Stanno insieme, ma non si parlano. Condividono tutto, ma si sentono sempre più soli. Le relazioni tra i giovani si stanno deformando: l’uso improprio del digitale le indebolisce, le altera e finisce per riflettersi anche nei comportamenti. I dati più recenti raccontano una trasformazione profonda e, per molti aspetti, allarmante: i nostri figli sono sempre più presenti online, ma sempre più esposti a isolamento, vulnerabilità e dinamiche relazionali distorte. La fotografia scattata dall’indagine ESPAD® Italia 2025, realizzata dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), è netta. Per il 61% degli studenti italiani tra i 15 e i 19 anni – oltre 1,6 milioni di adolescenti – la rete non è più soltanto uno spazio di scoperta, ma un ambiente che può ospitare fragilità profonde. L’iper-connessione si traduce, paradossalmente, in un isolamento silenzioso che spinge oltre 50.000 giovani al ritiro sociale.
Si tratta di un cambiamento progressivo, che aumenta di anno in anno. Nel 2011, l’uso a rischio di internet riguardava meno di un adolescente su dieci. Oggi, dopo l’accelerazione impressa soprattutto dal biennio pandemico 2020-2021, la quota arriva al 14,9%, sfiorando un adolescente su sei, con una crescita più marcata tra le ragazze. Non è solo una questione di tempo trascorso online, ma di ciò che accade dentro quello spazio: oggi il 39,5% degli studenti supera le quattro ore al giorno di utilizzo durante un giorno di scuola.
In cinque anni le vittime di cyberbullismo sono passate dal 31,1% al 45,2%, mentre gli autori sono quasi raddoppiati, arrivando al 29,9%. Il dato più complesso riguarda la sovrapposizione dei ruoli: il 22% degli adolescenti è contemporaneamente vittima e autore, segno di un sistema relazionale in cui i confini si fanno sempre più instabili e circolari. Il cyberbullismo non è più un episodio isolato, ma un insieme di comportamenti ripetuti – esposizione pubblica, esclusione, pressione del gruppo – che si alimentano dentro lo spazio digitale. In questo contesto si inserisce anche il ghosting, l’interruzione improvvisa e senza spiegazioni di un rapporto di amicizia, che riguarda il 28,9% dei giovani, con una maggiore incidenza tra le ragazze.
Accanto a questi fenomeni, emerge una normalizzazione dei comportamenti a rischio, spesso collocati su un confine ambiguo tra legale e illegale. Il gioco d’azzardo mascherato, attraverso le cosiddette loot box – pacchetti a pagamento nei videogiochi con esito casuale – rappresenta oggi un ponte verso pratiche che coinvolgono circa 900.000 minorenni. Parallelamente cresce la fascinazione per i guadagni facili: il 17,1% degli studenti ha già sperimentato forme di trading online, con una partecipazione più elevata tra i ragazzi. Anche il gaming, l’uso dei videogiochi, mostra una forte polarizzazione di genere: riguarda l’86,6% dei maschi contro il 55,6% delle femmine, e presenta livelli più alti di criticità tra i primi: diventa prioritario rispetto a scuola, relazioni e sonno; è difficile da interrompere o controllare; viene usato per evitare problemi o emozioni; genera irritabilità, isolamento o calo del rendimento.
Il quadro che emerge non è quello di un semplice uso eccessivo della tecnologia, ma di una trasformazione profonda che riguarda la costruzione della personalità e le possibilità stesse di sviluppo individuale. Lo spazio digitale diventa un ambiente totalizzante, in cui identità, riconoscimento e confronto si giocano in modo continuo, spesso senza mediazione. La conseguenza è una maggiore esposizione, ma anche una maggiore fragilità: oltre il 13,6% degli adolescenti mostra segnali di progressivo auto-isolamento.
È in questo contesto che si inserisce “Dis-Connessi – La solitudine è sociale”, iniziativa promossa dal Dipartimento di Scienze Umane e Sociali, Patrimonio Culturale del Cnr, che ha portato questi dati al centro di un confronto pubblico tra ricerca, istituzioni e mondo educativo.
L’evento nasce per dare una lettura strutturata del fenomeno. I dati presentati dall’autrice del rapporto, Sabrina Molinaro, mostrano chiaramente come il digitale abbia smesso di essere uno spazio neutro: è diventato un ambiente che incide direttamente sulla costruzione dell’identità e delle relazioni. Il confronto che ne è seguito ha messo in dialogo ambiti diversi. La dimensione scientifica si è intrecciata con quella narrativa attraverso il film “MIA”, restituendo in forma diretta e concreta le dinamiche di isolamento e disagio che attraversano l’adolescenza contemporanea. Il dibattito ha coinvolto voci diverse, provenienti dal mondo della prevenzione, della sicurezza digitale e del supporto alle vittime, a testimonianza della complessità del fenomeno. Particolarmente significativo il contributo di chi opera quotidianamente su questi fronti. La presenza della Fondazione Carolina, con Paolo Picchio, padre di Carolina — la prima vittima riconosciuta di cyberbullismo in Italia — e Ivano Zoppi, segretario generale, ha riportato al centro il tema della tutela e della prevenzione. Accanto a loro, Marco Valerio Cervellini per l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale e Barbara Strappato della Polizia Postale, a testimonianza di un impegno istituzionale sempre più necessario per intercettare e comprendere le nuove forme di rischio che si sviluppano nella rete.
A rendere ancora più concreto il confronto è stata la partecipazione e la testimonianza di oltre 330 studentesse e studenti delle scuole superiori di Roma, coinvolti direttamente nel dialogo con esperti e istituzioni. Un elemento che sposta il tema dalla teoria alla realtà quotidiana. Il dato forse più significativo resta proprio questo: la consapevolezza esiste. I ragazzi riconoscono la vulnerabilità della rete, ma spesso non dispongono degli strumenti per gestirla. La questione, quindi, non è ridurre la tecnologia, ma imparare a governarla. Costruire un equilibrio tra connessione e presenza, tra spazio digitale e relazione reale. Perché il rischio, oggi, non è essere disconnessi, ma essere connessi senza riuscire più a entrare davvero in relazione con l’altro.