Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

IN COLLEGAMENTO CON IL PROF. FRIGIOLA DURANTE L’EVENTO STORIE DI DONNE ED. XI - LUISS DI ROMA

RACCONTARE CHI SALVA I BAMBINI

DAL DOLORE PERSONALE ALLA FORZA DI UNA STORIA CHE ATTRAVERSA MEZZO SECOLO DI MEDICINA: LA REGISTA ANNA CARLUCCI RACCONTA LA GENESI DEL DOCUFILM DEDICATO AL CARDIOCHIRURGO PEDIATRICO ALESSANDRO FRIGIOLA, TRA I PROTAGONISTI DELLA RIVOLUZIONE CHE HA SALVATO OLTRE VENTIMILA BAMBINI NEL MONDO.

di Lisa Bernardini

Una carriera lunga e brillante, quella di Anna Carlucci, che racconta in questa intervista il prezioso lavoro filmico dal titolo “La vita tra le mani”, da lei scritto, diretto e prodotto. Si tratta di un toccante docufilm che narra lo straordinario operato del Prof. Alessandro Frigiola, luminare della cardiochirurgia pediatrica, e che Anna considera oramai una sua missione di divulgazione. Un faccia a faccia diretto, informale, ma proprio per questo intenso e pieno di sfumature di vita e di valori. Un documentario che presto potremo vedere in RAI e che racconta uno dei protagonisti della straordinaria rivoluzione cardiologica pediatrica che ha portato la mortalità’ dal 70% degli Anni 70 al circa 4% di oggi. Un eroe silenzioso, di cui è invece doveroso far conoscere le attività, per rendere il giusto tributo a professionisti che, come lui, spendono la loro vita al servizio del prossimo. Di contro ad episodi di malasanità, che affidiamo invece alla giustizia.

Anna Carlucci è una regista, autrice e produttrice che, pur appartenendo a una delle famiglie più note dello spettacolo italiano, ha saputo tracciare un percorso professionale distintivo, muovendosi con eleganza tra il coordinamento dei grandi show televisivi e la narrazione documentaristica d’impatto sociale.  Da tempo collaboratrice stretta della sorella Milly, ricopre il ruolo di autrice e coordinatrice dei contenuti social per il programma Ballando con le stelle, gestendo il backstage e la comunicazione digitale dello show. È inoltre ideatrice e produttrice esecutiva di Ballando On The Road, il live casting tour ufficiale di Ballando con le Stelle. Accanto al lavoro audiovisivo, Anna Carlucci ha affiancato un’importante produzione editoriale. Tuttavia, la sua cifra stilistica come regista emerge con forza nei suoi lavori documentaristici, dove sceglie di raccontare storie di eccellenza e umanità. Tra i suoi progetti recenti si annovera una delle sue opere finora più intense e personali: “La vita tra le mani”. 

Il docufilm del 2024, da lei scritto, diretto e prodotto, e distribuito da The Arena, è dedicato alla straordinaria figura del Professor Alessandro Frigiola, luminare di fama mondiale nella cardiochirurgia pediatrica, che ha salvato nella sua carriera oltre 20.000 bambini in tutto il mondo. Il docufilm esplora la filosofia e l’operato di un “eroe silenzioso”. Non è solo una cronaca medica, ma un racconto sull’amore e sulla passione di un uomo che ha dedicato la propria vita a salvare migliaia di bambini affetti da cardiopatie congenite complesse.

“Più vite salvo, più valore ha la mia vita”. In questa frase è riassunta la filosofia e l’operato di Alessandro Frigiola, pioniere della cardiochirurgia pediatrica in un’epoca in cui le cardiopatie congenite erano considerate non operabili. I suoi studi e il suo infaticabile lavoro sono stati determinanti per passare da una mortalità del 70% (Anni ’70) a circa il 4% di oggi. Purtroppo, però, non tutti abbiamo la sorte di nascere nella parte fortunata del globo, e nel corso di tutta la sua intera esistenza questo straordinario medico si è impegnato anche in un instancabile percorso filantropico.

Dotato di carisma e grande umiltà, Frigiola ha saputo catalizzare intorno a sé persone che, nell’arco di oltre trent’anni, lo hanno supportato, aiutandolo a portare avanti un vastissimo progetto umanitario a favore di Paesi disagiati.

L’opera di Anna Carlucci mette in luce l’impegno di Frigiola nel portare la cardiochirurgia pediatrica nei Paesi più fragili del mondo, formando medici locali e costruendo centri specializzati: quattro grandi ospedali costruiti, ristrutturazione e costruzione di terapie intensive, borse di studio ai giovani, oltre 20.000 bambini salvati.

In un periodo in cui purtroppo la cronaca ci riporta brutalmente ogni giorno ad un grave episodio di malasanità – come quello del piccolo Domenico, il bimbo di Napoli a cui è stato trapiantato un cuore risultato danneggiato e purtroppo appena deceduto – è doveroso menzionare uomini che, come il Prof. Frigiola, hanno speso la loro vita per aiutare il prossimo. Le cardiopatie congenite rappresentano una delle principali cause di mortalità neonatale. Negli ultimi decenni la ricerca e la chirurgia hanno compiuto progressi straordinari, ma la formazione di nuovi specialisti resta una sfida aperta: interventi sempre più complessi, percorsi lunghi, carenza di ricambio generazionale. È in questo scenario che l’esperienza di Frigiola assume un valore non solo clinico, ma civile. Dagli Anni 70, quando la mortalità in sala operatoria raggiungeva percentuali drammatiche, fino alle missioni nei Paesi in via di sviluppo e ai progetti di formazione con cuori stampati in 3D, la sua storia attraversa mezzo secolo di medicina e impegno sociale. E Anna Carlucci l’ha raccontata.

Collegamento con il prof. Frigiola durante l’evento “Storie di Donne”, ed. XI - Luiss di Roma
Anna, partiamo dalla genesi de “La vita tra le mani”, che nasce in un momento molto particolare della tua vita.

«Sì. Un momento di grande fragilità. Avevo avuto un bruttissimo incidente, con una frattura scomposta del piatto tibiale. Dopo un intervento complesso, ho affrontato   mesi di immobilità. Prima dell’incidente avevo realizzato alcune riprese sull’attività formativa del Professor Alessandro Frigiola. Doveva essere un piccolo video divulgativo. Durante la convalescenza, ho iniziato a montarlo, e mia sorella Gabriella mi ha suggerito di allargare il focus del racconto a tutta la carriera del Professore. In quel momento di forzata immobilità, quel lavoro ha iniziato ad occupare le mie giornate. La scrittura e la ricerca dei materiali e delle testimonianze hanno avuto per me una valenza anche terapeutica. Non so se in un altro momento della mia vita avrei potuto dedicare al progetto la stessa cura. Poi, quando ho potuto muovermi con le stampelle, ho utilizzato il servizio di assistenza delle Ferrovie dello Stato per chi ha difficoltà motorie. Grazie a quel servizio ho potuto viaggiare, in Italia e all’estero, e fare interviste, completando il documentario. Anche questo è un esempio di come le istituzioni, quando funzionano, fanno la differenza».

Perché la storia del Professor Alessandro Frigiola è stata così potente da decidere di farne un intero racconto visivo?

«Frigiola è uno dei protagonisti della cardiochirurgia pediatrica. Ha iniziato in un’epoca in cui la mortalità negli interventi sui bambini era altissima, negli Anni ’70. Non esistevano le tecnologie diagnostiche che abbiamo oggi. Si apriva il torace e solo in quel momento si comprendeva pienamente la situazione anatomica del bambino da salvare. Soprattutto, non esisteva la circolazione extracorporea: si svuotava il corpo del sangue, si raffreddava il paziente fino a meno 18 gradi e si aveva circa un’ora per intervenire prima che gli organi soffrissero in modo irreversibile. Pensate che disciplina dura e stressante: sapere di avere solo 60 minuti per provare a salvare una vita. Frigiola ha visto morire tanti bambini all’inizio della carriera. Ha anche pensato di mollare, ma poi ha scelto di continuare, contribuendo al cammino della scienza. Alcune tecniche portano ancora il suo nome. È stato tra coloro che hanno contribuito a portare la mortalità dal 70% di allora al 4% circa di oggi».

Anna Carlucci
Nel documentario racconti le sue missioni nei Paesi in via di sviluppo.

«Sì, e lì emerge un altro lato straordinario. In molti contesti visitati, come ad esempio nei Paesi africani, mancavano strumenti adeguati allo scopo. In uno degli infiniti racconti che mi ha fatto il Professore, si trovava proprio in un ospedale africano, e non trovava   divaricatori pediatrici adatti a tenere aperto il torace di un bambino da operare. Ha utilizzato pertanto cavi d’acciaio sterile, legandoli ai lembi del torace stesso,  e facendo fare trazione per ore a degli infermieri. Solo così ha potuto operare. All’inizio della sua carriera si costruiva i ferri chirurgici pediatrici da un artigiano vicino a Bressanone, sua zona di origine. Non ne esistevano di specifici. Del resto, questa capacità di trovare soluzioni pratiche lo ha accompagnato per tutta la vita. Ha operato oltre ventimila bambini nel mondo e ancora oggi capita che qualcuno lo fermi per strada nel mondo per dirgli: “Lei mi ha salvato la vita”. Oppure: “Lei ha salvato mio figlio”».

Il Professor Frigiola oggi ha superato gli 80 anni. Sebbene ancora molto attivo, in questi ultimi anni ha però iniziato ad approfondire soluzioni di formazione di nuovi medici, costruendo di fatto un passaggio di testimone della sua esperienza scientifica straordinaria.

«Preciso e sottolineo: lo ha sempre fatto di dedicarsi anche alla trasmissione ad altri della sua esperienza. Ha capito presto che non bastava andare una settimana in missione e operare dieci o dodici bambini in una settimana. Ne conseguiva un tema etico: chi salvare e chi no?  Si sceglievano i piccoli pazienti che avevano maggiori probabilità di sopravvivere nel futuro, ma questo significava decidere di lasciarne indietro troppi altri. Era una tragica ferita interiore che rimaneva. Ed è anche per questo che ha deciso di investire nella formazione locale: per non dover più essere costretto a scegliere. Ha iniziato quindi a dare borse di studio, a formare medici locali, a ristrutturare reparti e terapie intensive. L’idea era quella di rendere autonomi i professionisti nei loro Paesi. Oggi questa visione è diventata il cuore della Fondazione Alessandro Frigiola per il Cuore e del progetto Esculapio».

Il prof. Frigiola durante l’evento “Storie di Donne”, ed. XI - Luiss di Roma
Cos’è il progetto Esculapio?

«È un progetto che guarda al futuro della medicina, e costituisce una risposta concreta a un problema reale: i giovani cardiochirurghi diventano autonomi troppo tardi, intorno ai cinquant’anni. Si rischiano crisi vocazionali. Gli interventi si sono ultra-specializzati e manca una palestra di apprendimento. Frigiola ha sviluppato cuori stampati in 3D con un materiale che imita quasi perfettamente il tessuto cardiaco, sia esternamente che internamente. La cosa straordinaria è che in questi prototipi è riprodotta anche la patologia da trattare. I giovani medici possono così accorciare i tempi di apprendimento, ripetere l’intervento sui cuori artificiali molte volte, acquisendo sia manualità che sicurezza. Ogni modello costa circa 300 euro ed è finanziato solo tramite libere donazioni».

“Più vite salvo, più valore ha la mia vita”. In questa frase è riassunta la filosofia e l’operato di Alessandro Frigiola.

«Lui ha un grande talento nelle mani, ma le sue mani, lo ripete sempre, sono al servizio di Dio. Parla di una volontà superiore che lo ha sostenuto, e lo ha fatto anche trovare sempre al momento giusto nel posto giusto. È un uomo di scienza, ma riconosce che c’è qualcosa di sacro che lo ha accompagnato. Questa dimensione emerge con delicatezza nel mio documentario».

Dopo le prime proiezioni del docu-film, si è avuto un riscontro concreto?

«Assolutamente. Anche dopo presentazioni limitate, solo cento persone alla volta, sono  arrivate donazioni e nuovi contatti alla Fondazione».

Abbiamo qualche aggiornamento da dare su una distribuzione nazionale del prodotto?

«Sì, li ho! Sono felice di comunicare che nei prossimi mesi la RAI trasmetterà “La vita tra le mani”, e sebbene non sappia ancora data esatta o dettagli ulteriori da poter riferire, ho la gioia di condividere ufficialmente questa bella notizia: il docu-film avrà una distribuzione nazionale».

Per te, ammettiamolo, questo non è stato un progetto professionale tra i tanti.

«No, è diventata una causa. Ho capito che ognuno può fare la sua parte. Io l’ho fatta raccontando questa storia, e continuando a parlarne.  Chi ascolta può sostenerla. Tante piccole gocce fanno del resto l’oceano. Anche questa chiacchierata contribuirà allo scopo. La diffusione nazionale del docufilm, ne sono certa, amplificherà tutto questo con consapevolezza e sostegno reale».

Prima di salutarci, puoi anticiparci qualche novità professionale che ti riguarda?

«Accenno solo ad una storia molto forte in cui mi sono imbattuta leggendo un libro, legata ad una vita drammatica. Non posso ancora dire il nome della persona nota che si cela dietro la biografia del volume a cui mi riferisco. Posso anticipare però il tema: rialzarsi dopo le cadute. Mi interrogo sempre molto sulla fragilità dei giovani di oggi e sul peso del passato, che non si lascia mai alle spalle. Si può però prendere consapevolezza delle proprie ferite ed imparare a gestirle, andando avanti in modo più leggero. Ecco: il mio prossimo progetto parlerà’ di questa vicenda».

 

Ringraziamo Anna Carlucci per il tempo che ci ha dedicato, e la preghiamo di farsi portavoce dei nostri saluti e della nostra più profonda riconoscenza umana al Prof. Alessandro Frigiola.  

 

Per chi volesse sostenere la Fondazione Alessandro Frigiola – Per il cuore, può informarsi sul sito ufficiale www.fondazionealessandrofrigiola.org

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