La rivoluzione delle 21: Come le Madri Costituenti inventarono l’Italia dei diritti
Jessica Saccone
C’è un luogo a Roma dove la democrazia italiana conserva la sua eco più profonda. È la Sala della Lupa a Palazzo Montecitorio. Lì, dove ottant’anni fa vennero proclamati i risultati del referendum che sancì la nascita della Repubblica, oggi una mostra straordinaria intitolata “1946: nasce la Repubblica” restituisce il giusto spazio alle ventuno donne che ridisegnarono il destino del Paese: le Madri Costituenti.
Il 2 giugno 1946 non rappresentò soltanto la scelta storica tra Monarchia e Repubblica, ma segnò il battesimo del suffragio universale in Italia. Per la prima volta, le donne non furono solo elettrici, ma diventarono eleggibili. Su 556 deputati totali dell’Assemblea Costituente, la presenza femminile contava solo 21 volti. Una minoranza numerica assoluta, che seppe però trasformarsi nella componente etica e politica più incisiva dell’Assemblea.
Dividere quelle 21 donne per appartenenza di partito — 9 comuniste, 9 democristiane, 2 socialiste e una dell’Uomo Qualunque — significa perdere di vista la loro vera grandezza. Pur provenendo da storie opposte, e spesso drammatiche, seppero fare fronte comune. Trovarono un’intesa trasversale e inscindibile per un obiettivo superiore: radicare la parità di genere e la giustizia sociale nel testo della neonata Carta costituzionale.
Cinque di loro entrarono subito nella ristrettissima Commissione dei 75, incaricata di redigere materialmente il testo. Fu Lina Merlin, insieme alla giovanissima Teresa Mattei, a pretendere l’inserimento dell’espressione “senza distinzione di sesso” nell’Articolo 3, blindando per sempre il principio di uguaglianza formale. Maria Federici e Teresa Noce firmarono l’Articolo 37, garantendo la parità salariale per le lavoratrici, mentre Nilde Iotti scardinò la vecchia concezione patriarcale del codice civile imponendo la parità giuridica dei coniugi nel matrimonio. Altre, come la socialista Bianca Bianchi o le democristiane Laura Bianchini ed Elisabetta Conci, diedero battaglia per riformare la scuola pubblica, tutelare i figli nati fuori dal matrimonio e spalancare alle donne l’accesso alla magistratura.
La mostra promossa dalla Camera dei Deputati, aperta fino al 30 dicembre 2026, raccoglie in un percorso multimediale e immersivo questa indimenticabile stagione di riscatto civile. Attraverso documenti inediti dell’archivio parlamentari, schede autografe, fotografie d’epoca e installazioni d’arte — tra cui spicca l’opera “Viva la Repubblica” di Emilio Isgrò — i visitatori possono toccare con mano l’eredità di quelle pioniere.
Guardare oggi i volti di quelle ventuno donne significa comprendere che la nostra Costituzione non è un testo di freddi articoli giuridici, ma un organismo vivo. Le Madri Costituenti non si limitarono a scrivere le regole dello Stato: lo resero, per la prima volta nella storia d’Italia, una casa aperta e accogliente per tutti i suoi cittadini.
