Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

IL VOLTO FEMMINILE DEI SERVIZI SEGRETI RACCONTATO DA MARIO CALIGIURI - Immagine IA

LE DONNE DELL'INTELLIGENCE

L’intelligence come metodo, cultura e funzione strategica dello Stato. Il professor Caligiuri racconta il ruolo storico e attuale delle donne nei servizi segreti: non comparse ma protagoniste, ieri nei salotti diplomatici, oggi ai vertici istituzionali.

di Patrizia Renzetti

Da Mata Hari alla Contessa di Castiglione, fino all’ambasciatrice Elisabetta Belloni: l’intelligence non è mai stata solo una faccenda da uomini. Le donne ci sono sempre state – talvolta leggendarie, talvolta istituzionali – e oggi la loro presenza contribuisce ad affinare uno sguardo meno rigido, più capace di cogliere sfumature e segnali deboli. Ce lo racconta il massimo esperto di intelligence in Italia, il professore Mario Caligiuri. Brillante, umano, con un anima profonda. Il professore è nato a Soveria Mannelli, la piccola Atene del Sud, tra cultura e bellezza, in una casa che oggi ospita una biblioteca privata con decine di migliaia di volumi. Suo padre Michele, il collocatore del comune, professione ormai scomparsa, aveva la passione dei libri. Tanto che oggi la biblioteca a lui dedicata e’ stata scelta come uno dei “luoghi del cuore” del Fai.

Come nasce l’interesse per l’intelligence? Semplice ma non troppo. Dalla cattedra in Comunicazione Pubblica all’istituzione europea, una matassa da esorcizzare per renderla comprensibile ai più. Questa è l’intelligence: raccolta, analisi e studio delle informazioni. Perché, al netto del fascino cinematografico, l’intelligence serve a una cosa molto concreta: garantire la vita dei cittadini attraverso le informazioni raccolte, analizzate e rese immediatamente utilizzabili. Tradotto: meno cliché da spy story, più intelligenza – anche femminile – applicata alla realtà.

Sicurezza e responsabilità: l’equilibrio tra forza, legge e decisione pubblica
Quando si parla di intelligence, l’immaginario collettivo è ancora fortemente maschile. È una percezione superata o rispecchia ancora la realtà?

«Il dato storico pesa sempre, però a livello internazionale si registrano cambiamenti notevoli. Il capo di uno dei più celebri servizi segreti del mondo, quello britannico, è stato una donna. Una piccola rivoluzione è avvenuta anche in Italia, quando il DIS – il Dipartimento che coordina l’organizzazione e il funzionamento delle due agenzie AISE e AISI – è stato guidato da una donna, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, già segretario generale della Farnesina. Momenti significativi che si inseriscono in quella che anni fa veniva definita la “rivoluzione silenziosa”, l’altra metà del cielo che progressivamente assume funzioni sempre più rilevanti in mondi tradizionalmente maschili, come l’intelligence e il governo».

Storicamente, che ruolo hanno avuto le donne nei servizi di informazione? Sono state davvero marginali o semplicemente poco raccontate?

«Hanno avuto da sempre un ruolo fondamentale nella raccolta delle informazioni, fin dall’antichità. Storicamente le donne non sono state affatto marginali nei servizi di informazione: semmai sono state poco raccontate o raccontate male. Fin dall’antichità hanno svolto un ruolo decisivo nella raccolta di informazioni, sfruttando ciò che spesso veniva sottovalutato – la loro presenza nei contesti sociali, diplomatici, familiari – trasformandolo in uno straordinario strumento di osservazione e influenza.
Alcune figure sono diventate leggendarie, come Mata Hari, entrata nell’immaginario collettivo più come femme fatale che come ingranaggio di un sistema informativo complesso. La sua vicenda, spesso narrata in chiave scandalistica, ha finito per oscurare il dato storico più interessante: le donne erano già pienamente coinvolte nei giochi di potere e nelle reti di informazione europee.
Altre sono state meno romanzate ma altrettanto incisive. La Contessa di Castiglione ebbe un ruolo significativo nelle dinamiche diplomatiche che accompagnarono l’Unità d’Italia, muovendosi con abilità nei salotti e nelle corti europee e contribuendo, attraverso relazioni e influenza personale, a orientare equilibri politici delicatissimi. Non un’eccezione isolata, ma un esempio di come l’intelligence, prima ancora di strutturarsi in apparati moderni, fosse fatta di relazioni, ascolto, capacità di leggere il contesto.
La storia dimostra quindi che le donne non sono state comparse, ma protagoniste silenziose. Se oggi emergono con maggiore visibilità nei ruoli ufficiali e ai vertici istituzionali, è perché si riconosce formalmente un contributo che, nei fatti, esiste da sempre.».

Immagine IA
Oggi qual è il ruolo delle donne nell’intelligence contemporanea? Penso alla leadership femminile, alle analiste strategiche, alle esperte di cyber intelligence. Cosa sta cambiando concretamente?

«Sta cambiando la presenza, che è sempre maggiore. La sensibilità femminile può affinare il lavoro dell’intelligence: l’universo maschile è a volte più unidirezionale, mentre la visione femminile tende a essere più globale e capace di cogliere diversi punti di vista. Apporti più diversificati – anche sotto il profilo di genere – potrebbero tendere a ridurre il rischio di letture univoche e autoreferenziali. In questo senso, la presenza femminile non è un elemento simbolico ma organizzativo: amplia lo spettro interpretativo e rafforza la qualità dell’analisi.

Quando si parla di “sensibilità femminile” non ci si riferisce a una categoria astratta, ma a competenze sempre più centrali che potrebbero avere miglioramento con il contributo femminile e maschile: capacità relazionale nella gestione delle fonti umane, attenzione ai dettagli nei processi analitici, propensione alla lettura a più livelli dei fenomeni: sociali, culturali, comunicativi. È un’evoluzione strutturale: l’intelligence contemporanea, sempre più interconnessa e multidisciplinare, richiede competenze trasversali e sguardi plurali. La crescente presenza femminile potrebbe contribuire a rafforzare questa trasformazione, incidendo sulla qualità dei processi decisionali e sull’efficacia complessiva del sistema».

In che modo uno sguardo diverso può influire sull’analisi, sulla prevenzione e sulle decisioni strategiche?

«Oggi c’è bisogno di pensiero laterale, di pensiero critico e anche contrario, per cogliere trasformazioni inedite nella storia dell’umanità. Serve uno sguardo differente, creativo, un approccio non tradizionale ai problemi. È necessario saper individuare i segnali deboli: quelli forti li vedono tutti, ma spesso portano da un’altra parte».

La sicurezza oggi riguarda sempre più la dimensione quotidiana: cyberstalking, radicalizzazione online, tratta, violenza digitale. In che modo l’intelligence può diventare una tutela concreta della vita delle donne?

«È uno strumento per tutelare la vita di tutti, quindi anche delle donne. Sono temi che vanno affrontati conoscendone le dimensioni reali, con realismo e non in modo moralistico, tenendo conto delle dinamiche globali che determinano trasformazioni e cambiamenti. Bisogna essere lucidi, come dice Yuval Noah Harari, in un mondo sommerso da informazioni irrilevanti».

L’intelligence porta la democrazia, dice spesso, cosa significa?

«L’intelligence è uno strumento che stabilizza la democrazia. Garantisce il bene fondamentale della sicurezza. Gli Stati nascono per garantire primariamente la vita dei cittadini, tutti gli altri diritti vengono dopo. La sentenza n. 86 del 1977 della Corte Costituzionale, che invita il Parlamento a regolamentare il segreto di Stato (da cui nasce la legge 801/1977), parla proprio della sicurezza come bene costituzionale preminente. Per garantire la vita, lo Stato ha bisogno di informazioni immediate e utilizzabili: questo è il compito dell’intelligence, raccogliere informazioni per consentire ai decisori pubblici di proteggere i cittadini e le istituzioni, soprattutto in democrazia».

Mario Caligiuri
Negli anni passati l’intelligence era percepita come qualcosa di nebuloso, quasi negativo… si parlava dei cosiddetti “servizi deviati”?

«Non esistono servizi deviati. Esistono casi individuali che hanno legittimato una visione opaca dei servizi, in Italia e altrove, anche perché le modalità operative richiedono riservatezza. In questo ambito possono verificarsi eventi non commendevoli, e in effetti sono accaduti. C’è una data precisa: il 7 gennaio 2015, l’attentato a Charlie Hebdo, da quel momento la parola “intelligence” è diventata ricorrente nei media, quasi come un’arma segreta delle democrazie contro il terrorismo. Ho notato una trasformazione culturale: da ambito indicibile a strumento della democrazia, da elemento esoterico per pochi a strumento di interpretazione della realtà. Oggi, oltre ad anticipare i fenomeni, l’intelligence serve soprattutto a interpretarli, in un contesto di crescente incertezza».

Possiamo dire che la sicurezza è un diritto di cittadinanza e che l’intelligence è anche uno strumento di protezione sociale?

«Senza dubbio. Per me l’intelligence è una necessità sociale: serve ai cittadini, alle aziende e anche allo Stato. È fondamentale per affrontare l’emergenza educativa e democratica del nostro tempo: la disinformazione. Viviamo in una società in cui la realtà e la sua percezione pubblica divergono profondamente. La dismisura dell’informazione e il basso livello di istruzione producono un cortocircuito cognitivo. In Italia, una larga parte della popolazione ha difficoltà a comprendere testi semplici e molti sono analfabeti funzionali. Sono le stesse persone che usano i social, rispondono ai sondaggi e votano. Questo impone una riflessione sulla democrazia nel XXI secolo».

Caligiuri accanto al ritratto della Contessa di Castiglione
Possiamo considerare l’intelligence come un comparto circoscritto dell’amministrazione pubblica o va intesa come una funzione strategica che permea l’intero processo decisionale dello Stato?

«Il termine “intelligence” indica almeno tre dimensioni diverse. La prima è l’apparato istituzionale: in Italia è disciplinato dalla legge, fa capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha un bilancio pubblico e vertici noti. È sottoposto a controllo parlamentare, esercitato dal COPASIR, il cui presidente è espressione dell’opposizione proprio per garantire il pieno rispetto della legge. Esistono compiti precisi, delimitati dalla normativa, e meccanismi di verifica che coinvolgono anche l’autorità giudiziaria.
La seconda dimensione è il metodo. Intelligence è il processo di raccolta, analisi e utilizzo delle informazioni per assumere decisioni. È il cosiddetto “ciclo dell’intelligence”: individuare il bisogno informativo, raccogliere dati, analizzarli, trasformarli in conoscenza utile per chi deve decidere. In questo senso, tutti utilizziamo quotidianamente un processo di intelligence quando selezioniamo informazioni per compiere una scelta. Non a caso, una delle definizioni più efficaci – pur riferita al mondo dell’impresa – è quella offerta da Bill Gates nel libro Business @ the Speed of Thought: “Il modo migliore per prevalere sugli altri è eccellere nel modo in cui si raccolgono, analizzano e utilizzano le informazioni”. È una definizione che descrive perfettamente il cuore del lavoro informativo.
La terza dimensione è culturale. L’intelligence, oggi, può essere letta come una necessità sociale. Serve allo Stato, ma anche alle aziende e ai cittadini. In un contesto dominato dalla disinformazione, il problema non è la scarsità di notizie, ma la loro sovrabbondanza unita a un basso livello di alfabetizzazione funzionale. La distanza tra realtà e percezione pubblica si amplia. Questo crea un cortocircuito cognitivo che incide direttamente sulla qualità della democrazia.
L’intelligence moderna è sempre più legata alla dimensione cognitiva: selezionare ciò che conta, distinguere segnali deboli da rumore di fondo, trasformare l’informazione in consapevolezza. L’intelligence opera in spazi che non sempre possono essere pubblici, proprio per garantire l’efficacia delle attività. Esistono strumenti particolari – come intercettazioni preventive oppure operazioni autorizzate in deroga – che sono consentiti solo entro perimetri rigorosamente stabiliti dalla legge e sottoposti a controllo. In Italia, il referente giudiziario per le attività dei servizi è il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Roma, a conferma di un sistema che prevede interlocuzione e vigilanza.
In questo scenario cambia anche il modo di esercitare la leadership. Si parla di “leadership gentile”, ma al di là delle etichette ciò che conta è la competenza. In un settore così sensibile, i vertici devono essere scelti sulla base delle capacità, non del genere o di criteri simbolici. La crescente presenza femminile nelle forze armate, nelle forze di polizia e nei servizi di informazione è il riflesso di un’evoluzione sociale più ampia: la valorizzazione di tutte le risorse disponibili, maschili e femminili».

Architetture e strategie: l’intelligence come costruzione multilivello
Che messaggio darebbe a una giovane donna che vuole lavorare nell’intelligence?

«È un mondo interessante. Bisogna studiare e comprendere che la sicurezza è un bene costituzionale primario. Garantire la sicurezza dei cittadini è un compito necessario e, per chi ci crede, molto nobile».

Qual è la formazione migliore per lavorare nell’intelligence?

«Recentemente è stata avviata una manifestazione di interesse per nuove figure, soprattutto legate al mondo cyber, che sarà sempre più centrale. Sono richieste anche competenze umanistiche, come relazioni internazionali e analisi delle informazioni. Il Mossad, ad esempio, assume sia hacker che laureati in filosofia: competenze tecniche e capacità di pensiero critico sono entrambe fondamentali. Entrambe figure che vanno “oltre”: gli hacker, oltre i codici informatici, i filosofi, oltre le idee correnti del nostro tempo.
In fondo, l’intelligence non è un mondo parallelo né un racconto da cinema: è la capacità di leggere la realtà prima che la realtà travolga noi. E se oggi cambia volto, aprendosi anche alla leadership femminile, non è per moda ma per necessità. Perché la sicurezza, in una democrazia matura, non è potere occulto: è conoscenza, responsabilità e servizio».

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