Il caso Garlasco è una delle vicende giudiziarie più controverse degli ultimi vent’anni, ormai un simbolo nazionale: il punto in cui si scontrano la verità processuale e la percezione pubblica, la giustizia e l’informazione, le sentenze definitive e i molti dubbi che continuano a riemergere. Ad esplorare l’omicidio di Chiara Poggi è la giornalista Rai del Tg1, Giancarla Rondinelli, nel libro “L’impronta. La lezione di Garlasco e la fiducia degli italiani nella Giustizia”, edito da Rubbettino, con la prefazione del Presidente del Senato, Ignazio La Russa. Partendo dagli sviluppi più recenti della nuova indagine, l’autrice ricostruisce i passaggi che hanno riportato al centro del dibattito pubblico l’omicidio della giovane e, nel cuore della riapertura investigativa, c’è un dettaglio rimasto per anni ai margini: “l’impronta 33”, a lungo considerata inutilizzabile e oggi, grazie alle nuove tecnologie del RIS il Reparto investigazioni scientifiche, elemento chiave intorno alla posizione del nuovo indagato Andrea Sempio. «La risposta seppur scomoda, si trova nel fatto che Garlasco intercetta una frattura aperta e profonda nel rapporto tra cittadini e Giustizia…è una lezione incompiuta, mostra che la distanza tra verità giudiziaria e verità percepita non è un dettaglio comunicativo, è un pezzo della tenuta democratica… Garlasco ha mostrato che la Giustizia è credibile non solo quando chiude un caso, ma quando riesce a farlo senza lasciare dietro di sé un’ombra lunga di domande irrisolte», spiega Giancarla Rondinelli che con “L’impronta” non si limita ad un’inchiesta giudiziaria, ma accompagna il lettore in un viaggio dentro le fragilità del sistema. I tempi lunghi dei processi, il peso delle perizie, i meccanismi di revisione, il rapporto sempre più complesso tra magistratura, politica e informazione e mostra come il caso Garlasco sia progressivamente diventato un fatto politico e mediatico capace di interrogare il Paese su un nodo cruciale: quanto è solida oggi la fiducia degli italiani nella Giustizia? Una nuova rivelazione riapre interrogativi che sembravano chiusi, ogni elemento emerso rimette in discussione certezze acquisite. E mentre l’opinione pubblica si divide, il caso Garlasco diventa il simbolo di una frattura più profonda tra cittadini e istituzioni. Da qui la domanda centrale che attraversa il libro: cosa accade quando una vicenda processuale non riesce a convincere fino in fondo? Quando la verità giudiziaria non coincide con quella percepita? E soprattutto: è possibile evitare che si ripetano casi simili? «L’errore nel processo, ovviamente – scrive Ignazio la Russa nella prefazione – può esistere e non bisogna mai dimenticarsene. Così come, tra le molteplici verità di cui solitamente siamo in cerca, non va dimenticato che quella giudiziaria, di norma, rimane tra le tante (e intendo quelle dei social e dei media in generale), la più verosimile, o comunque la più accettabile e accurata, non fosse altro per il lavoro laico che donne e uomini (togati e non) svolgono per accertare un quadro plausibile dei fatti, che vada al di là di ogni ragionevole dubbio. Ma il dubbio è consustanziale al concetto stesso di Giustizia quasi quanto la ragione, l’ordinato svolgimento dei fatti, l’essenzialità degli atti oggetto del dibattimento, architravi di stampo illuministico del moderno sistema processuale, che servono a definire una sentenza definitiva».