Il cinema di Hollywood con cuore italiano: la rivoluzione di Chiara Tilesi
di Jessica Saccone (Vice Direttore)
Dalla notte degli Oscar alle battaglie di genere, la produttrice italiana racconta il potere delle storie che cambiano il mondo.
Trasferitasi a Los Angeles a 18 anni, la produttrice italiana Chiara Tilesi ha conquistato Hollywood mettendo lo storytelling al servizio del sociale. In questa intervista racconta la sua sfida ai cliché di genere con la non-profit We Do It Together, il dietro le quinte della storica candidatura agli Oscar e il suo nuovo documentario sulla longevità con Valter Longo ed Edward Norton. Il suo messaggio è chiaro: il cinema deve smettere di oggettivare e iniziare a far riflettere, perché “noi siamo quello che vediamo”. E poi il paradosso: “gli USA sono più avanti nel dibattito, ma è l’Italia che ha eletto la sua prima donna premier”
Quando ha capito che il cinema era la sua strada e quali alternative ha cercato?
Ho avuto le idee chiare a 18 anni. Mi sono trasferita a Los Angeles per studiare cinema, mossa dal desiderio di usare lo storytelling per creare un impatto sociale positivo, anziché fare un cinema basato sulle paure. Appena laureata, ho prodotto All the Invisible Children con registi come Ridley Scott e John Woo.
E’ riuscita a trasformare la donna da “oggetto” a “soggetto” nel cinema o resistono ancora dei cliché?
Purtroppo i cliché resistono. A livello globale la violenza e la disparità aumentano e sono sempre più intense. Il cinema oggettifica ancora la donna: questo bombardamento mediatico continuo crea un sistema di credenze sottile che alimenta la cultura del possesso e della violenza.
Con il film “Tell It Like a Woman” voleva scardinare questi cliché?
Assolutamente sì. Il film raccoglie storie vere di donne straordinarie, come l’attivista Kim Carter interpretata da Jennifer Hudson. Manca una narrativa che racconti i nostri sogni, debolezze e punti di forza, anziché oggettificarci. Con la mia casa di produzione We Do It Together raccontiamo storie di donne, fatte da donne, per tutti.
Quali differenze vede oggi tra l’industria cinematografica statunitense e quella italiana?
Le percentuali di donne registe stanno calando in entrambi i Paesi dopo un iniziale aumento. In Italia però c’è meno consapevolezza: parlare di donne è controcorrente, il femminismo è scambiato per odio verso gli uomini e c’è paura di non lavorare. C’è un paradosso: gli USA sono più avanti nel dibattito, ma l’Italia ha fatto un passo avanti concreto eleggendo la sua prima donna premier.
Qual è stato lo shock culturale più forte che ha vissuto trasferendoti in America a 18 anni?
Scoprire che negli Stati Uniti si può credere ai sogni e che una bella idea può venire da chiunque. A 30 anni ho prodotto un film con i più grandi registi mondiali. In Italia c’è una struttura a “casta” ed è tutto più chiuso: viene prima la persona e la sua carriera, poi l’idea. L’Italia ha una cultura immensa e unica, ma l’America è molto più pragmatica e meritocratica.
Come ha vissuto la notte della candidatura agli Oscar per la colonna sonora del suo film?
Non ho dormito tutta la notte, aspettando l’annuncio delle 5 del mattino a Los Angeles insieme al team e a Diane Warren. Avevamo pochissime possibilità sulla carta. Gareggiavamo contro giganti come Lady Gaga, Selena Gomez, Taylor Swift e The Weeknd, che avevano dietro budget enormi di major come Apple e Netflix. Eppure, siamo rientrati nella cinquina dei nominati.
Come è passata dalle storie sulle donne a un documentario sulla longevità e la scienza del digiuno?
Io mi definisco una social impact producer. Ho iniziato con i bambini (All the Invisible Children), poi sono passata alle serie sociali con Selena Gomez (Giving Back Generation) e ai film sulle donne. La nutrizione è un altro tema sociale fondamentale. Collaborando con il professor Valter Longo è nato il desiderio di spiegare al grande pubblico come il digiuno aiuti a vivere più a lungo. Al progetto si sono poi uniti Edward Norton e il regista Barry Brown.
Che consiglio darebbe a una giovane persona che vuole intraprendere il suo stesso percorso?
Di crederci sempre e di non arrendersi mai davanti ai “no”. I film a impatto sociale sono più difficili e meno commerciali, ma se una storia è valida trova sempre il suo interlocutore.
C’è un messaggio finale che ci tiene a lasciare?
L’arte ha il potere magico di offrire punti di vista diversi. Cinema, TV e social media non devono essere solo intrattenimento, ma strumenti di riflessione per la società. Noi siamo ciò che vediamo ripetutamente: siamo tutti storyteller e dobbiamo fare attenzione a cosa raccontiamo.








