Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

ABRUZZO, SABINA SANTILLI - Immagine IA

IL FILO D’ORO

Diventata sordocieca a sette anni, non accettò che la sua condizione fosse un destino di esclusione. Dal suo percorso personale nacque una delle realtà più importanti d’Europa dedicate alle persone sordocieche.

di Giornaliste Italiane

Ci sono storie che non chiedono di essere raccontate ad alta voce. Non cercano il centro della scena, non reclamano riconoscimenti immediati. Eppure, continuano a lasciare tracce profonde nel tempo. La storia di Sabina Santilli appartiene a questo tipo di narrazioni: silenziose, ma capaci di cambiare la vita di migliaia di persone, senza mai trasformarsi in racconto eroico.

Una bambina nel silenzio

Nata in Abruzzo, a San Benedetto dei Marsi nel 1917, Sabina ha appena sette anni quando una meningite la rende sordocieca. In un’Italia ancora lontana da qualsiasi idea di inclusione, quella condizione avrebbe potuto significare isolamento definitivo, dipendenza totale, esclusione dalla scuola e dalla vita sociale. Per molti, sarebbe stato un punto di arrivo. Per lei, non lo fu. La perdita simultanea dell’udito e della vista non cancella il desiderio di comprendere il mondo. Al contrario, lo rende più urgente. Sabina impara presto che il limite non è la disabilità in sé, ma l’assenza di strumenti adeguati per comunicare e partecipare.

Studiare per esistere

Grazie a una volontà tenace e a un profondo desiderio di autonomia, Sabina prosegue gli studi e si trasferisce a Roma, dove entra in contatto con ambienti educativi e assistenziali legati al mondo dei non vedenti e dei non udenti. È qui che prende forma una consapevolezza destinata a orientare tutta la sua esistenza.

I sordociechi non sono persone “inermi”, ma individui privati delle condizioni necessarie per esercitare i propri diritti. Una distinzione decisiva, che ribalta l’approccio assistenzialistico allora dominante e apre a una visione fondata sull’educazione, sull’autonomia e sulla dignità.

Una condizione invisibile

All’epoca, la sordocecità veniva spesso considerata una condizione senza possibilità di riscatto. Chi ne era colpito finiva ai margini, affidato alla famiglia o a strutture che non prevedevano percorsi di crescita personale. La società non riconosceva queste persone come soggetti attivi.

Sabina conosce questa realtà dall’interno e decide di non accettarla come destino collettivo. La sua esperienza personale diventa il punto di partenza per una visione più ampia, capace di trasformare una condizione individuale in una questione sociale.

Il filo che unisce

Nel 1964 nasce ufficialmente la Lega del Filo d’Oro. Il nome scelto racchiude il senso profondo del progetto: un filo, sottile ma resistente, capace di unire persone che vivono nel buio e nel silenzio con il resto del mondo. Non un gesto caritatevole, ma una rete strutturata di relazioni, competenze e percorsi educativi.

La comunicazione diventa il primo diritto da garantire. Attraverso metodi personalizzati, linguaggi tattili e un approccio educativo innovativo, la Lega del Filo d’Oro introduce un modello che mette al centro la persona, non la sua disabilità.

Da intuizione a sistema

Nel corso dei decenni, quella che era nata come un’intuizione si trasforma in una realtà solida e riconosciuta. Con sede principale a Osimo, la Fondazione Lega del Filo d’Oro accoglie ogni anno centinaia di persone sordocieche provenienti da tutte le regioni italiane.

Accanto ai professionisti operano oggi oltre 400 volontari, impegnati in un lavoro quotidiano che unisce assistenza, formazione e accompagnamento alla vita autonoma. Un sistema che cresce senza perdere il contatto con la propria origine.

Il valore della discrezione

Il riconoscimento istituzionale e internazionale arriva nel tempo, ma non modifica l’impostazione originaria del progetto. Al centro restano sempre le persone, non la visibilità. Sabina Santilli non ha mai cercato di trasformare la propria storia in un simbolo.

Ha scelto piuttosto di costruire risposte concrete a bisogni reali, colmando un vuoto che per troppo tempo era stato ignorato. La sua leadership è stata silenziosa, fondata sull’ascolto e sulla continuità.

Una donna delle istituzioni

Proposta come “Donna delle istituzioni” dal Comune di San Benedetto dei Marsi, Sabina Santilli rappresenta oggi una figura centrale della storia sociale italiana del Novecento. Non per le cariche ricoperte o per la notorietà personale, ma per aver trasformato una condizione di fragilità in un’opportunità collettiva.

Una traccia che continua

La sua eredità non è affidata alle celebrazioni, ma a un sistema che continua a funzionare, a crescere, ad accogliere. Una traccia discreta, ma indelegabile, che dimostra come anche dal silenzio possa nascere una voce capace di unire.

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