Il premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi è di nuovo in carcere. Era stata arrestata, poi rilasciata per gravi motivi di salute. Ma il messaggio dell’Iran è chiaro: la malattia passa, la punizione resta. Per il regime degli ayatollah non è una Nobel, non è una pacifista, non è una donna che difende i diritti umani. È una criminale. In Iran il Nobel non salva: non salva dal carcere, non salva dalle botte, non salva dall’umiliazione. Conta solo una cosa: l’obbedienza. E chi non obbedisce paga.
Mohammadi ha avuto l’ardire di battersi per i diritti delle donne. Un errore imperdonabile. Per questo è stata picchiata dai Pasdaran, incriminata per “raduno e collusione contro la sicurezza dello Stato” – la solita formula passe-partout dei regimi – e rinchiusa in prigione. A corredo, come in ogni sentenza esemplare che si rispetti: divieto di lasciare il Paese per due anni ed esilio interno nella città di Khosf. Una punizione medievale con lessico giuridico moderno.
Fin qui, nulla di sorprendente. È l’Iran. È una teocrazia. Fa quello che le teocrazie fanno.
La vera notizia è un’altra: il silenzio dell’Occidente. Dove sono finite le coscienze indignate? Dove sono le piazze piene? Dove sono le femministe militanti, le attiviste instancabili, i megafoni sempre accesi?
Mohammadi si batte per le donne. Ma le donne occidentali che scendono in piazza per i diritti umani in Palestina non scendono in piazza per lei. Perché i diritti delle donne, a quanto pare, non sono universali. Sono selettivi. Geopolitici. Ideologicamente compatibili.
Se l’aguzzino è “sbagliato”, ci si indigna. Se l’aguzzino è un regime religioso anti-occidentale, allora si riflette, si pondera, si tace. Se l’oppressore parla di legge islamica, improvvisamente la repressione diventa “complessità culturale”.
I diritti delle donne vanno a due velocità: una per i comunicati stampa, una per la realtà. Finché i diritti delle donne non saranno difesi sempre, anche quando è scomodo, anche quando non conviene, anche quando l’oppressore non rientra nella narrativa giusta, non avremo vinto nessuna battaglia per l’uguaglianza. Avremo solo cambiato slogan.
Per ora il risultato della partita è chiaro: nel mondo che si proclama civile, ayatollah batte donna uno a zero.