di Flaminia Masia
Ogni anno Sanremo accende i riflettori sulla musica italiana. Ma sotto quelle luci, da oltre un secolo, cresce un’altra storia. È fatta di fiori, di ricerca scientifica e di donne che hanno cambiato il volto di un territorio.
Perché Sanremo non è soltanto il palcoscenico del Festival. È la capitale italiana della floricoltura. E dietro i bouquet consegnati agli artisti, dietro le scenografie che fanno il giro del mondo, c’è un patrimonio di competenze, innovazione e visione che affonda le radici nel Novecento e sotto il quale scorre un filo rosa che porta ad Eva Mameli Calvino, madre del noto scrittore Italo e pioniera della ricerca al femminile non solo in Italia, ma nel mondo. Un’intuizione che ha trasformato il territorio in un laboratorio a cielo aperto, rendendo la ricerca applicata il motore dello sviluppo agricolo locale e nazionale.
Ce lo racconta Barbara Ruffoni, per anni ricercatrice e dirigente del Centro di ricerca Orticultura e Florovivaismo del CREA di Sanremo e della Società di Ortoflorofrutticoltura Italiana dove sono state sviluppate innovazioni fondamentali per il settore: dalla selezione di nuove varietà più resistenti ai cambiamenti climatici, al recupero del profumo nelle rose, fino alla tutela della biodiversità e alla sostenibilità delle produzioni.
«Sanremo era una stazione di cura, una stazione sanatoriale: dal Nord Europa arrivavano soprattutto inglesi. Da questo flusso è nata la cultura del giardino e, successivamente, tutta la tradizione del florovivaismo. Da qui ha avuto origine una vera ricchezza legata alla produzione di fiori. All’inizio si coltivavano soprattutto rose e garofani, poi la produzione si è ampliata sempre di più, includendo anche specie ornamentali verdi. È diventata a tutti gli effetti un’industria, quella che possiamo chiamare “industria del verde”, che ha accompagnato e sostenuto il reddito dei sanremesi».
«Sì. Il Festival nasce insieme ad altre iniziative importanti, come il Festival della Sartoria Maschile, proprio agli inizi del Novecento. Erano eventi pensati per trattenere i turisti e mantenere viva una zona che, dal punto di vista turistico, era strategica. Con il tempo, il Festival della Canzone di Sanremo è diventato sempre più importante, fino a rappresentare oggi una vera e propria attività bandiera della città. Naturalmente non è l’unica: il turismo e il florovivaismo restano elementi fondamentali per l’economia del territorio».
«Agli inizi del Novecento, a Sanremo, operava un personaggio geniale: Mario Calvino, un agronomo di grande importanza. Lavorava sulla floricoltura e sulle pratiche agricole del Ponente ligure e viaggiò anche in America Centrale per conoscere nuove realtà agricole e recuperare materiale coltivabile in Italia. Durante questi viaggi conobbe Eva Mameli, giovane professoressa universitaria e prima donna ordinaria di biologia in Italia, all’Università di Pavia. Era una figura di grande rilievo accademico. I due si sposarono e diedero vita non solo a una famiglia – da cui nacquero Italo o e Floriano Calvino – ma anche a un vero sodalizio scientifico. Nel 1925 fondarono insieme la Stazione Sperimentale per la Floricoltura di Sanremo, che rappresenta l’inizio della floricoltura industriale. Qui i problemi della coltivazione dei fiori vennero affrontati in modo scientifico. Miglioramento genetico, studio delle varietà, delle malattie e delle tecniche di coltivazione. Mario Calvino trasferiva poi queste conoscenze direttamente ai coltivatori. Era un lavoro scientifico ma anche pratico e capillare».
Biologa, Dirigente di ricerca, già Responsabile del Centro di Ricerca CREA Orticoltura e Florovivaismo a Sanremo. Esperienza trentennale in floricoltura, piante aromatiche, medicinali e multifunzionali nei settori del miglioramento genetico, biotecnologie, colture in vitro, colture cellulari per la produzione di metaboliti secondari; si occupa di sostenibilità e conservazione di specie a rischio di estinzione. Autore di molte pubblicazioni scientifiche e divulgative, responsabile e coordinatore di diversi Progetti Nazionali ed internazionali; tra gli altri ha coordinato il progetto INTERREG ALCOTRA “ANTEA” progetto italo-francese che ha dato avvio alla ricerca e allo sviluppo della filiera dei fiori commestibili.
«Assolutamente sì. Eva Mameli è una figura affascinante e molto stimolante, soprattutto come esempio di donna capace di coniugare una ricerca scientifica di alto livello con la gestione della famiglia. Era rigorosa, seria nel lavoro, attenta alla ricerca bibliografica, alle pubblicazioni scientifiche e divulgative. Faceva parte della Società Ecologica Italiana e dirigeva una rivista di riferimento per molti studiosi e coltivatori italiani. È una figura che resta attualissima».
Fondato nel 1925 da Mario ed Eva Calvino, genitori di Italo Calvino, con Regio Decreto, la Stazione Sperimentale per la Floricoltura ha rappresentato un passo fondamentale nello sviluppo della ricerca agricola, contribuendo in modo significativo all’innovazione nei settori di competenza. Le donne del CREA, sin dai suoi albori, hanno giocato un ruolo essenziale in questo percorso, apportando con passione, competenza e determinazione un valore aggiunto alla ricerca scientifica e all’evoluzione del settore. La loro dedizione ha ispirato le nuove generazioni di ricercatrici, a perseguire con innovazione e impegno la sostenibilità in agricoltura, confermando la loro centralità nella scrittura della storia della scienza e del progresso.
«Il centro mantiene la sua vocazione storica per la ricerca sui fiori, ma utilizza tecniche moderne. Si lavora sull’automazione delle coltivazioni, sul miglioramento genetico, sulle colture in vitro, sul recupero degli embrioni e sulla produzione di aploidi. Abbiamo inoltre avviato ricerche sulle Tecniche di Evoluzione Assistita, che rappresentano il futuro del miglioramento genetico: permettono di ottenere varietà più resistenti alle malattie senza ricorrere agli OGM, ma attraverso un miglioramento genetico accelerato. Inoltre, a Sanremo c’è un lavoro molto importante, anche a livello internazionale, sullo studio del suolo. In particolare, si analizzano il microbioma e la composizione del terreno, aspetti fondamentali per una maggiore sostenibilità ambientale».
«Nelle discipline scientifiche le donne stanno lavorando molto bene. In passato c’era un divario nelle materie STEM, ma la biologia è sempre stata un ambito in cui le donne hanno avuto un ruolo forte. Oggi entrare come ricercatrice al CREA o all’università non è più difficile rispetto agli uomini: la valutazione si basa su competenze e titoli. La maggiore difficoltà resta l’accesso ai ruoli gestionali, dove talvolta vengono ancora preferite figure maschili. Tuttavia, nel complesso, non parlerei di una discriminazione reale. Le sfide sono le stesse per tutti: impegno, costanza e determinazione. Le donne, però, spesso aggiungono a questo la volontà di conciliare la famiglia con l’attività di laboratorio e la carriera scientifica. È una sfida ulteriore che richiede grande organizzazione ed energia».
