Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

LA DOTTORESSA GUL BANO DURANTE L’INTERVISTA REALIZZATA GRAZIE AL LAVORO DELL’ASSOCIAZIONE PANGEA

IL RUMORE DEL SILENZIO

Intervista a una donna medico nell’Afghanistan dei talebani: tra qualche anno, con le università vietate alle studentesse, non ci saranno più specialiste né ostetriche per curare le malate.

di Lucia Derivo

Su di loro, silenzio. Delle donne afghane non si parla più. Semplicemente non esistono, non fanno più notizia. Soffocate da un presente che impedisce loro ogni azione e dal futuro che, al momento, si può solo sognare. Sono state inghiottite dal regime talebano che le ha private di ogni diritto: facendole precipitare indietro di secoli, senza apparente via d’uscita: sole e isolate dal mondo, in una vita che galleggia nell’incertezza del quotidiano.

Tra le poche associazioni internazionali che, nonostante tutto, sono rimaste dopo l’uscita degli americani, effettuata in un modo scomposto che tutti ricordiamo dall’allora Presidente Joe Biden, c’è l’italiana “PANGEA”. Grazie a loro siamo riuscite ad intervistare una dottoressa afghana, Gul Bano, operativa sul campo. Tra le poche, pochissime, in grado di farlo, disponibile al racconto. Il suo nome, in persiano, significa ‘Principessa dei fiori’. Si è laureata in medicina all’Ariana University di Jalalabad, nella provincia afghana di Nangarhar, quando anche le donne potevano studiare: perché gradualmente, dal 2021 e definitivamente dal 2024, le ragazze non hanno più accesso all’Università.

Giovane, colta, intelligente e molto coraggiosa, grazie a lei, abbiamo scoperto che, se la situazione femminile in Afghanistan è drammatica, quella sanitaria cammina sull’orlo del precipizio.

Dottoressa, secondo la sua prospettiva, com'è cambiata la situazione per le donne afghane dopo l’uscita degli americani e il ritorno al potere dei talebani? Ci sono differenze tra le aree rurali e le città?

«Dopo il 2021, quando i talebani sono tornati al potere, si sono verificati grandi cambiamenti nella vita delle donne. Nelle aree rurali, affrontavano già alcune limitazioni, ma le condizioni recenti hanno avuto un impatto negativo anche sullo sviluppo delle loro competenze. Molte donne attive e abili nella sartoria, nell’artigianato, in agricoltura, nell’allevamento e nelle piccole imprese, da allora sono state colpite dalla mancanza di accesso al mercato, di programmi di formazione e di supporto. In passato, alcune organizzazioni offrivano formazione sulle competenze e sui progetti generativi di reddito, ma ora queste opportunità sono diminuite».

La presenza degli americani è durata vent’anni, nella guerra più lunga della storia Usa. È cominciata in risposta agli attacchi dell’11 settembre, culminata nella morte di Osama Bin Laden, in un raid delle forze speciali statunitensi nel 2011 ad Abbottabad, in Pakistan, e l’eliminazione di diversi leader di Al Qaeda.

Una guerra costata agli Stati Uniti oltre 2.400 militari caduti e migliaia di feriti, e una spesa di oltre 100 miliardi di dollari all’anno, per due decenni, per poi concludersi nel 2021 con il ritiro delle truppe occidentali e il conseguente ritorno dei talebani al potere.

Il movimento fondamentalista si è reimpossessato di un Paese di 38 milioni di abitanti dove, fino a quel momento, il 75% del bilancio del governo era assicurato dagli aiuti stranieri. I talebani si sono impossessati di un Paese di 38 milioni di abitanti dove, fino a quel momento, il 75% del bilancio del governo era assicurato dagli aiuti stranieri. Con l’uscita degli americani, la comunità internazionale sperava in una transizione meno conflittuale. Non è andata così. Il governo di Ashraf Ghani, appoggiato dalla Nato e dagli Stati Uniti, controllava almeno formalmente le principali città del Paese. Ma era fragile. E con il ritiro americano, l’offensiva talebana lo ha rapidamente sgretolato, riportando il Paese sotto il loro controllo.

Da allora si è assistito a un ritorno a un’arretratezza politica e culturale e a un irrigidimento religioso che tengono l’Afghanistan isolato dal mondo. Il sistema sanitario ne ha fatto le spese maggiori. E le donne sono state rispedite in un limbo senza diritti da cui è impossibile sottrarsi da sole. Oggi, non ci sono studentesse alla Facoltà di medicina, presto non ci saranno più ginecologhe, ostetriche e infermiere. Erano già troppo poche per seguire i parti e le questioni sanitarie femminili. Ce ne sono sempre state poche, circa il 25-27% dei medici in attività: ma quando non ci saranno più dottoresse, chi si prenderà cura della salute delle donne?

Le chiediamo quanti medici donne operino in Afghanistan e quale sia l’attuale situazione della salute delle donne nel Paese. Per garantire almeno servizi sanitari femminili di base, cosa servirebbe?

«Il numero di medici donne in Afghanistan è limitato, specialmente nelle aree rurali.  A causa di questa carenza, le donne, soprattutto nelle aree rurali, sono private dei servizi sanitari, poiché molte pazienti cercano assistenza solo da medici donne. Da quanto ho osservato, la situazione sanitaria delle donne nelle condizioni attuali è gravemente limitata. Le donne affrontano sfide nell’assistenza materna, nella salute infantile, nelle esigenze mediche specializzate e nella salute mentale».

MEDICI DONNE IN AFGHANISTAN

Medici specialisti: solo il 18% è di sesso femminile.

Medici di medicina generale: la percentuale sale al 27%.

Infermieri e ostetriche: le donne costituiscono il 29% del personale infermieristico, mentre le ostetriche sono quasi esclusivamente donne.

«Le dottoresse che ancora lavorano subiscono pressioni a causa dell’assenza di compagni maschi (mahram), delle restrizioni legate all’hijab e degli ostacoli culturali. Alcuni medici, a causa di queste difficoltà, considerano di lasciare il lavoro o sono costretti, legalmente o illegalmente, a migrare in paesi esteri: in cerca di sicurezza e migliori opportunità, poiché non sono in grado di fornire cure adeguate e sicure ai pazienti. Per garantire servizi sanitari accettabili all’Afghanistan servirebbe: il ritorno alla formazione di operatori sanitari donne, la continuazione dell’istruzione medica, l’accesso a medicine e attrezzature e il ritorno all’assistenza finanziaria internazionale».

Il diritto all’educazione è sancito dall’articolo 26 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: in Afghanistan i talebani hanno escluso bambine e ragazze da questo diritto. L’Università è vietata alle ragazze dal 2022. Prima, nei primi sedici mesi di ritorno al potere talebano, era arrivato il divieto di frequentare parchi, palestre, poi l’obbligo di indossare il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi.

La sospensione dell’istruzione universitaria femminile, come altri decreti del regime, rappresenta una delle interpretazioni più rigide della sharia

Questo divieto provoca una tragica contraddizione in campo medico, perché solo le donne possono curare le altre donne, le stesse a cui è vietato frequentare le università. Cosa si può fare in questa situazione? È emersa qualche soluzione da parte della società civile, il governo ha creato eccezioni o facilità per la formazione di nuove dottoresse?

«Il divieto di istruzione delle ragazze, in particolare la chiusura delle facoltà di medicina, ha creato una contraddizione. In molte aree solo le donne sono autorizzate a visitare le donne. Finora no, non è stata annunciata alcuna esenzione generale da parte del governo. In alcuni luoghi, sono in corso programmi di formazione limitati per ostetriche o infermieri. Gruppi della società civile e alcune famiglie stanno provando metodi di educazione informale o online, ma sono molto limitati».

Mancano le dottoresse nonostante solo le donne medico possano, nella maggior parte del Paese, visitare le altre donne: è solo una tra le più gravi contraddizioni dell’oscurantismo talebano.

Ma ragazze e donne, come fuoco sotto la cenere, non si arrendono e trovano obiettivi per restare vive. Così, spesso, il massimo gesto di ribellione è lo studio. Leggere un libro di nascosto dagli uomini, che non sia il Corano, può costargli la vita, di sicuro, se scoperte, è garanzia di botte e punizioni corporali.

Chiediamo conferma.

In Afghanistan, l'istruzione per le donne è vietata, tranne che per lo studio del Sacro Corano nelle scuole religiose. Le risulta che ci siano ancora decine di scuole segrete per ragazze in Afghanistan?

«Secondo i rapporti di vari media internazionali, in Afghanistan ci sono alcune scuole segrete che insegnano alle ragazze. Queste solitamente operano all’interno delle case, di nascosto. Tuttavia, questo lavoro è rischioso e non ha una rete di contatti ampia».

La recente revisione del “codice penale” talebano ha sorpreso i paesi occidentali. Da quanto sappiamo, la violenza domestica contro le donne, persino il pestaggio fisico, è permessa in una certa misura, purché non si rompano ossa o non si infliggano ferite gravi. Anche le punizioni per la violazione dei confini morali restano severe. Quante donne colpite dalla violenza lei tratta? Quale potrebbe essere la via d'uscita da una situazione del genere?

«La violenza contro le donne è un grave problema sociale che esisteva anche in passato. Ora i sistemi di supporto (come i centri speciali per le donne) sono stati ridotti. Medici e operatori sanitari vedono ancora le donne colpite dalla violenza, ma molte donne non osano presentare reclami. e il supporto legale e psicologico è diminuito.

Le possibili soluzioni sono una maggiore consapevolezza pubblica, bisognerebbe predicare contro la violenza, attraverso gli stessi studiosi religiosi e ripristinare le reti di supporto basate sulla comunità, oltre alla continuazione dei programmi umanitari internazionali».

In questo momento di estrema insicurezza, per le donne afgane, se potesse fare una richiesta ai paesi occidentali per la situazione femminile, cosa chiederebbe?

«Per prima cosa chiederei che l’aiuto umanitario venisse mantenuto separato dalla politica. Poi vorrei fossero sostenute di nuovo le opportunità economiche per le donne e per le piccole imprese.

Le voci delle donne afgane dovrebbero essere ascoltate e la pressione internazionale sui diritti umani dovrebbe continuare, come il sostegno ai diritti e all’istruzione delle donne, in particolare garantendo loro, di nuovo, l’accesso alle scuole e alle università per le ragazze, in Afghanistan.  Insisterei sull’espansione delle opportunità economiche per le donne, incluso il sostegno alla formazione delle competenze e a progetti generativi di reddito. Così come il supporto a medici, infermiere e operatori sanitari donne, con assistenza finanziaria e tecnica per migliorare i servizi sanitari.

Per combattere lo status quo, ci vorrebbero sforzi maggiori per proteggere i diritti umani e ridurre le restrizioni culturali, affinché le donne possano utilizzare appieno le loro competenze in un ambiente sicuro. Così come è necessario un supporto ai programmi sociali, come attività sociali per donne, assistenza legale e iniziative di sensibilizzazione.

In breve, e concludo, vorrei che i paesi occidentali fornissero un sostegno continuo all’educazione, alla salute, alla partecipazione economica e alla vita sicura per i diritti delle donne, affinché possano vivere con dignità nel loro paese».

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