sé stessi ed i propri bisogni favorisce comportamenti sempre più pretenziosi da parte degli altri. L’eccessiva disponibilità offerta viene considerata come “naturalmente” acquisita, senza riconoscerne il valore, generando svilimento, frustrazione e rabbia, spesso proprio verso le persone a cui non si riesce a dire di no. È evidente come questo vortice relazionale sia tossico per chi lo subisce.

Le radici nell’infanzia

La matrice del senso di colpa è riconducibile al vissuto dell’infanzia, perché è proprio in quegli anni che si formano le mappe del pensiero emozionale che accompagnano l’esistenza di ciascun individuo. Sono le figure di riferimento, nella maggior parte dei casi i genitori, a determinare le tracce emotive su cui si delineerà la qualità delle relazioni future. Uno dei fattori maggiormente favorenti questo sentimento è il giudizio a cui si viene sottoposti. Sentirsi giudicati costantemente può creare dubbi sulle proprie azioni e sulla loro bontà. Spesso gli adulti di riferimento non hanno coscienza dell’impatto delle loro parole sui bambini, parlando loro come a persone adulte e ignorando la fragilità evolutiva dell’infanzia.

mettere a tacere il "sabotatore"

Vediamo ora in che modo è possibile mettere a tacere quel “sabotatore” interiore. Innanzitutto comprendendo la disfunzionalità delle relazioni che hanno determinato o alimentato i sensi di colpa: questa consapevolezza rappresenta un primo strumento per uscire dalla trappola emotiva. Può essere utile considerare che quanto si è detto o fatto, nel momento in cui è avvenuto, rappresentava l’unica alternativa possibile. Ripensarci a posteriori non ha alcuna utilità, ma genera soltanto sofferenza. Come affermava Lutero, «qualsiasi cosa venga da noi compiuta non è opera del libero arbitrio, ma della pura necessità».

Il peso della necessità

Quando la necessità agisce in modo preponderante, le azioni compiute sono frutto dell’assenza di alternative di scelta. Spesso la “cosa giusta” coincide proprio con ciò che in quel momento viene fatto, anche se successivamente può essere riconsiderato. È in quel momento che il senso di colpa torna a mettere in discussione il nostro operato. Per liberarsi del “sabotatore inquisitore”, è necessario comprendere le cause che alimentano il vortice tossico delle relazioni assecondanti e dell’egoismo altrui. Infine, è fondamentale riconoscere la propria capacità di creare sia la propria felicità sia le proprie afflizioni: una presa di coscienza che rappresenta il primo passo verso il cambiamento e il miglioramento della propria vita.

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