di Barbara Amoroso Donatti
A fine gennaio il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha reso pubblici milioni di documenti legati all’inchiesta sul sistema di sfruttamento sessuale di minori che sarebbe ruotato attorno all’ex finanziere americano Jeffrey Epstein. Una vicenda che negli anni avrebbe coinvolto ambienti dell’alta finanza, della politica e dello spettacolo a livello internazionale e che, con la diffusione dei cosiddetti Epstein files, è tornata al centro del dibattito mediatico e dei social network. L’attenzione riaccesa su questo caso ha riportato alla luce una domanda più ampia e scomoda: come raccontare in modo corretto gli abusi sui bambini, senza semplificazioni o narrazioni distorte. Il fenomeno, del resto, non riguarda solo le cronache internazionali. Anche in Italia i numeri restituiscono una realtà preoccupante. La Terza indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti, presentata dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza con Terre des Hommes e Cismai, mostrava che alla fine del 2023 i minorenni vittime di maltrattamento seguiti dai servizi sociali risultavano aumentati del 58% rispetto al 2018. L’indagine, condotta su 326 comuni italiani, ha preso in esame una popolazione di quasi tre milioni di minorenni, offrendo una delle fotografie più aggiornate disponibili sul fenomeno nel nostro Paese.
In questo contesto si inserisce il lavoro di Francesca Svanera, responsabile della comunicazione dell’associazione METI APS, che da anni si occupa di informazione e sensibilizzazione su pedofilia, abusi e maltrattamenti sui minori, con l’obiettivo di accendere l’attenzione su un reato che spesso colpisce in silenzio, all’interno delle mura domestiche o di relazioni di fiducia.
Grazie al progetto “Gomitoli”, promosso da METI insieme ad ActionAid, l’abbiamo raggiunta per comprendere meglio le dimensioni del fenomeno e provare a rispondere a una domanda fondamentale: quali parole usare per raccontare gli abusi sui bambini senza tradire la complessità del trauma.
«METI è un’associazione di survivor, ovvero adulti che hanno subito abusi nell’infanzia, che lavora sulla cultura, sulla narrazione, sulla prevenzione, sulla formazione, sulla comunicazione di pedofilia, abusi e maltrattamenti, un fenomeno sottostimato, perché molte vittime non denunciano: su 130 survivor con cui abbiamo parlato, solo 10 lo hanno fatto».
Per capire l’entità del fenomeno servono dati e quelli a disposizione sono frammentati e non aggiornati. Sui siti di Terre des Hommes, Cismai e Telefono Azzurro se ne trovano fino al 2023. Stimare con precisione la diffusione degli abusi sui minori è complesso, perché molti casi non emergono e i sistemi di raccolta dei dati variano da Paese a Paese. Le statistiche disponibili sono elaborate a partire da studi scientifici e indagini campionarie sulla diffusione del fenomeno nella popolazione, anche alla luce delle conseguenze fisiche, psicologiche e comportamentali che gli abusi possono lasciare nel tempo. Un fenomeno complesso, in costante evoluzione e di scala globale: il Centers for Disease Control and Prevention (CDC) lo ritiene un grave problema di salute pubblica che colpisce 1 ragazza su 4, e 1 ragazzo su 13 in tutto il mondo (dati 2021).
«In Italia non esiste una banca dati nazionale. I dati provengono da fonti diverse: associazioni, servizi sociali, denunce, indagini indipendenti. Questo significa che non abbiamo una fotografia reale del fenomeno. Ed è un segnale forte: se non raccogli i dati, non stai affrontando il problema».
DATI UNICEF (novembre 2024)
«Survivor è una parola potente, e purtroppo non esiste una vera traduzione. ‘Survivor’ non significa semplicemente ‘sopravvissuto’, ma colui che è tornato a vivere dopo un trauma. In italiano manca una parola simile, e questo racconta qualcosa: dopo il trauma noi survivor non esistiamo più, se non come vittime. La società, e spesso i media, impongono un modello: la ‘buona vittima’, il ‘buon sopravvissuto’. Ma noi siamo persone. Persone con una storia, una complessità, una vita dopo il trauma».
«Dall’altra parte ci sono esseri umani che hanno commesso reati gravi. Persone responsabili delle loro azioni, ma persone. Il lavoro che sta facendo il criminologo Paolo Giulini nei percorsi con i sex offender è fondamentale: non si lavora sulla ‘mostruosità’, ma sulla responsabilità. Molti autori di reato hanno subito a loro volta violenze nell’infanzia mai elaborate. Questo non giustifica, però spiega i meccanismi. La parola ‘mostro’ invece blocca tutto: impedisce la comprensione, impedisce la prevenzione, impedisce il cambiamento».
«Siamo entrati nei percorsi trattamentali con Laura Monticelli, presidente di METI, un tipo di percorso previsto anche in Australia e che sta iniziando in due carceri in Sud Italia. Abbiamo incontrato i detenuti di Bollate. Molti di loro non comprendono nemmeno il danno causato, soprattutto nei casi di pornografia minorile. Quando ho raccontato cosa significa essere una vittima di pedopornografia, ovvero sapere che il tuo corpo è una merce, che immagini di te circolano ovunque, che chiunque potrebbe averti visto, ho scatenato in loro uno shock. Per la prima volta hanno visto l’essere umano, non l’astrazione del reato».
TIPI DI VIOLENZA
Il maltrattamento colpisce indistintamente maschi e femmine. Nell’87% dei casi il maltrattante appartiene alla cerchia familiare ristretta senza differenze a livello territoriale.
«In uno di questi incontri, un uomo con un’espressione di bontà e che vi garantisco sembrava Babbo Natale, uno di quelli che se sei in treno e devi andare in bagno gli chiedi di guardarti la valigia, mi ha raccontato che ha capito solo di recente di aver fatto male a suo figlio. Eppure, quando abusava di lui, era convinto fosse un modo estremo di dirgli che lo amava, perché suo padre aveva fatto così con lui, e non aveva mai elaborato quegli eventi. Voleva chiedere perdono al figlio e io ho dovuto spiegargli una cosa molto dura: lasciare al figlio la scelta di che tipo di rapporto avere con lui, perché con gli abusi gli aveva tolto il libero arbitrio».
«Perché impedisce alle vittime di raccontare la verità emotiva. Una bambina può amare suo padre e allo stesso tempo essere stata abusata da lui. La narrazione ‘mostro/vittima’ cancella le sfumature, mentre questo tipo di trauma è fatto di sfumature. Io posso dire: l’ho odiato, mi ha distrutta, mi ha fatto del male, e posso dire anche: l’ho amato. Se lo chiami mostro, togli alle vittime il diritto di raccontare la complessità del legame».
«Sì. Sono espressioni di quella che è definita pedagogia nera. I ragazzi che hanno scritto quelle liste possono essere cresciuti in contesti educativi in cui il rapporto con l’altro viene interpretato come competizione o dominio, spesso legati a esperienze di violenza o traumi non elaborati. Se non lavori sul dolore, lo trasmetti, come ha spiegato Alice Miller che sosteneva che i traumi infantili non elaborati e le emozioni represse – rabbia, paura e dolore – non scompaiono, rimangono nel corpo e vengono inconsciamente passati alla generazione successiva».
METI APS si occupa di prevenire l’abuso e sostenere le vittime (adulti che sono stati bambini abusati o trascurati) attraverso il metodo di Alice Miller (1923-2010), psicoterapeuta e saggista polacca nota per le sue ricerche pionieristiche sull’infanzia e sulle conseguenze degli abusi e della violenza pedagogica. Sosteneva che il trauma infantile distrugga la vita dell’adulto e la società.
«Il progetto Gomitoli è nato analizzando centinaia di articoli sugli abusi minorili. Le parole usate erano devastanti, colpevolizzanti, distorte, riattivanti. Grazie a Gomitoli abbiamo coinvolto circa 130 donne e uomini, che attraverso gruppi di lavoro, stanno sviluppando un gioco educativo (Escape Box), un libro, strumenti formativi per i Media. È la prima volta che una comunità di survivor prende spazio pubblico di parola».
I riattivanti sono elementi interni o esterni che possono scatenare nella persona una reazione immediata, spesso incontrollata, intensa e automatica legata a un trauma, a un forte stress o a un’esperienza negativa passata non ancora completamente elaborata. Si parla anche di trigger, innesco.
«Perché il silenzio fa più danni del dolore. Perché finché non diamo parole giuste alle cose, continuiamo a riprodurre violenza. E perché raccontare il trauma in modo corretto è già una forma di prevenzione».
