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Irene Boni: i giovani sono la discontinuità che serve per costruire il futuro

“L’odio si impara. E quindi si può anche disimparare” Irene Boni

(Barbara Amoroso Donatti)

Nel 2011 la campagna “Unhate” di United Colors of Benetton fece il giro del mondo entrando nella storia della comunicazione: Barack Obama e Hu Jintao, papa Benedetto XVI e l’imam Ahmed Mohamed el-Tayeb, Benjamin Netanyahu e Mahmoud Abbas si scambiavano un bacio simbolico (generato artificialmente), trasformando un gesto universale di affetto in una provocazione contro odio e contrapposizione. Nel 2026 sono cambiati quasi tutti i leader protagonisti di quella campagna, il tema è invece attuale più che mai e quella provocazione è diventata il punto di partenza della Unhate Foundation, istituita da Alessandro Benetton e sostenuta da Edizione, Mundys e Aeroporti di Roma, per prevenire l’odio, lavorando con i giovani.

L’imprenditore veneto, fondatore di 21 Invest, fondo di private equity che dal 1992 sostiene la crescita di imprese italiane ed europee, ha costruito parte del suo percorso professionale proprio sull’individuazione e sulla valorizzazione del potenziale: quello delle aziende ieri, quello delle nuove generazioni oggi.

Per lo sviluppo di Unhate Benetton ha voluto un modello imprenditoriale e misurabile, perciò per guidarla ha scelto la competenza e l’esperienza di Irene Boni, inserita da Forbes tra le 100 donne italiane più influenti del 2024. Boni, con un percorso costruito tra innovazione, tecnologia e formazione (già General Manager di YOOX e CEO di Talent Garden), ha esperienza di digitale e soprattutto di ecosistemi e sinergie, riunendo gli elementi centrali del progetto Unhate.

In un periodo in cui il disagio giovanile è al centro del dibattito pubblico anche per la discussione sulla modifica delle norme sull’imputabilità dei minori tra 14 e 18 anni del Governo, le domande si affollano. Abbiamo raggiunto la CEO di Unhate per parlare del disagio degli adolescenti, del ruolo degli adulti, del futuro della scuola e della necessità di lasciare spazio a una generazione che può diventare il motore del cambiamento.

Perché nasce Unhate?

“Tra il 2011 e il 2012, sotto il cappello United Colors of Benetton, Unhate era nata come un’iniziativa di sensibilizzazione verso un approccio alternativo rispetto alla violenza e alla forte conflittualità che caratterizzava quel periodo.

Nel 2024 Alessandro Benetton ha deciso di rilanciare Unhate con iniziative che avessero progettualità concrete, una fondazione sia erogativa sia operativa: sosteniamo iniziative a favore dei giovani e lavoriamo direttamente alla costruzione di progetti. Nel tempo abbiamo progressivamente raffinato il nostro approccio, anche sulla base delle informazioni che raccogliamo e delle ricerche che abbiamo realizzato (v. l’osservatorio Unfiltered n.d.r.). Ci stiamo concentrando sempre di più sulla fascia 11-24 anni e su due grandi tematiche.

La prima riguarda il benessere mentale e fisico dei ragazzi. Probabilmente in futuro esploreremo anche il concetto stesso di benessere, perché rispetto all’idea che avevano i ragazzi degli anni Novanta oggi questa generazione si sta costruendo un’idea diversa di cosa significhi stare bene.

L’altra grande area riguarda i momenti di passaggio. Questo significa contrastare l’abbandono scolastico, sostenere l’orientamento, ma non come semplice orientamento professionale. Non vogliamo dire ai ragazzi: ‘Questa è la professione dell’avvocato, questa è quella dell’ingegnere’. Vogliamo aiutarli a sviluppare una competenza di orientamento, cioè la capacità di capire cosa li interessa, quali sono le proprie attitudini e come cambiare strada se domani le proprie aspirazioni dovessero evolvere.

In questo ambito rientra anche il supporto alle transizioni scuola-scuola e scuola-lavoro, perché abbiamo visto che c’è un calo drastico del livello di felicità e soddisfazione dei ragazzi nei momenti di passaggio: dalle medie alle superiori, dalle superiori all’università o al mondo del lavoro.

Un preside di un liceo delle scienze sociali di Parma, una realtà tutt’altro che marginale, mi raccontava che il 20-30% dei ragazzi nei primi due anni va via o cambia percorso. Significa che una quota importante di studenti si rende conto di aver scelto il percorso sbagliato o di non trovarsi nel contesto giusto.

C’è qualcosa che non funziona nel sistema. Molti ragazzi non riescono a trovare lavori coerenti con le proprie competenze e questo dimostra che esiste un problema strutturale.

La scuola ha iniziato ad attivare alcune iniziative, ma da una parte le risorse sono scarse, dall’altra ci sono margini di miglioramento sulla qualità. In molti casi, soprattutto con le risorse del PNRR destinate all’orientamento, le attività sono state affidate alle università: erano le scuole che acquistavano dalle università percorsi di orientamento.

Il problema è che spesso questi percorsi si sono trasformati in open day. Quello che stiamo cercando di fare sull’orientamento è creare un tavolo con attori diversi: realtà del terzo settore che lavorano nelle scuole, associazioni di orientatori, associazioni di dirigenti scolastici e docenti, realtà profit che fanno orientamento.

L’obiettivo è arrivare a un manifesto comune del buon orientamento e condividere modalità di valutazione dell’impatto, per costruire una rete di riferimento valida per le scuole e che possa anche dialogare con il Ministero, dando un contributo a livello nazionale.”

I dati Invalsi usciti nelle scorse settimane mostrano che i bambini sviluppano maggiori competenze in inglese e matematica rispetto ad altre materie. È un segnale che la scuola è rimasta indietro rispetto al mondo attuale?

“Negli ultimi dieci anni è stata posta molta attenzione sulla matematica, sulle discipline STEM e sull’inglese. I programmi, soprattutto quelli finanziati dal PNRR, hanno spesso messo le STEM al centro e questo ha prodotto risultati positivi.

C’è poi un altro fenomeno interessante: la composizione demografica delle classi sta cambiando. Il tema non è semplicemente che gli italiani fanno meno figli e gli stranieri di più, ma che entro i prossimi anni una quota molto significativa dei bambini in età scolastica avrà origini diverse.

Questo significa che alcune competenze diventano ancora più importanti. La matematica, ad esempio, è un linguaggio più universale dell’italiano: alcuni bambini possono arrivare già con competenze matematiche sviluppate in altri contesti culturali, mentre l’italiano può rappresentare una barriera, soprattutto se non vengono aggiornate adeguatamente le metodologie di insegnamento.”

Avete preso posizione sul tema del divieto dei social per i minori, che diversi Paesi stanno adottando. Perché ritenete che non sia una soluzione sufficiente?

“Il digitale non è né uno strumento buono né cattivo: dipende da come, quanto e per cosa viene utilizzato.

Se viene usato per alimentare creatività e apprendimento, con strumenti adeguati e non come semplice parcheggio per i bambini, può avere moltissimi benefici. Penso, ad esempio, ai bambini con disturbi dell’apprendimento, per i quali il digitale può diventare un alleato importante nella costruzione di percorsi personalizzati.

Naturalmente questo non significa che debba essere sempre utilizzato o che vada bene tutto. Serve consapevolezza.

Dal nostro osservatorio, realizzato con il professor Mauro Magatti e un comitato multidisciplinare composto da sociologi, pedagogisti e psicologi, emerge una parola chiave: relazione.

Quando c’è una situazione di mancanza di benessere, spesso il capitale relazionale è l’elemento decisivo. La mancanza di relazioni significative impedisce il miglioramento.

Questo vale anche nel rapporto con la tecnologia. Se i ragazzi vengono accompagnati nell’utilizzo degli strumenti digitali, questo significa anche saper dire dei no quando serve, rispettare determinate età e aiutare i ragazzi ad acquisire la maturità necessaria per gestire in modo consapevole il rapporto con i social.

Non diciamo che sia sbagliato allontanare il più possibile il momento in cui i ragazzi interagiscono autonomamente con la tecnologia. Anzi, è fondamentale che acquisiscano strumenti adeguati. Ma serve l’accompagnamento dell’adulto. Il ragazzo non deve essere lasciato solo.”

Le parole di Boni rimandano inevitabilmente a un’altra questione sempre più centrale: quella dell’adescamento online, di cui la collega Cristina Obber tratta ampiamente nel libro ‘L’orco in cameretta’. Nel nostro confronto sul tema abbiamo incontrato mamme che ci hanno raccontato come istruire i figli sulla tecnologia li abbia salvati da un potenziale abuser ad esempio. Nei giochi di ruolo online multiplayer di massa (MMORPG), ambienti virtuali frequentati da migliaia di persone contemporaneamente, chiunque può nascondersi dietro un avatar e dichiarare un’identità diversa: giovani istruiti sul tema, hanno capito in tempo il pericolo e lo hanno segnalato ai genitori.

“Una responsabile del Bambino Gesù – prosegue Boni – mi raccontava che spesso il problema è far capire ai genitori che devono cambiare atteggiamento e passare più tempo con i figli. E molti rispondono: ‘Dopo una giornata di lavoro arrivo a casa stanco o stanca, l’unico svago che ho è mettermi su Facebook, non potete togliermi anche quello’.

Ecco, i social diventano un problema per i ragazzi anche perché spesso gli adulti stessi faticano a gestirne il rapporto.

La società contemporanea è molto orientata alla performance e poco alla relazione. Abbiamo perso quello spazio di connessione tra adulti e ragazzi.

Forse stiamo guardando il problema da un punto di vista deformato: parliamo del problema dei social dei ragazzi, ma dovremmo interrogarci anche sul rapporto degli adulti con questi strumenti.

È molto più facile dire ‘ti proibisco’ che dire ‘ti accompagno’. Accompagnare significa stabilire regole, guardare insieme, controllare ogni tanto, parlare se emerge qualcosa che non va. Ma richiede tempo, competenze e manutenzione della relazione.

In questo senso esistono iniziative nate per creare consapevolezza nei genitori e nelle scuole, invitandoli a costruire veri e propri patti educativi.

Il tema è che accompagnare un adolescente significa avere tempo, energie e capacità di stare anche dentro il suo dolore. L’adolescenza è una fase complessa: bisogna saper stare nel silenzio, nel disagio, nelle difficoltà.

L’Effetto ‘villaggio’

Boni continua citando l’effetto villaggio, che nel bene (in questo caso) o nel male, influisce fortemente sulle comunità piccole o grandi, dal nucleo familiare a una classe di alunni o studenti:

“Occorre fare rete tra genitori. Se tutta una classe decide di aspettare prima di dare uno smartphone ai figli, diventa molto più facile per tutti.”

Ogni generazione critica la successiva

La storia ci insegna che ogni generazione adulta tende a criticare quella successiva. Dai satirici romani agli studi di Erik Erikson sull’identità adolescenziale, il conflitto tra giovani e adulti sembra essere quasi fisiologico. Eppure grazie anche agli strumenti digitali, alla dimensione globale della comunicazione e alla possibilità di creare comunità oltre i confini geografici, ragazze e ragazzi possono diventare visibili molto prima rispetto al passato e portare alla ribalta temi a livello internazionale. Lo abbiamo visto con Greta Thunberg, Malala Yousafzai, Bebe Vio, Boyan Slat, ma anche con nuove figure della politica e della società civile che, pur essendo giovani adulti, stanno portando linguaggi e priorità diverse nei luoghi decisionali.

“Sono esempi di giovani che hanno saputo trasformare questa apertura in azione. Ce ne sono tanti anche in Italia: penso, ad esempio, a Valentina Galli, che fa parte del nostro comitato scientifico e che sta creando un’iniziativa bellissima per avvicinare i ragazzi al voto.

Una società sopravvive solo grazie alla discontinuità

“Alessandro Benetton ha creato Unhate perché vede nei giovani l’elemento di discontinuità: i giovani portano le novità, sono quelli che non avendo il bagaglio del passato possono prendere decisioni in un campo libero. Hanno un orizzonte più lungo, quindi possono rischiare di più. Da imprenditore sa che la discontinuità è un elemento importante: nessuna realtà, che sia azienda o fondazione, può sopravvivere senza un cambiamento continuo.

Però la società sta invecchiando: si vive più a lungo e soprattutto in Italia c’è una tendenza a mantenere a lungo il proprio ruolo di potere. Viene dato sempre meno spazio ai giovani, che sono sempre meno numerosi. C’è una piramide rovesciata: mentre in passato i giovani erano tanti, spingevano gli adulti, che erano meno numerosi e vivevano meno a lungo, oggi abbiamo una situazione completamente diversa. La piramide è capovolta e questo fenomeno sta peggiorando a ritmi pazzeschi: il calo demografico, una gestione delle migrazioni che non esiste, stanno creando una società sempre più vecchia.

Anche la politica stessa spesso prende decisioni guardando quella fascia di elettori che è più rappresentata, non necessariamente guardando ai giovani. Il sistema però sta iniziando lentamente a svegliarsi. L’afflusso dei giovani al referendum sulla giustizia lo ha dimostrato. Credo che anche alcuni segnali arrivati dagli ultimi anni abbiano fatto riflettere le amministrazioni locali.

Il fenomeno dell’invecchiamento esiste, così come esiste quello del ‘tappo’ che le generazioni più anziane stanno creando. La conseguenza di questo tappo è che l’orizzonte temporale delle persone che prendono decisioni si è accorciato molto.

Perché un conto è avere 30 anni e dover prendere una decisione, che sia all’interno di un’azienda, di un’amministrazione locale o di un’università; un conto è avere un’età molto più avanzata (come 70 o 80 anni pensando ad alcuni leader mondiali n.d.r.). Non è una questione di colpe individuali, ma inevitabilmente la visione di lungo periodo rischia di venire meno. E di questo, nel tempo, pagheremo le conseguenze. Detto questo, ci sono anche esempi virtuosi. Ci sono amministrazioni locali dove stanno entrando giovani. Ad esempio a Castel Maggiore, in provincia di Bologna, Luca Vignoli è stato eletto sindaco nel 2024 a 27 anni.

Ci sono contesti in cui la politica sta iniziando a essere più centrata sui giovani. Penso anche a Parma, che sarà Capitale Europea dei Giovani 2027 e che ha implementato lo Youth Impact Assessment, cioè il test sull’impatto generazionale delle decisioni prese dall’amministrazione pubblica. Prima di portare una decisione in Giunta, viene analizzato quale sarà l’impatto sulle generazioni successive.

Anche nel mondo degli investimenti questa attenzione sta iniziando a crescere. Arriva soprattutto dall’estero: chi si occupa di impact investing sta iniziando a guardare anche agli impatti generazionali delle imprese valutate per gli investimenti, cioè quali conseguenze avranno sulle future generazioni.

Qualche segnale positivo c’è. Certo, questi segnali devono essere valorizzati, sostenuti e spinti, perché sono ancora pochi.

Non venire travolti da stimoli e opportunità

“È vero anche che i ragazzi di oggi hanno un’apertura incredibile, che nessun’altra generazione ha mai avuto prima. Ed è proprio uno degli assi su cui abbiamo costruito il framework del nostro osservatorio.

Però in molti casi i ragazzi non riescono a decifrare tutti questi stimoli. E quindi, piano piano, è come se si raggomitolassero su sé stessi e finissero dentro la propria stanza, escludendosi.

C’è una grande responsabilità degli adulti nell’accompagnare i ragazzi verso la gestione di questa apertura, nel valorizzare e incentivare quelli che hanno una spinta al cambiamento.

Questi ragazzi esistono. Io ne incontro tanti. Però, percentualmente, in una popolazione che si sta restringendo, numericamente non sono molti. Per questo dobbiamo un po’ ‘coccolarli’, non nel senso materno del termine, bensì averne cura.

Ecco, cura è una parola molto importante: cura della relazione, cura del supporto. E anche capire che bisogna avere il coraggio di fare un passo di lato e lasciare spazio ai giovani, consapevoli che faranno i loro errori.

Perché è proprio attraverso gli errori che si cresce e che si costruiscono i cambiamenti. Una società senza giovani non può esistere: non c’è una configurazione possibile in cui una società possa stare in piedi senza il contributo delle nuove generazioni. Io spero che prima o poi anche la politica se ne renda conto.”

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