Nella notte tra il 21 e il 22 agosto le forze ucraine hanno colpito due stazioni di pompaggio dell’oleodotto dell’Amicizia – in russo Druzhba – situate nelle regioni di Brjansk e Tambov, in territorio russo. Non un’infrastruttura qualsiasi: è la linea vitale che porta il greggio russo in Ungheria e Slovacchia. Il risultato è stato immediato: il flusso di petrolio si è fermato e interrotto per giorni. Budapest e Bratislava hanno protestato congiuntamente a Bruxelles: «La nostra sicurezza energetica è in pericolo, serve una risposta immediata». Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha parlato di un «chiaro attacco alla stabilità del Paese», evocando il rischio di un coinvolgimento diretto. E il premier Viktor Orbán ha rincarato: «Vogliono trascinarci in guerra».
Un attacco che scuote la NATO
La dinamica è complessa. L’attacco non ha toccato il territorio ungherese né quello slovacco, ma infrastrutture collocate all’interno della Russia. Una strategia già vista: Kiev mira a colpire i gangli energetici che finanziano l’offensiva di Mosca. Ma questa volta l’onda lunga arriva dentro la NATO. L’attacco avviene in territorio russo, non viola formalmente i confini NATO, ma colpisce indirettamente due Paesi UE.
Perché Druzhba è vitale
Il Druzhba è uno dei più grandi oleodotti al mondo, costruito in epoca sovietica. Fornisce greggio russo a diversi Paesi europei, tra cui Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Germania orientale. Per Budapest e Bratislava, prive di accesso al mare, rappresenta una dipendenza critica. Nonostante le sanzioni UE, i due Paesi hanno ottenuto deroghe per continuare a ricevere petrolio da Mosca.
Ungheria e Slovacchia sono le più esposte
Ungheria e Slovacchia
sono le più esposte
L’oleodotto Druzhba ha due rami principali: settentrionale, verso Polonia e Germania, e meridionale, che attraversa l’Ucraina e rifornisce Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Germania e Polonia hanno diversificato le forniture con terminali marittimi, importazioni da Norvegia, USA e Medio Oriente. La Repubblica Ceca si appoggia anche all’oleodotto Adria via Croazia. Ungheria e Slovacchia, invece, restano quasi interamente legate al petrolio russo: raffinerie tarate sul greggio dell’Est, difficoltà di riconversione e nessun accesso diretto al mare.
La linea filo-russa e l’asse con Trump
La linea filo-russa
e l’asse con Trump
Il premier Viktor Orbán si conferma portavoce del fronte anti-interventista europeo, che privilegia la stabilità energetica alla solidarietà con Kiev. Mantiene una linea filo-russa e critica verso l’UE, usando l’episodio per rafforzare la sua narrativa di un Occidente che vuole trascinarlo in guerra. E intanto scrive a Donald Trump, appena rientrato alla Casa Bianca, denunciando l’accaduto.
Bruxelles tra due fuochi
L’UE è intrappolata tra due necessità: sostenere l’Ucraina nelle sue operazioni di logoramento delle infrastrutture russe e garantire l’energia ai propri membri. Il rischio è una spaccatura interna: da una parte Polonia e Baltici, dall’altra Ungheria e Slovacchia, che si sentono colpite dall’effetto collaterale della guerra.
La posizione della Casa Bianca
La linea della Casa Bianca è chiara: evitare che la guerra oltrepassi i confini ucraini e che destabilizzi i rapporti dentro la NATO. Non si tratta di un sostegno a Mosca, ma di una politica di contenimento del conflitto.
L’effetto domino
Il blocco e i rincari sul greggio colpiscono anche Cina e India, che importano petrolio russo a prezzi scontati. I Paesi OPEC osservano la situazione con interesse: un mercato più caro significa maggiori entrate. Mosca, dal canto suo, sfrutta l’episodio per rafforzare la narrativa secondo cui l’Ucraina è un pericolo per la sicurezza europea.
Lo scenario che si prospetta
Se le riparazioni russe procederanno senza altri attacchi, il Druzhba potrebbe mantenere un flusso regolare fino all’inverno. Sarebbe la soluzione più rassicurante per Ungheria e Slovacchia, ma richiederebbe a Kiev di moderare la strategia contro le infrastrutture energetiche. Se invece i raid continueranno, il ramo meridionale rischia interruzioni cicliche, con aumenti dei prezzi e nuove pressioni politiche in sede UE.
alternative europee e limiti tecnici
alternative europee
e limiti tecnici
L’UE potrebbe spingere su rotte alternative: oleodotto Adria, import di LNG via Polonia e Germania, nuovi contratti con Medio Oriente e Nord Africa. Ma la riconversione delle raffinerie ungheresi e slovacche richiede mesi, non settimane. È un processo avviabile, ma non nel breve termine.
Inverno sotto pressione?
L’oleodotto costruito in piena Guerra Fredda per trasportare il greggio dai giacimenti russi verso i Paesi del Patto di Varsavia oggi si trasforma in un’ulteriore linea di frattura. L’attacco in territorio russo produce un’onda d’urto che attraversa Bruxelles e Washington, mettendo in crisi la compattezza europea. La “guerra dei tubi” dimostra che il conflitto non si combatte solo con i missili sul fronte, ma anche lungo le infrastrutture invisibili che alimentano economie e governi.