a cura della Redazione
Fuori dalle aule e dentro le aziende si parla sempre di competenze, lavoro e futuro. Ma quando si arriva alle discipline tecnico-scientifiche, quelle che chiamiamo STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), emerge un paradosso che pesa sulle scelte individuali e sul destino collettivo: le ragazze ottengono risultati eccellenti a scuola, spesso con voti superiori e percorsi di studio più rapidi rispetto ai loro coetanei maschi, eppure sono molto meno presenti nei percorsi formativi e professionali legati alla scienza e alla tecnologia. Una dinamica che non frena solo singole traiettorie di vita, ma sottrae opportunità all’intero Paese. Non è questione di talento. Le ragazze italiane vanno bene a scuola, si laureano con voti alti, mostrano competenze solide anche nelle materie scientifiche. Il problema non è individuale ma culturale: nasce da aspettative, stereotipi e modelli che agiscono molto prima delle scelte universitarie e professionali, influenzando ciò che viene percepito come possibile, desiderabile o adatto.
UN PARADOSSO EDUCATIVO
In questo contesto l’11 febbraio, Giornata internazionale delle donne e delle ragazze nella scienza, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, non è una celebrazione, ma un richiamo politico e culturale a uno scarto ancora aperto tra competenze reali e accesso effettivo ai percorsi scientifici e tecnologici. I numeri confermano che il divario non nasce nei risultati scolastici. In Italia le studentesse ottengono mediamente performance migliori dei ragazzi nel percorso secondario e universitario, ma la loro presenza nelle discipline STEM resta inferiore. Le donne rappresentano circa il 35–38% degli iscritti complessivi ai corsi universitari STEM, con percentuali che scendono sotto il 25% in ambiti come informatica e ingegneria. Il passaggio dalla scuola all’università diventa così un punto di dispersione del talento. Non per mancanza di capacità, ma per una frattura tra ciò che viene appreso e ciò che viene immaginato come futuro possibile.
LO SCENARIO
Il panorama descritto dal “Future of Jobs Report 2025” del World Economic Forum è chiaro: entro il 2030 le macro-tendenze economiche creeranno una crescita netta di 78 milioni di posti di lavoro a livello globale. In Italia, la sfida è il reperimento dei profili professionali necessari. Secondo le stime Unioncamere Excelsior (2025-2029), il mismatch tra domanda e offerta sarà critico: mancheranno all’appello tra i 3mila e i 5mila giovani l’anno nell’area scientifica (fisica, informatica e matematica) e fino a 10mila in quella ingegneristica. E nonostante questa domanda, il talento femminile resta ai margini: nel 2024, solo il 18,8% delle laureate ha scelto una disciplina STEM, contro il 40,2% degli uomini. In sintesi, meno di una donna laureata su cinque intraprende un percorso scientifico o tecnologico.
IL RUOLO DELLE IMPRESE
Il divario di genere nelle STEM non riguarda solo il sistema educativo, ma il mondo del lavoro e la cultura organizzativa. In Europa, le donne impiegate nelle professioni ICT si fermano intorno al 19–20%, mentre a livello globale la presenza femminile nella ricerca scientifica si attesta attorno al 33%. In questo spazio si muovono anche le imprese, chiamate non solo a intercettare competenze, ma a costruire ambienti capaci di riconoscerle, valorizzarle e renderle sostenibili nel tempo. In Italia, una delle realtà che lavora su questo fronte è Valore D, associazione di imprese impegnata nella promozione dell’equilibrio di genere e di una cultura inclusiva nelle organizzazioni. Il tema non è “portare più donne nelle STEM”, ma interrogarsi su quali condizioni rendano davvero accessibili e praticabili quei percorsi.
GLI OSTACOLI INVISIBILI
Secondo la presidente di Valore D, Cristiana Scelza, il nodo non è nelle competenze ma nel contesto che orienta le scelte, molto prima dell’ingresso nel mondo del lavoro. «Il problema non è il talento delle ragazze, ma le barriere culturali e strutturali che influenzano le loro scelte … già a sei anni molte bambine smettono di immaginarsi in un futuro scientifico», spiega. Dati confermati dall’Osservatorio D (Valore D e SWG): oltre una persona su tre ritiene le materie scientifiche più adatte agli uomini. Mentre l’immaginario collettivo associa ruoli come programmatore o esperto di cybersecurity alla figura maschile, alle donne vengono ancora attribuiti prevalentemente ruoli educativi o di supporto. Persistono, infatti, stereotipi che associano le discipline STEM a un’idea di lavoro freddo, astratto, poco compatibile con la dimensione relazionale o con l’equilibrio tra vita e lavoro femminile. Condizionamenti che incidono sulle aspettative delle famiglie, sull’orientamento scolastico e, di conseguenza, sulle opportunità professionali. «Accanto al lavoro sugli immaginari – sottolinea ancora la presidente di Valore D – è fondamentale rafforzare l’orientamento alle scelte formative e professionali, per aiutare ragazze e ragazzi a comprendere come stanno evolvendo il mercato del lavoro e le competenze richieste».
UNA PARITÀ CHE RIGUARDA TUTTI
Aumentare la presenza femminile nelle STEM non è solo una questione di equità. È una questione di qualità dell’innovazione. Team più eterogenei producono soluzioni più robuste, riducono gli stereotipi impliciti e migliorano l’impatto sociale delle tecnologie. Quando metà della popolazione resta ai margini dei settori che progettano il futuro, la perdita non è individuale ma collettiva: si riduce la capacità di leggere la complessità e di rispondere ai bisogni reali della società.
UN PUNTO DI PARTENZA
L’11 febbraio, dunque, non segna un traguardo, ma un punto di partenza. Serve a interrogarsi su come vengono costruiti i percorsi di orientamento, su quali modelli vengono proposti, su quali competenze vengono riconosciute come legittime e desiderabili. Ogni volta che una ragazza incontra una scienziata, un’ingegnera o una ricercatrice che le somiglia, non cambia solo una percezione: si apre uno spazio di possibilità. E senza possibilità immaginate, non esistono scelte davvero libere.
FARE, NON DIRE
Parlare di STEM significa parlare di futuro, lavoro e responsabilità culturale. Se il progresso sembra arrestarsi davanti a un limite invisibile, non è perché mancano le competenze, ma perché non abbiamo ancora imparato a riconoscerle tutte. Rompere quel limite non è un esercizio retorico. È una scelta concreta. Invertire la rotta richiede azioni sistemiche che partano dai banchi di scuola. «In questo contesto, la scuola gioca un ruolo decisivo – sottolinea Scelza – Lo vediamo anche dall’esperienza maturata con “Inspiring Girls”: quando ragazze e ragazzi vengono esposti a modelli professionali femminili diversi, cambia concretamente la percezione delle STEM e delle possibilità che queste offrono». Investire sull’orientamento e sulla formazione di chi accompagna le scelte educative – scuole, genitori e imprese – è una responsabilità da condividere, per evitare di perdere talento e garantire alle nuove generazioni pari opportunità di accesso alle professioni del domani, in particolare in ambito STEM.
