Linda Legname: “Senza istruzione non c’è libertà di scelta”
Caterina Banella
Linda Legname: “Senza istruzione non c’è libertà di scelta”. Intervista alla vice- presidente Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti
Quella di Linda Legname non è solo una storia di inclusione riuscita, ma il racconto concreto della determinazione personale che si trasforma in leadership quando incontra le giuste opportunità e una visione collettiva. Ipovedente grave fin dalla prima infanzia, siciliana di Gela, oggi cinquantenne, Linda ha dovuto rivendicare fin da giovanissima il proprio diritto allo studio e all’autonomia, anche quando intorno a lei prevalevano timori e protezioni eccessive. 
Un percorso tutt’altro che lineare che l’ha portata a percorrere, passo dopo passo, una traiettoria professionale e associativa solida, fino alla nomina a vicepresidente dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti. Una voce divenuta negli anni un punto di riferimento autorevole, capace di tenere insieme competenza, ascolto e responsabilità istituzionale.
In questa intervista Linda racconta cosa significa essere una donna ai vertici di una grande realtà associativa del terzo settore; come si costruisce una leadership che non rinnega le fragilità, ma le trasforma in risorsa, come l’inclusione vera si esprime anche grazie al coraggio di esporsi, denunciare e immaginare modelli diversi. Una testimonianza che parla non solo alle persone con disabilità, ma a tutte le donne che faticano a riconoscere e abitare fino in fondo la propria forza.
Linda, partiamo dall’inizio. Quanto è stato difficile, da bambina e poi da ragazza, affermare il tuo diritto a vivere come gli altri?
È stato difficile soprattutto perché, all’epoca, nella mia città, l’idea che una bambina ipovedente potesse studiare, laurearsi e costruirsi un futuro professionale non era affatto scontata. Ho dovuto insistere molto per conquistare i miei spazi, anche con la mia famiglia che resisteva non certo per mancanza d’amore, ma per paura. La paura di espormi, di soffrire, di non farcela. Io però sentivo chiaramente che studiare non era un “di più”, era la mia possibilità di autonomia. Difendere quel diritto è stata la mia prima vera forma di autodeterminazione.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che la tua fragilità poteva diventare una forza?
Non è stato un momento solo, ma un percorso. All’inizio ho vissuto la mia limitazione come qualcosa da compensare o addirittura da nascondere. Con il tempo e l’esperienza ho capito che riconoscerla, senza negarla, mi rendeva più lucida, più empatica, più capace di leggere la realtà e le persone. La vera forza non sta nella negazione delle proprie fragilità, ma piuttosto nell’imparare a conviverci senza farsene schiacciare.
Oggi sei vicepresidente di una delle associazioni del terzo settore più importanti in Italia. Che cosa significa, per una donna, arrivare ai vertici di un’organizzazione come UICI?
Significa assumersi una responsabilità doppia. Da un lato rappresentare una comunità numerosa e complessa, con esigenze reali e molto concrete. Dall’altro dimostrare con il lavoro di tutti i giorni che le resistenze e i pregiudizi tradizionali, purtroppo presenti anche nei nostri contesti associativi, non devono precludere alle donne l’esercizio di una leadership autorevole, non imitativa, fondata sull’ascolto e sulla competenza. Non credo nelle leadership “forti” nel senso muscolare del termine. Credo nelle leadership affidabili.
All’interno di UICI hai promosso molti progetti legati all’istruzione e all’autonomia. Quanto conta oggi l’educazione per una vera inclusione delle persone cieche e ipovedenti?
Conta tutto. Senza istruzione non c’è libertà di scelta. Lavoriamo molto su questo anche in collaborazione con altre realtà del settore tra le quali mi piace ricordare il Centro Helen Keller del quale sono stata presidente per sei anni, che svolge un lavoro straordinario di autonomia e riabilitazione delle persone con disabilità visiva, offrendo loro una grande opportunità di vita indipendente. Investire in formazione significa evitare che la disabilità divenga una condanna sociale oltre che una limitazione.
Un altro ambito a cui sei molto legata è quello della valorizzazione del cane guida. Perché è così importante parlarne ancora oggi?
Perché il cane guida non rappresenta solo un aiuto personale, ma diviene vero e proprio compagno di autonomia e di libertà. Questa la grande lezione che ho imparato da presidente del Centro Helen Keller. Eppure ancora oggi le persone cieche accompagnate dal proprio cane guida incontrano ostacoli nell’accesso a luoghi pubblici, mezzi di trasporto, spazi privati, a causa di pregiudizi duri a morire nonostante le sanzioni e le nostre campagne di sensibilizzazione. Difendere il ruolo del cane guida significa difendere il diritto alla mobilità e alla vita sociale delle persone non vedenti.
Ti sei esposta pubblicamente anche su un tema molto delicato: la violenza psicologica sulle donne cieche e ipovedenti. Come mai?
Perché esiste! Anche se risulta spesso invisibile. Le donne con disabilità sono più esposte a forme di controllo, svalutazione, isolamento. In occasione della Giornata nazionale contro la violenza sulle donne abbiamo voluto dare voce a storie troppo spesso annegate nel silenzio. Parlare di violenza psicologica significa riconoscere che la vulnerabilità non può e non deve mai diventare una comoda cornice dove compiere e nascondere odiosi abusi perfino sessuali.
La tua storia può essere di ispirazione anche per molte donne che non hanno una disabilità riconosciuta ma si sentono comunque “bloccate”. Cosa diresti loro?
La mia è solo una storia di normale e quotidiana lotta per la libertà. Non credo di essermi guadagnata alcun merito per poter dare consigli e suggerimenti ad altri. A me stessa ho sempre detto di non sottovalutare il peso delle paure interiori. Ci si può sentire “inermi” anche senza una disabilità. Non ci si deve identificare con quel che ci manca, ma valorizzare piuttosto ciò che abbiamo, per provare a costruire una vita personale e sociale fondata sulla libertà e sulla dignità. La fiducia in se stesse è fondamentale, ma va sempre accompagnata dalla consapevolezza e dall’umiltà: sapere che si può imparare sempre, cambiare idea, sbagliare, chiedere aiuto.
Che idea di leadership femminile ti guida nel tuo ruolo istituzionale?
Una leadership che non ha bisogno di alzare la voce. Che sa decidere quando occorre, ma anche farsi interrogare. Essere consapevole del proprio ruolo significa non dimenticare mai le proprie fragilità, anzi, farne uno strumento di relazione e di realizzazione. È questo, secondo me, che rende una leadership davvero inclusiva, consapevole, credibile.
Guardando al futuro, quale sfida senti più urgente per l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti?
Continuare a essere un punto di riferimento credibile, capace di innovare senza perdere il contatto con le persone. L’inclusione non è uno slogan: è un lavoro quotidiano fatto di ascolto, competenze, alleanze. E di donne e uomini che credono che la dignità non sia negoziabile.
