Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

La famiglia parte, il carico mentale no.

Federica Mancinelli (Direttore)

 

Organizzare, ricordare, prevedere, mediare: per molte donne le ferie non interrompono il lavoro invisibile della cura. Lo trasferiscono semplicemente altrove.

Si parte. Le valigie sono pronte, la casa è chiusa, la meta finalmente vicina. Per tutti comincia la vacanza. O quasi. Perché dietro ogni partenza familiare c’è spesso una persona che ha scelto il luogo, confrontato i prezzi, prenotato, controllato i documenti, preparato i bagagli, ricordato farmaci, caricabatterie, costumi e giochi dei bambini. Ha pensato al proprio animale domestico, alle piante, ai genitori anziani, alla spesa da lasciare in frigorifero e a quella da fare appena arrivati. E quella persona, nella maggior parte dei casi, è una donna.

Non è soltanto un’impressione. Secondo gli ultimi dati disponibili dell’Istat, nelle coppie tra i 25 e i 44 anni in cui entrambi i partner lavorano, il 61,6% del tempo complessivamente dedicato al lavoro domestico continua a essere a carico delle donne. La situazione cambia anche molto da una parte all’altra del Paese: nel Mezzogiorno la quota arriva al 70%, mentre si ferma al 58,9% al Nord. Numeri che non misurano fino in fondo un altro lavoro, ancora più difficile da quantificare: quello di ricordare, anticipare e organizzare per tutti. Il carico mentale è esattamente questo. Non soltanto fare ma sapere cosa manca, cosa scade, chi deve fare cosa e quando. Un impegno che non ha orari, non si vede, difficilmente viene riconosciuto e non si interrompe mettendo una risposta automatica alla posta elettronica.

In vacanza cambia lo scenario ma non necessariamente la distribuzione delle responsabilità. Qualcuno si sdraia sotto l’ombrellone e domanda cosa si mangia a pranzo. Qualcun altro deve saperlo. C’è chi chiede quale sia il programma della giornata e chi quel programma ha dovuto costruirlo tenendo insieme gusti, età, costi, orari e possibili malumori. Anche la frase apparentemente collaborativa “dimmi cosa devo fare” nasconde spesso lo stesso meccanismo: una persona esegue, l’altra continua a dirigere. Non significa descrivere gli uomini come eterni villeggianti incapaci di preparare una valigia. Significa riconoscere che la divisione materiale dei compiti può essere più equilibrata di un tempo mentre quella della responsabilità resta molto più difficile da cambiare. Il problema, del resto, supera ampiamente l’organizzazione delle vacanze.

Secondo l’Inapp, in Italia sono oltre sette milioni le persone che sostengono quotidianamente il peso della cura familiare e si tratta in gran parte di donne. Un lavoro essenziale, ancora poco riconosciuto che produce conseguenze sulla salute, sull’occupazione e sul benessere di chi lo svolge. La vacanza non crea questa disparità: semplicemente la porta con sé. Durante le ferie, anzi, il carico può aumentare. Viene meno la routine, bisogna adattarsi a spazi e orari diversi e crescono le ore trascorse insieme. La vacanza diventa così un’altra attività da far funzionare e sulla donna ricade anche una responsabilità ulteriore: assicurarsi che tutti si divertano.

Forse il punto non è chiedere alle donne di imparare a “lasciare andare”, altro consiglio che finisce per attribuire loro un nuovo compito. E neppure ringraziarle per tutto ciò che fanno. Il ringraziamento è piacevole ma non redistribuisce nulla. La vera condivisione comincia quando non occorre più aspettare istruzioni quando ciascuno si assume una parte dell’organizzazione dall’inizio alla fine e quando la buona riuscita delle ferie non viene considerata una responsabilità femminile. Perché una vacanza è davvero tale soltanto se nessuno deve lavorare, silenziosamente, affinché tutti gli altri possano riposarsi.

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