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RANIA DI GIORDANIA - Immagine IA

LA DIPLOMAZIA DELL’EMPATIA

Icona globale e voce fuori dal coro, la SOVRANA hashemita porta l’emergenza israelo-palestinese dai palazzi del potere ai riflettori dell’opinione pubblica mondiale, cercando di restituire all'annoso problema un’umanità perduta.

di Gilda Faleri

Nella geografia politica del Medio Oriente, la Giordania è letteralmente terra di confine: con Israele e la Cisgiordania, con Siria, Iraq e Arabia Saudita. In questo spazio di frontiera, un luogo dove la polvere del deserto diventa cristallo per la fragilità degli equilibri e dove la popolazione di origine palestinese è maggioritaria, Rania Al Abdullah ha scelto un ruolo pubblico di primo piano, diverso da quello consueto per una regina consorte. È diventata portabandiera di un’etica umanitaria, cercando di proporre una soluzione per ristabilire una pace che manca da troppo tempo. Un’operazione di vero soft power che utilizza l’immagine pubblica internazionale della sovrana per incidere nel dibattito sulla guerra a Gaza, rimanendo sempre fedele al suo popolo e alla corte hashemita.

LA PRESA DI POSIZIONE

Pochi mesi dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, in un’intervista a Christiane Amanpour della CNN, Rania si è esposta in prima persona denunciando la tragica situazione a Gaza e definendola «un lento omicidio di massa di bambini, che dura da mesi». Parlando dei lanci di aiuti umanitari su Gaza, ai quali hanno partecipato vari Paesi, tra cui la Giordania, ha affermato che si tratta di «misure disperate per affrontare una situazione disperata». ha aggiunto: «Questi lanci sono letteralmente solo gocce in un oceano di bisogni insoddisfatti. Pertanto, i Paesi non dovrebbero usarli come una via d’uscita, né considerarli una scusa per non fare ciò che è necessario, ovvero attuare un cessate il fuoco immediato e duraturo». Parole, in quel momento, divisive ma lungimiranti, che hanno polarizzato l’opinione pubblica e reso chiara la posizione di Amman: tenere alta l’urgenza dello stop alla guerra e riposizionare la questione palestinese al centro dell’agenda internazionale.

INTERVENTI PUBBLICI
E DENUNCIA

Negli ultimi due anni la sovrana di Giordania non si è mai risparmiata, continuando a richiamare l’attenzione sulla questione.«Sapete, questa guerra è stata senza precedenti per portata e brutalità. Gaza, che è un terzo delle dimensioni di New York, è stata colpita da più esplosivi di Dresda, Amburgo e Londra messe insieme durante la Seconda Guerra Mondiale. Quindi abbiamo il più alto tasso di mortalità di qualsiasi conflitto di questo secolo. E il 70% delle vittime sono donne e bambini. Gaza sta battendo ogni sorta di record, nei peggiori modi». Con queste parole era già intervenuta al notiziario ABC News, ospite della giornalista Linsey Davis, nel settembre 2024. Poco prima aveva preso la parola anche a Cernobbio, al Thea Forum, illustrando un piano in cinque punti per provare a chiudere la guerra a Gaza e «arrivare a una pace giusta» tra israeliani e palestinesi.

RADICI E STRATEGIA

La regina hashemita, nelle cui vene scorre sangue palestinese, ha cercato di favorire un negoziato e una soluzione immediata per far cessare il conflitto. Ha denunciato l’insostenibilità della situazione di Gaza anche attraverso i suoi social, dove è molto seguita – su Instagram conta quasi 11 milioni di follower. La sua posizione mira a salvaguardare anche il regno: la cessazione delle ostilità è necessaria per il futuro e la prosperità della Giordania, che in questo momento soffre anche sul fronte turistico, una delle principali fonti economiche del Paese.

UNA VISIONE
DI LUNGO PERIODO

Le sue parole, pronunciate durante un’intervista concessa a Elle nel 2006, appaiono lungimiranti: «Sento che il conflitto israelo-palestinese è la causa principale anche dei problemi tra Oriente e Occidente e delle tensioni religiose». E ancora: «Se risolviamo il conflitto israelo-palestinese, il terrorismo islamico non scomparirà domani, ma il suo potere sarà notevolmente ridotto».

EQUILIBRI DIPLOMATICI

La Giordania ha un ruolo diplomatico complesso anche perché è custode dei luoghi santi islamici a Gerusalemme attraverso il Waqf islamico. Questo ruolo, formalizzato nel trattato di pace tra Israele e Giordania del 1994, rende ogni escalation una sfida per il prestigio internazionale di Amman e per la stabilità interna del Regno. Anche sul fronte interno la sovrana ha un ruolo chiave: la capitale è stata teatro di manifestazioni pro palestinesi che il governo ha contenuto bilanciando solidarietà pubblica e tutela del trattato di pace, per restare ponte con l’Occidente.

L’IMMAGINE COME STRUMENTO

Rania è riuscita ad esprimere un punto di vista più deciso, dicendo ciò che alla diplomazia di Palazzo conviene non dire apertamente. Ha spostato il focus dal piano politico-militare a quello dei diritti civili e internazionali, utilizzando il linguaggio dei diritti umani. La Giordania non può cambiare da sola le sorti della guerra, ma può costruire coalizioni umanitarie e tenere aperti i canali diplomatici. In questo senso, l’immagine della sovrana – spesso impropriamente ridotta a icona fashion – diventa uno strumento di influenza: celebrità globale messa al servizio di una causa, in una pratica di soft power che ha riportato Gaza al centro dell’attenzione internazionale.

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