Chi è Tony Pitony? Dipende da dove lo guardi. Se lo guardi dal palco, potresti pensare a un cantante fuori asse, sudato, teatrale, con una maschera che richiama Elvis e una discreta nonchalance verso qualsiasi regola dell’industria musicale. Se lo guardi da vicino, scopri che non è un cantante. È un attore. E pure formato: sette anni di accademia in Inghilterra, teatro, opere liriche. Uno che voleva inseguire il sogno americano versione “gangstar” e ha scelto Londra perché era l’America più vicina, ma soprattutto la patria del teatro. E già qui l’Analisi Transazionale – quella teoria della personalità che divide Tony in Genitore, Adulto e Bambino – inizia a divertirsi.
IL BAMBINO LIBERO
Partiamo dal Bambino. In Tony è enorme. Ma non è il bambino capriccioso: è il Bambino Libero. Quello che gioca, provoca, si espone. «C’ho la panza. Non sono un sex symbol». E lo dice con una serenità quasi sospetta. Anzi, rilancia: «Sono ingrassato apposta. Devo fare l’opposto di quello che è giusto per l’industria della musica». È un gesto chiarissimo: non compiaccio, non mi adeguo, non entro nel formato. Se l’industria dice “asciutto”, lui risponde “carbonara”. Il suo Bambino Libero è quello che usa parole scomode non per scandalizzare la zia, ma per dire: si può fare. Si può usare “culo” in una canzone e non crolla il teatro dell’opera. Si può fare il ridicolo. E, anzi, “chi fa il ridicolo è un genio”. Perché esporsi è un atto creativo. Perché il corpo – sudato e goffo – è più interessante di qualsiasi posa perfetta.
L’ADULTO LUCIDO
Ma attenzione: non è uno che si perde nel personaggio. Qui entra in scena l’Adulto. Quello serio. Quello formato. Quello che sa distinguere tra persona e progetto. Tony lo dice chiaramente: io so distinguere il personaggio dalla persona. E in un’intervista ha aggiunto una definizione che vale un manifesto: «Tony Pitony non è una persona, è un pensiero intrusivo collettivo». Non un alter ego fragile. Non una fuga. Un’idea. La maschera? Non serve a nascondersi. Serve ad amplificare. E, molto pragmaticamente, anche a proteggersi dalle «rotture di c…». Potremmo chiamarli dei confini sani. Lui li chiama buon senso.
SMONTARE IL RE
Ha scelto Elvis come simbolo. Non per venerarlo. Ma per smontarlo. «Anche i re, gli idoli e gli dei fanno la cacca». Traduzione: nessuno è sopra la propria umanità. Nemmeno il Re del Rock. È un’operazione quasi educativa: abbattere il piedistallo prima che qualcuno ci salga sopra lui. E infatti Tony rifugge il piedistallo. «La rigidità annichilisce l’artista». Nei suoi concerti non c’è distanza sacrale. C’è clima di famiglia. «Io sono lo zio brillo che canta». E in questa frase c’è tutto: l’arte che scende dal trono e si siede al tavolo, tra una battuta e un brindisi.
IO SONO OK, TU?
La sua posizione relazionale, direbbe l’Analisi Transazionale, è piuttosto sana: io sono ok, tu sei ok. Non c’è bisogno di adorazione. C’è bisogno di dialogo. «Qualsiasi cosa crei dialogo ben venga, quando è sano» Il pubblico non è massa. È complicità. «Tony lo scegli. O non lo trovi». Non ti insegue. Non ti convince. O ti riconosci o passi oltre.
SIRACUSA E LA TRANQUILLITÀ
Poi c’è Siracusa. «Città bella ma inutile». Una definizione che sembra una critica e invece è una dichiarazione d’amore. Perché quella bellezza vuota gli ha dato la tranquillità. E la tranquillità, dice, è sottovalutata. Milano sarebbe un milione di cose da fare. Siracusa è un milione di cose da essere. È la base sicura. Il posto dove non devi performare. E qui si capisce perché la crescita della popolarità lo lasci perplesso. «Purtroppo sto crescendo». Non è falsa modestia. È il timore che il dialogo diventi distanza. Che lo “zio brillo” diventi statua. E le statue, si sa, non fanno ridere. E soprattutto non fanno la cacca.
IL CONTENITORE TEATRALE
Se domani uscisse con un album di lirica, dice, nessuno si stupirebbe. Ed è vero. Perché Tony Pitony non è un genere. È un contenitore teatrale. È uno che ha studiato, che conosce la tecnica, ma sceglie di usarla per creare cortocircuiti. Non per rassicurare. In fondo, visto con l’Analisi Transazionale, Tony Pitony è questo: un Bambino Libero gigantesco che gioca con il corpo e con le parole; un Adulto lucido che sa esattamente cosa sta facendo; un Genitore interno poco moralista e molto protettivo. Non vuole essere perfetto. Non vuole essere divino. Non vuole essere industria. Vuole dimostrare che si può fare. Si può essere imperfetti, teatrali, un po’ ridicoli, molto umani. E trasformare tutto questo in rito collettivo. E forse il vero “pensiero intrusivo” non è lui. È l’idea che l’arte possa essere libera senza smettere di essere seria. Che un artista possa avere la panza. E che il Re del Rock, alla fine, sia uno come noi.