di Paola Ferazzoli
La parità salariale è una questione che riguarda tutte le donne d’Italia. Per Giornaliste Italiane non è soltanto una bandiera, ma una colonna portante: campeggia in cima al nostro manifesto programmatico e, soprattutto, è il principio ispiratore che guida ogni nostra azione.
Le tematiche legate al mondo del lavoro e alle politiche che intrecciano, talvolta annodano, i percorsi professionali femminili ci hanno condotte a rivolgerci al ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Marina Calderone, alla quale abbiamo chiesto di inaugurare il primo numero del nostro nuovo periodico.
Con lei abbiamo provato a scattare una fotografia nitida, senza filtri e senza ritocchi, della condizione delle donne lavoratrici nel nostro Paese: dove siamo arrivati, cosa è stato fatto finora e, soprattutto, quanta strada resta ancora da percorrere. Perché, in fondo, quando parliamo di parità, non stiamo chiedendo un privilegio. Stiamo semplicemente rivendicando ciò che dovrebbe essere scontato: dignità.
«Il divario retributivo di genere in Italia è un dato storico: dipende da fattori culturali prima ancora che economici e va affrontato senza letture parziali. Il dato salariale orario, preso isolatamente, colloca l’Italia tra i Paesi con differenziali più contenuti a livello europeo, ma questo non esaurisce il problema. Le disuguaglianze emergono con chiarezza se si osservano le carriere nel loro insieme: la discontinuità lavorativa, il ricorso al part-time involontario, la concentrazione femminile in settori meno retribuiti, le minori opportunità di avanzamento. È su questi fattori che, come Governo, siamo intervenuti negli ultimi anni con misure non estemporanee, ma strutturali. Penso alla certificazione della parità di genere, concepita e attuata come strumento operativo e non simbolico: un percorso che obbliga le imprese a misurarsi su retribuzioni, carriere, tutela della maternità e organizzazione del lavoro. A questo si affiancano obblighi di trasparenza e un rafforzamento stabile dei controlli, in collaborazione con l’Ispettorato nazionale del lavoro e le Consigliere di parità. Interveniamo sulle cause delle disuguaglianze, non ci limitiamo a registrarle. Segnali di un’inversione di tendenza iniziano a emergere, ma vanno consolidati con continuità. Le prese di posizione demagogiche, prive di strumenti reali, hanno finora ritardato l’adozione di politiche efficace».
«Il Governo ha impostato la conciliazione tra vita e lavoro come una linea strutturale della propria azione, non come un insieme di interventi episodici. Sono stati rafforzati gli strumenti di welfare aziendale, incentivata la flessibilità organizzativa, sostenuto il lavoro agile, introdotti incentivi mirati all’occupazione femminile. Queste misure hanno già prodotto effetti in termini di rientro e permanenza delle donne nel mercato del lavoro. Non siamo ancora dove dobbiamo essere, ma la direzione è tracciata.
Il passo successivo è il consolidamento dell’impianto: rafforzamento dei servizi di cura, sostegno alle imprese che innovano l’organizzazione del lavoro, integrazione piena della conciliazione nelle politiche di competitività. La conciliazione non deve essere una misura compensativa, ma una componente ordinaria della qualità del lavoro».
«La presenza di due donne ai vertici della leadership politica è un dato rilevante e significativo, e c’è da rallegrarsene. Ma non è sufficiente, finché nei contesti lavorativi, pubblici e privati, l’accesso delle donne alle posizioni apicali resta condizionato da fattori organizzativi concreti. Penso a percorsi di carriera rigidi, sistemi di valutazione opachi, scarsa valorizzazione di competenze maturate fuori dai canali tradizionali. L’azione del Governo si concentra su questi nodi, intervenendo sui meccanismi di avanzamento professionale, sulla formazione manageriale e sulla trasparenza delle carriere. L’obiettivo è rendere l’accesso ai ruoli di responsabilità realmente meritocratico e non discriminatorio».
«Incidono tuttora sulle scelte e sui comportamenti, spesso in modo meno visibile e quindi più difficile da correggere. Per questo l’intervento di chi governa non può limitarsi al piano normativo. Le politiche attuate agiscono sui contesti organizzativi: formazione dei dirigenti, criteri di valutazione più trasparenti, valorizzazione delle competenze e dei risultati. Il cambiamento culturale non è un processo astratto, ma l’effetto concreto di strumenti che modificano il funzionamento delle organizzazioni. Voglio essere chiara: la parità di genere è anzitutto una questione di giustizia sociale e, come tale, un imperativo morale che riguarda la qualità del nostro patto civile e il pieno riconoscimento della persona. Ma è anche una necessità strutturale per la crescita economica del Paese e la sostenibilità del sistema di welfare. Un mercato del lavoro che penalizza o sottoutilizza il lavoro femminile è meno produttivo, meno dinamico, meno resiliente. Allo stesso modo, un welfare che non sostiene la continuità occupazionale delle donne genera nel tempo squilibri economici e sociali difficilmente sostenibili. Per questo la parità di genere è entrata stabilmente nell’azione di governo non come rivendicazione identitaria, ma come leva strutturale di sviluppo: rafforza la base occupazionale, puntella il sistema previdenziale, contribuisce alla coesione sociale nel medio e lungo periodo».
«I dati mostrano un mercato del lavoro in crescita, con segnali positivi anche sul fronte dell’occupazione femminile. Il miglioramento non è uniforme e permangono differenze marcate per territorio, età e livello di istruzione. In particolare, resta un ritardo significativo delle giovani donne nei percorsi di formazione Stem, decisivi per l’accesso al lavoro di qualità. Questa fotografia conferma la scelta di fondo dell’esecutivo: superare una logica centrata esclusivamente sul sostegno al reddito e rafforzare un modello basato sulle politiche attive del lavoro. Gli strumenti introdotti collegano il supporto economico a percorsi di attivazione, orientamento, formazione e reinserimento. Il sostegno non sostituisce il lavoro: accompagna verso il lavoro».
«Stanno incidendo perché hanno superato la logica dell’assistenza passiva. I percorsi di formazione e accompagnamento hanno intercettato un numero crescente di donne, in particolare quelle che avevano interrotto o rallentato la propria carriera per i carichi familiari. L’integrazione tra sostegno economico e politiche attive ha reso possibile un rientro graduale e strutturato nel mercato del lavoro. L’azione del Governo non si sostituisce alle persone, ma le mette nelle condizioni di rientrare, riqualificarsi, scegliere. In questa stessa logica si colloca il sostegno all’autoimpiego e all’imprenditorialità femminile, considerati parte integrante del mercato del lavoro e non ambiti residuali».
«Sul piano legislativo l’Italia dispone di un sistema di tutele allineato agli standard europei, in alcuni casi anche più avanzato. La sfida oggi è soprattutto organizzativa e culturale. Le politiche attuate puntano a integrare la maternità nei percorsi professionali, non a trattarla come un’eccezione. Il rafforzamento dei servizi, la promozione della condivisione dei carichi di cura e l’integrazione tra politiche familiari e politiche del lavoro vanno in questa direzione. L’obiettivo è chiaro: fare in modo che la maternità non interrompa i percorsi professionali e non determini penalizzazioni o arretramenti di carriera per le donne».
