Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

STORIE E VOLTI ALL'OMBRA DELL'ASFALTO - foto di B Benedettelli

LA DIGNITÀ NELLA FRAGILITÀ

Nel cuore vuoto della città, mentre il caldo brucia e tutti partono, i senza dimora restano. Dormono sotto i portici, si spostano con la loro vita in uno zaino, cercano acqua e uno sguardo umano. Il racconto di chi, con la Croce Rossa, sceglie di esserci anche ad agosto.

di Barbara Benedettelli

Il sole picchia oltre i 40 °C percepiti, l’asfalto è incandescente, la città si svuota. Nella giungla d’asfalto restano solo loro: chi dorme su un cartone, chi su una panchina, chi in una piccola tenda. Quando ho iniziato con l’Unità di Strada (UdS) della Croce Rossa Italiana, Comitato di Milano, portavo con me non solo pasti o magliette, ma anche pregiudizi silenziosi, che si sono disintegrati strada facendo. Molti senza dimora hanno camicie pulite, scarpe dignitose, sguardi composti. Alcuni di loro sembrano tutto fuorché persone che vivono in strada: per come parlano, per la cultura che hanno, per l’aspetto curato. Sulle spalle o tra le mani hanno tutta la loro vita: una borsa della spesa con le cose essenziali, uno zaino rovinato, una valigia.

Le parole contano

«Per prima cosa, si chiamano senza dimora. I senza fissa dimora sono quelli dei circhi, che una dimora ce l’hanno, ma si sposta con loro» Marco Tozzi, referente UdS «la parola clochard, invece, evoca un’immagine romantica, ma sbagliata. È legata a un’idea poetica della strada, ma spesso si scontra con la realtà. Perché la strada, quasi mai, è una scelta», aggiunge.Emilio Alfonsi, caposquadra UdS, concorda: «Il termine più corretto sarebbe homelessness, anche se non ha una traduzione esatta. Utenti, assistiti, psd: niente rende la complessità della loro condizione. Io li vedo come persone. Alcune con cui è facile relazionarsi, altre da cui si è più lontani. Ed è con loro che dovremmo fare lo sforzo maggiore». Molti la strada la subiscono. Qualcuno però la sceglie. Sofia, ad esempio, dice che è un modo per non avere responsabilità, per sentirsi liberi. Una sera ci ha mostrato orgogliosa la sua tenda. Pulita. Ordinata. Con dentro un piccolo ventilatore per l’afa.

La strada e la perdita

Ci sono persone che finiscono in strada dopo uno sfratto, o perché non hanno più uno stipendio e, per dirla con Orwell, perché «si struggono per un lavoro come un artista si strugge per la fama». Quando fa molto caldo il bene più importante è l’acqua. «Per una persona senza dimora, procurarsi acqua fresca è impegnativo. Le fontanelle spesso sono lontane, e spostarsi con tutte le proprie cose non è semplice», racconta Alfonsi. «Una volta distribuimmo borracce termiche donate: furono molto apprezzate», spiega.

Presenza, non solo assistenza

In estate, poi, la solitudine diventa enorme: tutti partono, i negozi chiudono, i servizi si fermano. Cristiana Di Marco, anche lei caposquadra UdS, avverte: «Ad agosto i più fortunati di loro, pochi, migrano verso le località balneari, dove la solitudine è meno sentita. Ma la maggior parte li trovi nei loro giacigli consueti e hanno bisogno di aiuto e conforto». Come volontaria, ho imparato che il vero antidoto – al caldo o al freddo – sono la presenza e la parola. Parlare, ascoltare, sedersi accanto. Un libro, una battuta, una domanda sulla politica o sul calcio. È lì che le vite ricominciano, anche se hanno come casa un cartone e quattro vestiti. «Cerchiamo di non saltare le uscite nemmeno in agosto. Anche se sospendiamo l’ambulatorio in Duomo, manteniamo l’unità medica itinerante. Perché non si sentano abbandonati», continua Tozzi. E aggiunge: «I cittadini possono aiutare semplicemente vedendoli. Un sorriso, per loro, significa esistere».

Un’esperienza che cambia

Non tutti li vedono con rispetto però, a volte lo sguardo che li nota è quello sbagliato. Quanti racconti di disperazione abbiamo raccolto, per le loro poche cose rubate. Per questo dormono con le borse accanto alla testa e li trovi spesso vicini, sotto le gallerie illuminate. Fare Unità di Strada è anche un’esperienza trasformativa. «Mi ha costretto a uscire dalla mia zona di confort», confida Alfonsi. «Mi ha insegnato a dialogare anche con chi è distante da me. In un periodo difficile, una persona che seguiamo da tempo mi chiese se andasse tutto bene. Aveva capito che qualcosa in me era cambiato. Questo è il valore dell’umanità, anche nella marginalità».

Riconoscimento, non pietà

Ogni volta che ci si siede accanto a uno di loro, ad ascoltare davvero, non si sente “la miseria”. Si sente la forza. E il bisogno di essere visti. Ma non come casi sociali. Come esseri umani. Loro non cercano la nostra pietà. Desiderano una parola che non sia carità, ma riconoscimento. E adesso, in estate, hanno bisogno di acqua. Non solo per dissetarsi. Ma perché, in quell’acqua offerta con rispetto, c’è la vita.

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