A sedici anni la vita di Giulia Ghiretti cambia bruscamente. In pochi istanti, ciò che era dato per scontato – il corpo, il movimento, il futuro – va ripensato da zero. Sei mesi di riabilitazione, l’apprendimento della quotidianità, la fatica di crescere in fretta. Ma anche una verità detta senza sconti, nel momento più fragile: non tornerai a camminare, né a saltare. È da lì che nasce una forza che non ha nulla di epico e molto di reale. Campionessa paralimpica, donna, professionista, oggi Ghiretti parla di identità che si intrecciano, di limiti che non esistono se non per chi li guarda da fuori e di uno sport che chiede rispetto, prima ancora che visibilità. Un racconto lucido, diretto, che si sposta dalla retorica della resilienza alla responsabilità di essere sé stessi.
Guardando al suo percorso nello sport paralimpico e nella vita, quali esperienze l’hanno aiutata a crescere e a scoprire la sua forza interiore?
«Di fatto, da un momento all’altro, ti trovi a vivere da seduta. Nei sei mesi di riabilitazione in un centro, successivi all’infortunio e all’intervento chirurgico, dove ti insegnano tutto da zero per affrontare la quotidianità, sicuramente devi crescere velocemente: avevo 16 anni, in fondo. Credo però che la forza me l’abbia data mia madre, quando ero ancora in ospedale. Le ho chiesto se sarei riuscita a tornare a saltare sul trampolino elastico e lei, sincera e spietata, mi rispose che non solo non sarei tornata a saltare, ma nemmeno a camminare. Quella sincerità, dalla persona di cui mi fidavo di più al mondo, mi ha aiutata molto».
Nel suo libro “Sono sempre io” racconta momenti di sfida e resilienza: c’è un episodio che sente particolarmente vicino al suo percorso attuale e che vorrebbe condividere con i lettori?
«Dei tanti, vorrei condividere di quando ho preso la patente per il quad. Avevo il sogno di prendere la moto, ma l’infortunio l’ha impedito. Una volta tornata a casa dalla riabilitazione, ho ostinatamente voluto prendere la patente per il quad, ma non trovavo nessun
ingegnere della Motorizzazione che volesse prendersi la responsabilità, fino a quando invece ho trovato una persona che si è messa in gioco con me. L’esame pratico è stato infernale: freddo, pioggia e ho rischiato di ribaltarmi a causa di una buca in tangenziale. Eppure ce l’ho fatta: una soddisfazione enorme, contro i pregiudizi».
Ci racconti un momento in cui ha superato un limite che pensava impossibile, dentro o fuori dalla piscina.
«Non voglio deludere nessuno, ma non esiste quel momento. Magari superare quel limite sembra impossibile per gli altri, ma se io cerco di raggiungere un obiettivo, penso sia fattibile e do tutta me stessa. Questo capita nello sport e nella vita. Vincere la medaglia d’oro alle Paralimpiadi, per me, non era impossibile: difficilissimo, sì, ma sapevo che sarebbe potuto succedere. Così come completare la terza liceo con l’intero secondo quadrimestre a Villanova D’Arda, in riabilitazione: a tutti è sembrato impossibile, ma io sapevo che in un modo o nell’altro ce l’avrei potuta fare. Ho fatto una sorta di Dad, didattica a distanza, ben prima del Covid».
Come atleta, donna e professionista, sente che le sue diverse identità si influenzano a vicenda? In che modo?
«Ho tante identità, questo mi aiuta a crescere. Si aiutano a vicenda: metto il mio essere donna nel fare sport e metto lo sport nel mio essere donna. Mi stupisco quando in certi contesti, in cui penso di non essere all’altezza, alla fine ci salto fuori, forse proprio grazie alle risorse delle mie diverse identità che si uniscono in maniera sinergica, in Giulia».
Quale momento della sua carriera sportiva l’ha trasformata di più e perché?
«Rio, nel 2016, le Paralimpiadi. Lì ho cambiato percezione. Facciamo uno sport con poco seguito durante la stagione, ma alle Paralimpiadi scopri che invece c’è interesse e tanto. Capisci che lo sport è una cosa unica. Poi, l’anno scorso, a Parigi, quando ho vinto l’oro alle Paralimpiadi, un po’ mi sono trasformata. Non dico che ora sono appagata, tutt’altro, però sento di aver raggiunto un risultato che mi ha permesso di offrire il mio sguardo anche ad alti aspetti, più legati alla società, alla comunità, per cercare di trasmettere i valori dello sport anche fuori dalla vasca. Da qui anche il mio ingresso in giunta Cip, un ruolo che cerco di affrontare con impegno e responsabilità».
Lo sport paralimpico non ha ancora grande visibilità nei media. Secondo lei cosa si potrebbe fare per farlo conoscere e apprezzare di più?
«Per me non è tanto un problema di quantità, ma di qualità. La quantità viene di conseguenza. Bisognerebbe avere lo stesso livello dello sport tradizionale. Faccio un esempio: nel paralimpico, uno è campione per il semplice fatto di fare sport. Mai sentito parlare di “campione paralimpico” anche se non ha mai vinto niente? Sicuramente sì. Nessuno parlerebbe di campione per un calciatore di terza categoria. Oppure penso ad alcune telecronache, fatte da gente incompetente e senza alcuna capacità di catalizzare lo spettatore, che cambia puntualmente canale. Ripartirei dalla qualità e dall’attenzione agli aspetti tecnici e sportivi. Per carità, benissimo la narrazione sulle storie degli atleti, ma come un di più».
Che messaggio darebbe a una giovane lettrice che si sente diversa o in difficoltà perché non rientra in “standard” precostituiti?
«Chi rientra negli standard? Quali sono gli standard? C’è una normalità? Esiste la normalità? No. Alla giovane lettrice dare un consiglio: vai, fai, segui i tuoi sogni, lascia stare le aspettative degli altri su di te ma ascolta solo il tuo cuore e la tua testa. Rispetta te stessa e rispetta gli altri: il resto è un mondo di opportunità che ti aspetta. Ad essere inadeguato è chi si permette di dare giudizi, non tu. La normalità non esiste».
Qual è il valore o l’abitudine quotidiana che la aiuta a rimanere centrata e motivata anche fuori dalla vasca?
«Per me le regole sono due: umiltà e rispetto. Due armi potentissime».