Ci sono cose cui non si è preparate: non te le dicono, non ti informano. Ho scoperto che molte donne che perdono un figlio non ne parlano. È un tabù, quasi una vergogna. È un dolore intimo, profondo, che diventa quasi violento quando, nella stessa sala d’attesa di un ospedale, hai davanti altre donne con pancione, in pieno tracciato, e sei costretta ad ascoltare il suono dei cuoricini che cavalcano la vita mentre tu sei lì ad aspettare che ti portino via ciò che è rimasto di quel fiore che voleva sbocciare. Sono stata mamma tre volte in silenzio ed una nella discrezione assoluta, prima verso me stessa e poi verso gli altri.
Ho incontrato il primo battito di un cuoricino ed è stata la meraviglia della vita, un’emozione grande che si è poi infranta, qualche settimana dopo, nello sguardo vuoto di un ginecologo davanti al monitor mentre era in corso l’ecografia. «Purtroppo non ho buone notizie», è la frase che ha paralizzato il mio corpo e ha consentito quella che ho riconosciuto come una vera e propria “astrazione”: sono uscita dal mio corpo e mi sono guardata da fuori, mi sono vista e mi sono convinta di essere sprofondata in un “sogno profondo”. Non poteva essere vero. Non ho neppure avuto la forza di piangere. Le mie parole sono state essenziali: «Ho fatto qualcosa che non dovevo? Ora cosa dovrò fare? Qual è l’iter?».
Ho portato in utero un figlio senza battito per dieci giorni, senza saperlo. L’ho dovuto portare per altri quattro giorni consapevole che fosse lì. L’ho accarezzato, coccolato, accompagnato con dolcezza alla sua ninna senza fine. Ho retto grazie alla forza del mio compagno e mi sono ribellata alle frasi: «Può succedere. È la natura che seleziona. Sai quante come te? Dai, ne farai subito un altro». Poi è successo di nuovo. Ho fatto esami di approfondimento e seguendo la giusta terapia è arrivata la terza gravidanza. Nove mesi di paura, di cura e gioia. Le contrazioni, le urla, il parto, la Vita. Ed una mamma, una donna nuova. Dopo due anni un altro aborto.
La poliabortività è un marchio che si imprime nella carne, ti assuefà alla paura, alla perdita, e ti sdoppia: ci sei tu e c’è il tuo corpo. Tu che detesti il tuo corpo perché tuo nemico; il tuo corpo che cerca di mettersi a tua disposizione ma non ce la fa. E tu, a tua volta, devi accettarlo e rispettarlo, perché in fondo ci vivi dentro. La gravidanza che prosegue è il momento più “tuo” della vita, è il momento in cui poi ti ricongiungi al tuo corpo e, insieme, lavorate perché la terza parte di voi arrivi intera e sana alla meta. Per questo, nonostante tutto, bisogna crederci e non mollare. Non perdere la speranza, abbandonarsi alla fede se possibile.
Se crediamo, anche i miracoli possono accadere. Mia figlia è un miracolo, le ripeto sempre che deve guardarsi la pelle, perché quella pelle è sacra, sudata, faticata. È frutto dell’amore tra me e il mio uomo, ma anche di quello tra me e il mio corpo. Invito tutte le donne che restano in silenzio, a tutte le mamme bruscamente ed ingiustamente interrotte, a parlarne, a mostrare le loro emozioni represse. Può servire a tutte le altre.