a cura della Redazione
Nel pieno dell’escalation che nelle ultime ore sta attraversando il Medio Oriente e mentre la tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele continua ad alimentare timori di un allargamento del conflitto, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo oggi (11 marzo) in Parlamento sulla crisi iraniana e sul prossimo Consiglio europeo, ha definito la situazione «uno dei tornanti più complessi della storia recente», invitando a sottrarsi a «polarizzazioni» e «banalizzazioni» nel dibattito politico. Nel suo intervento la premier ha chiarito innanzitutto la posizione italiana sul conflitto: «Non c’è un governo complice delle decisioni altrui o isolato in Europa», ha affermato, ribadendo che «l’Italia non prende parte e non intende prendere parte al conflitto». Meloni ha collocato la crisi iraniana in un quadro più ampio di deterioramento dell’ordine internazionale, sostenendo che «le minacce diventano sempre più spaventose e si moltiplicano gli interventi unilaterali condotti fuori dal perimetro del diritto internazionale», un contesto nel quale, ha aggiunto, «dobbiamo collocare anche l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano». La presidente del Consiglio ha quindi indicato le tre direttrici dell’azione del governo italiano: la diplomazia per favorire un ritorno ai negoziati sul programma nucleare iraniano, condizione che passa anche dalla cessazione degli attacchi contro i Paesi del Golfo; la tutela dei civili, con una «ferma condanna» per la strage delle bambine nell’asilo di Minab e la richiesta di accertare le responsabilità; il sostegno ai Paesi del Golfo nella gestione della crisi insieme ai partner europei, in coordinamento con Francia, Germania e Regno Unito. Sul tema dell’eventuale utilizzo delle basi militari statunitensi presenti in Italia, Meloni ha precisato che «a oggi non ci sono state fatte richieste», ricordando che l’Italia segue le stesse procedure degli altri Paesi europei che ospitano installazioni americane. Nel corso dell’intervento la premier ha inoltre rivolto un appello all’unità parlamentare, dichiarandosi disponibile ad aprire «un tavolo a Palazzo Chigi con le opposizioni» per affrontare insieme una fase internazionale che ha definito particolarmente delicata, mentre sul piano interno ha difeso la linea del governo sulla gestione dei flussi migratori e sul funzionamento dei centri per migranti in Albania, criticando alcune decisioni della magistratura sui rimpatri e sostenendo che «decisioni di questo tipo non trovano giustificazione nella normativa italiana, nella normativa europea e neppure nel buon senso».
Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti continua ad intensificarsi e si estende progressivamente a diversi Paesi della regione, mentre cresce la pressione internazionale per evitare un’ulteriore escalation militare e un possibile shock energetico globale.
Nelle ultime ore si sono registrati allarmi missilistici negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, mentre attacchi con droni hanno colpito infrastrutture militari e installazioni energetiche nel Golfo. A Riad le difese saudite hanno abbattuto due droni e il Kuwait ha dichiarato di averne neutralizzati sei. Nel Kurdistan iracheno è stata colpita la base aerea statunitense di Al-Harir, mentre l’esercito israeliano ha annunciato raid imminenti contro infrastrutture di Hezbollah nelle città libanesi di Tiro e Sidone.
L’escalation militare si accompagna a un duro scambio di dichiarazioni tra Stati Uniti e Iran. Il capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano Ali Larijani ha avvertito Washington di «fare attenzione a non essere eliminati voi», mentre il presidente americano Donald Trump ha minacciato una risposta molto più dura nel caso in cui Teheran decidesse di bloccare lo Stretto di Hormuz. «Se fermasse il flusso di petrolio nello Stretto verrebbe colpito venti volte più forte», ha scritto su Truth Social.
L’Iran sta intensificando gli attacchi alle navi nel Golfo, tra cui due petroliere in acque irachene. Il prezzo del petrolio è nuovamente schizzato oltre i 100 dollari al barile durante la notte, nonostante le misure dell’Agenzia Internazionale per l’Energia
Lo Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici del pianeta, è diventato uno dei punti più sensibili della crisi dopo le minacce delle Guardie della Rivoluzione iraniane di colpire le navi che attraversano la rotta marittima. Il traffico commerciale ha subito rallentamenti e diverse compagnie di navigazione stanno valutando rotte alternative, mentre cresce il timore di un blocco delle esportazioni energetiche dal Golfo.
Il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, ha avvertito che se il conflitto dovesse protrarsi i Paesi esportatori potrebbero essere costretti a fermare nel giro di settimane le spedizioni di energia, con pesanti ripercussioni sui prezzi di petrolio e gas.
Dalle Nazioni Unite è arrivato l’appello del segretario generale a evitare una spirale di violenza incontrollabile e a riaprire canali diplomatici, mentre il Consiglio di Sicurezza si prepara a una nuova riunione straordinaria sulla crisi.
La Commissione europea ha espresso profonda preoccupazione per l’escalation militare.
La presidente Ursula von der Leyen ha invitato «tutte le parti a esercitare la massima moderazione, a proteggere i civili e a rispettare pienamente il diritto internazionale». Bruxelles ha sottolineato la necessità di evitare attacchi contro obiettivi non militari e di riaprire canali diplomatici.
La presidente della Commissione Europea ha sottolineato che una soluzione duratura alla crisi in Iran può essere solo diplomatica. Ha anche messo in rilievo l’importanza di de-escalation, dialogo e pressione su un’effettiva transizione politica iraniana, oltre alla cessazione dei programmi nucleari e balistici che destabilizzano la regione. Von der Leyen inoltre ha definito gli attacchi iraniani nella regione ingiustificabili e contrari al diritto internazionale, annunciando la convocazione di un collegio straordinario dei commissari per affrontare la crisi.
L’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha definito «pericolosi» gli ultimi sviluppi e ha ribadito che l’Unione europea è impegnata a lavorare con i partner regionali per una soluzione diplomatica.
Il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha dichiarato che aerei britannici sono coinvolti nelle operazioni difensive regionali coordinate per proteggere popolo, alleati e interessi nel Medio Oriente. In precedenti dichiarazioni congiunte (in tandem con Macron e Merz) ha condannato gli attacchi iraniani nella regione e chiesto una ripresa delle negoziazioni diplomatiche per evitare un’escalation ulteriore.
Il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha ribadito l’esigenza che l’Iran cessi gli attacchi militari contro Israele e altri Paesi e si torni a una soluzione negoziata. Merz, insieme a Macron e Starmer, ha condannato gli attacchi iraniani e ha ricordato la richiesta di fermare il programma nucleare e le attività destabilizzanti di Teheran. Ha inoltre affermato la necessità di lavorare con partner internazionali per pianificare un “day after” politico e di sicurezza nella regione.
Il Governo spagnolo ha preso oggi una posizione distinta dalla maggior parte dei partner europei: ha negato l’autorizzazione all’uso delle basi militari spagnole (Rota e Morón) per operazioni contro l’Iran, pur condannando gli attacchi iraniani nella regione e ribadendo il rispetto del diritto internazionale. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha sottolineato che le basi saranno usate solo nei limiti degli accordi con gli USA e secondo la Carta ONU, e il primo ministro Pedro Sánchez ha criticato l’uso unilaterale della forza al di fuori dei mandati internazionali. Questo pone la Spagna in una posizione più critica verso l’azione militare che molti altri Paesi europei, enfatizzando diplomazia e legalità internazionale.
Macron ha annunciato un ampliamento della dottrina di deterrenza nucleare francese, con l’obiettivo di rispondere a un contesto di maggiore instabilità globale e alle crescenti preoccupazioni sulla sicurezza europea.
La Francia intende aumentare la dimensione del proprio arsenale nucleare e potenzialmente permettere la temporanea presenza di suoi aerei armati con testate nucleari presso paesi alleati europei, come parte di una “deterrenza avanzata” che rafforzi il ruolo francese nel sistema di difesa.
Il presidente francese ha anche sottolineato che la decisione finale sull’uso delle armi nucleari resterà sempre in capo al presidente francese, e che questa strategia non sostituisce il ruolo nucleare della NATO, ma lo completa
Sul piano diplomatico Parigi ha ribadito una forte condanna degli attacchi missilistici e droni lanciati dall’Iran contro Paesi della regione, definendoli “indiscriminati, sproporzionati e pericolosi per la sicurezza internazionale”. In coordinamento con Germania e Regno Unito, la Francia ha chiesto a Teheran di fermare immediatamente tali azioni e di tornare a un processo negoziale.
Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha dichiarato che la Francia è pronta ad aiutare i Paesi del Golfo colpiti dagli attacchi iraniani, ma solo su loro richiesta e nel rispetto del diritto internazionale, soprattutto del principio di autodifesa collettiva.
Barrot ha anche sottolineato che gli attacchi iniziali degli USA e di Israele contro obiettivi iraniani avrebbero dovuto essere presentati al Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ottenere legittimità internazionale, criticando l’azione unilaterale senza passaggio all’ONU.
Parigi, insieme a Berlino e Londra, ha affermato la disponibilità per azioni difensive “necessarie e proporzionate” per neutralizzare capacità offensive iraniane (missili, droni) alla fonte, in cooperazione con gli Stati Uniti e gli alleati regionali.
La Francia ha invitato alla de-escalation del conflitto e a un ritorno al dialogo diplomatico multilaterale per evitare che la crisi si allarghi e soprattutto per preservare la pace internazionale.
La Francia ha inoltre innalzato lo stato di allerta interno per possibili ripercussioni legate ai conflitti in Medio Oriente, con particolare attenzione alla sicurezza delle comunità e delle sedi diplomatiche sul territorio nazionale.
Il Cremlino ha espresso forte preoccupazione per l’escalation, parlando di un grave rischio di destabilizzazione dell’intera area mediorientale.
Il governo russo ha definito l’operazione «un atto di aggressione armata premeditato e ingiustificato contro uno Stato sovrano membro delle Nazioni Unite».
Il ministero degli Esteri di Mosca ha inoltre parlato di «una pericolosa avventura che può portare a conseguenze umanitarie, economiche e radiologiche imprevedibili», chiedendo la cessazione immediata delle ostilità.
Pechino ha invitato tutte le parti alla massima moderazione, ribadendo il principio della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale.
Il governo cinese ha chiesto «un cessate il fuoco immediato» e il «ritorno al dialogo e alla negoziazione», sottolineando la necessità di evitare un conflitto su larga scala.
Le Nazioni Unite hanno convocato una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza.
Il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres ha lanciato un appello formale alla de-escalation, dichiarando che è necessario «l’immediato ritorno alla diplomazia» e avvertendo delle «gravi conseguenze umanitarie» che un allargamento del conflitto potrebbe comportare.
Iran: 1.348 civili uccisi negli attacchi USA/Israele, 17.000 civili feriti, 16.191 abitazioni residenziali danneggiate, 77 strutture mediche danneggiate, 65 scuole danneggiate. Questo il bilancio citato nelle ultime ore da diverse fonti e aggiornamenti sul conflitto.
Libano: circa 70 vittime
Israele: almeno una dozzina di morti
Militari USA: almeno 7 soldati uccisi
Sfollati in Libano: oltre 80.000
Paesi del Golfo: alcune vittime civili negli attacchi con droni e missili.
Inoltre nei bombardamenti in Iran sono morti anche alcuni cittadini stranieri, tra cui almeno un cinese e cittadini di Bangladesh, Pakistan e Nepal presenti nel Paese.
Il bombardamento di una scuola primaria femminile nella città di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, è stato rilanciato da tutti i principali media internazionali come uno degli episodi più gravi dell’attacco.
Secondo la versione ufficiale iraniana, l’attacco ha interessato l’istituto scolastico elementare Shajareh Tayyebeh, dove si trovavano circa 170 studentesse, per lo più bambine tra i 7 e i 12 anni, al momento del colpo.
Le stime più recenti rilanciate da fonti iraniane e riprese da media internazionali parlano di un bilancio arrivato ad almeno 165 morti e circa 96 feriti. I soccorritori hanno lavorato all’estrazione di persone intrappolate sotto le macerie.
Il governo di Teheran ha descritto l’attacco come una “atrocità” e un “crimine” contro civili innocenti, sottolineando che l’edificio scolastico è stato colpito durante le lezioni mentre era pieno di alunne.
La scuola si trovava vicino a una base del Corps delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC).
Il conflitto non riguarda più solo Iran, Israele e Stati Uniti.
Sono direttamente o indirettamente coinvolti:
Libano – scontri tra Israele e Hezbollah
Paesi del Golfo – basi militari occidentali sotto minaccia
Azerbaigian – allerta militare dopo attacchi sospetti
Cipro – base britannica colpita da drone
Mediterraneo orientale – rafforzamento della presenza militare europea
Tre fattori preoccupano la comunità internazionale:
Energia
La paralisi dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del petrolio mondiale.
Escalation militare
Attacchi con droni e missili in diversi Paesi del Medio Oriente.
Crisi umanitaria
Decine di migliaia di civili in fuga e traffico aereo e marittimo fortemente limitati.
Alcuni colpiscono il Palazzo Presidenziale. E altri luoghi strategici, non solo nella capitale. È il panico. La notizia corre in rete, ripresa dai telefonini, poi cala il buio sul web. Nel frattempo apre i giornali di tutto il mondo. Quasi in contemporanea l’attacco si completa dal mare, da almeno una delle due portaerei presenti nel golfo: la “Gerald Ford” e la “Abraham Lincoln”, con cacciatorpedinieri e sottomarini. Il regime è costretto a specificare che il Presidente Pezeshkian è in «piena salute». e la Guida Suprema Khamenei «si trova in un luogo sicuro, non a Teheran». L’IDF, al contrario, afferma che entrambi erano tra gli obiettivi colpiti negli attacchi. Si susseguono diverse indiscrezioni di stampa, al momento non confermate, secondo le quali la loro sorte e quella di alcuni politici non è stata ancora accertata. Chiuso lo spazio aereo sull’Iran. Le maggiori compagnie aeree sospendono i voli sul Medio Oriente: il “Ben Gurion” di Tel Aviv chiuso almeno fino a lunedì. Netanyahu non lascia spazio ad una tregua e nel suo primo discorso dice: «Questa operazione durerà fino a quando necessario».
Alcuni video mostrano manifestazioni di iraniani scesi in strada. In lingua persiana, prima del crollo della rete web, l’esercito israeliano si rivolge agli iraniani: «Per la vostra sicurezza e il vostro benessere, vi esortiamo a evacuare subito queste zone fino a nuovo avviso. La vostra presenza in questi luoghi mette in pericolo le vostre vite».
Si chiede ai cittadini di restare nei rifugi. Israele richiama altri 20 mila riservisti, solo oggi, che si aggiungono ai 50 mila da poco richiamati. L’atteso discorso del Comandante in Capo americano arriva dalla sua residenza di Mar-a-Lago: in giornata parlerà di nuovo alla nazione. Donald Trump si rivolge all’Iran e al mondo con un discorso di 8 minuti: «Abbiamo iniziato una grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano». E si riferisce subito al potenziale balistico del regime che, si presume, abbia almeno 2000 missili balistici. «Distruggeremo i loro missili e ci assicureremo che l’Iran non abbia il nucleare. Il regime imparerà a breve che non bisogna sfidare la forza delle forze armate americane».
La risposta dell’Iran è furiosa: «Sarà una risposta schiacciante – dicono gli Ayatollah – Colpiremo le basi americane nel Golfo». I Pasdaran intanto contrattaccano anche sui media. E dichiarano: «l’operazione “truth promise 4” è stata lanciata in risposta all’aggressione americano-sionista contro il territorio iraniano». E ribadiscono che il quartier generale della V flotta della marina statunitense in Bahrein «è stato attaccato con missili e droni, e anche le basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, oltre ai centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele».
Ed è solo l’inizio.
Secondo fonti media internazionali, anche tra i Pasdaran ci sarebbero già perdite importanti, tra cui l’eliminazione del loro leader Pakpour. Mentre gli analisti parlano già di “Terza Guerra del Golfo” visto che di fatto il conflitto si è già allargato nell’area, l’attenzione è sull’incognita Hezbollah. Non a caso dal Libano arriva l’appello “alla saggezza del popolo libanese”, da parte delle autorità, per evitare interferenze in queste delicate ore di conflitto.
Di prima mattina il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione telefonica urgente del Governo per l’escalation in Iran: invitando tutti i nostri connazionali alla massima prudenza e rinnovando la vicinanza alla popolazione iraniana che, con coraggio, da tempo, continua a richiedere rispetto per i propri diritti, civili e politici.
Subito dopo aver ascoltato gli ambasciatori dell’area del Golfo, il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato ai giornalisti: «Non sarà una guerra lampo e non c’è nessun Italiano coinvolto negli attacchi di stamattina né in Iran né negli altri Paesi del Golfo – spiega il titolare della Farnesina ai giornalisti – neanche tra i militari presenti. Diciamo ai nostri concittadini di restare in casa, di non abbandonare gli alberghi nel caso dei turisti. Nel caso servisse, noi siamo pronti ad evacuare».
In Iran la presenza diplomatica italiana era stata già drasticamente ridotta nei giorni scorsi. Tra turisti, residenti e militari sono migliaia gli italiani presenti nell’area del Golfo. «La situazione diplomatica – ha concluso il Ministro – si trova solo se l’Iran decide di bloccare la produzione nucleare e di missili balistici».
In risposta all’offensiva, l’Iran ha lanciato missili e droni verso Israele e contro basi statunitensi presenti in vari Paesi del Medio Oriente.
Nelle ore successive all’offensiva militare lanciata congiuntamente da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le autorità di Teheran hanno risposto con una estesa ondata di missili e droni diretti verso il territorio israeliano.
Secondo quanto riferito dai media israeliani e da agenzie internazionali, circa 35 missili balistici sono stati lanciati dall’Iran verso Israele come rappresaglia, in quella che è descritta come la prima valutazione ufficiale della risposta iraniana all’attacco. Alcuni dei missili sono stati intercettati dai sistemi di difesa israeliani mentre altri hanno raggiunto il territorio israeliano, con intercettori e frammenti caduti in varie aree del Paese.
Nella città di Tel Aviv, un missile iraniano ha colpito un’area abitata, causando la morte di una donna di circa 50 anni, ferendo più di 20 personetra civili, con strutture residenziali danneggiate e incendi dovuti all’impatto. Questo episodio è stato confermato dai servizi di emergenza israeliani come la prima vittima civile accertata in seguito alla rappresaglia.
Le sirene d’allarme sono risuonate in varie città israeliane, inclusa Tel Aviv, spingendo la popolazione a cercare rifugio nei sistemi di protezione antiaerea e provocando una dichiarazione di stato di emergenza all’interno del Paese da parte delle autorità militari e civili. Un missile balistico iraniano ha colpito una zona residenziale di Beit Shemesh, nella parte centrale del Paese, causando almeno nove morti e decine di feriti quando ha centrato edifici e rifugi pubblici durante una serie di attacchi coordinati di missili e droni diretti al territorio israeliano come rappresaglia dopo l’uccisione del leader supremo iraniano. Le autorità di emergenza hanno confermato vittime e danni ingenti agli edifici colpiti.
La risposta dell’Iran non si è limitata al suolo israeliano, ma si è estesa anche a diverse aree del Golfo Persico e ai Paesi che ospitano basi e asset militari statunitensi o alleati.
Qatar – Missili iraniani sono stati diretti verso la base aerea di al-Udeid, che ospita forze statunitensi. Le autorità locali hanno riferito di intercettazioni da parte dei sistemi di difesa aerea; non risultano al momento conferme ufficiali di danni strutturali rilevanti.
Kuwait – Sono stati segnalati lanci verso l’area della Ali al-Salem Air Base e altre installazioni con presenza statunitense. Le difese aeree kuwaitiane hanno dichiarato di aver intercettato i vettori entrati nello spazio aereo nazionale.
Emirati Arabi Uniti – Esplosioni sono state udite a Dubai e Abu Dhabi. A Dubai si registrano feriti e danni a infrastrutture civili, compresa un’area aeroportuale e zone alberghiere. Ad Abu Dhabi sono stati segnalati danni e vittime in prossimità di installazioni collegate a strutture militari e aeroportuali, con ripercussioni sul traffico aereo.
Bahrain – Esplosioni sono state riferite nei pressi di una struttura legata alla Quinta Flotta statunitense a Manama. Sirene sono state attivate nella capitale; le difese aeree sono state mobilitate per intercettare i vettori in arrivo.
Iraq – Attacchi e lanci di droni hanno interessato aree con presenza di personale statunitense, in particolare nella regione di Erbil, con milizie filo-iraniane che hanno rivendicato operazioni contro basi USA nel Paese.
Giordania – Le autorità hanno riferito di intercettazioni nello spazio aereo nazionale di missili e droni diretti verso obiettivi regionali e verso Israele come parte dell’ondata di attacchi.
Cipro – Droni attribuiti alle forze iraniane hanno preso di mira la base britannica di Akrotiri. Londra ha confermato l’attivazione dei sistemi di difesa e la messa in sicurezza delle infrastrutture.
Oman – Due droni iraniani hanno attaccato il porto di Duqm, ferendo un civile e causando danni a una petroliera, testimoniando l’allargamento delle operazioni navali e aeree oltre i confini immediati del Golfo Persico.
Questa serie di attacchi in più Paesi del Golfo è stata descritta come parte di un’operazione regionale più ampia delle Forze Armate iraniane, che avrebbero dichiarato di considerare “legittimi obiettivi” tutte le installazioni statunitensi e alleate nella regione nel contesto dell’escalation militare.
Nelle ore successive ai raid, la sorte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei è stata a lungo oggetto di versioni contrastanti. La conferma, di quello che sembrava sempre più plausibile, arriva solo quando la televisione di Stato iraniana ufficializza la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran. Con lui hanno perso la vita diversi membri della sua famiglia, tra cui la nuora, il genero e i nipoti. Almeno 30 i missili che, nei primi raid di sabato mattina, hanno centrato il Palazzo Presidenziale, polverizzandolo. In una prima fase, da Teheran non erano arrivate conferme e alcune ricostruzioni venivano smentite. Il governo di Teheran ha proclamato un periodo di 40 giorni di lutto nazionale per commemorare il suo decesso.
La guida suprema, che aveva 86 anni e guidava il Paese dal 1989, era stata figura centrale della rivoluzione islamica e della politica estera di Teheran per oltre tre decenni. La sua morte rappresenta un momento di rottura nella storia recente dell’Iran e apre una fase di forte incertezza interna. In risposta all’annuncio, sono emerse reazioni contrastanti nel Paese: mentre la leadership istituzionale ha definito Khamenei “martire della nazione”, alcune immagini diffuse sui social mostrano cittadini radunarsi per esprimere sentimenti profondi, sia di lutto sia di contestazione, nei confronti del regime. Nel frattempo, gli organi costituzionali competenti hanno iniziato le procedure per la successione alla guida suprema, un processo che si annuncia complesso e destinato a influenzare l’equilibrio politico interno e la posizione dell’Iran nel contesto regionale.
Dopo la morte del leader supremo Ali Khamenei durante gli attacchi congiunti USA-Israele, il governo della Repubblica Islamica ha annunciato un “interim leadership council”, ossia un consiglio di guida transitorio che esercita le funzioni costituzionali del leader supremo in attesa della nomina di un nuovo capo secondo la Costituzione iraniana.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i e il religioso Alireza Arafi sono attualmente indicati come i principali membri di questo consiglio di transizione.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto che il processo dovrebbe durare “un giorno o due” prima di nominare formalmente un nuovo leader supremo.
Questa transizione è prevista dalla Costituzione dell’Iran (Art. 111) in caso di vuoto di potere, e non rappresenta un “governo provvisorio democratico” nel senso occidentale, bensì una struttura interna per garantire continuità statale e militare durante la crisi.
Le comunicazioni diffuse dai media di Stato e da alcuni esponenti istituzionali iraniani nelle ultime ore (in vari briefing o interventi televisivi) sottolineano:
Il Governo iraniano insiste nel definire gli attacchi USA-Israele “un’aggressione” e giustifica la continuità istituzionale tramite il consiglio di transizione;
Viene dichiarato che la transizione di leadership avverrà senza interrompere la capacità difensiva dello Stato;
Non sono state rilasciate dichiarazioni che riconoscano un “governo transitorio alternativo” o una rottura dell’attuale sistema di potere.
Queste posizioni riflettono la costituzione e gli apparati ufficiali della Repubblica Islamica, non un corpo politico sostitutivo o di opposizione.
Al di fuori della struttura statale, alcuni gruppi di opposizione hanno annunciato iniziative distinte che non sono riconosciute dalle autorità di Teheran:
Il “Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI)”, un’organizzazione di opposizione in esilio, ha proclamato la formazione di un “governo provvisorio” basato su piani politici alternativi (democrazia, elezioni e abolizione del sistema clericale).
Tale annuncio non ha alcun riconoscimento ufficiale da parte dello Stato iraniano o della comunità internazionale, e riguarda esclusivamente le forze dell’opposizione.
Gruppi di opposizione come quelli legati a Reza Pahlavi avevano già in passato proposto piani di transizione democratica, ma non hanno autorità di governo dentro l’Iran.
Quaranta giorni di lutto nazionale proclamati in Iran e sette giorni di festività pubbliche.
Le autorità iraniane hanno definito gli attacchi americani e israeliani come violazioni del diritto internazionale e hanno promesso risposte dure, accusando Washington e Tel Aviv di aggressione e di cercare di minare la sovranità della Repubblica Islamica. Le stesse autorità iraniane, incluso il capo della sicurezza Ali Larijani, hanno promesso di colpire Stati Uniti e Israele con una forza “mai sperimentata prima”.
Anche l’Iraq dichiara tre giorni di lutto nazionale per la morte della Guida Suprema “con profonda tristezza, esprimiamo le nostre condoglianze al nobile popolo iraniano e all’intero mondo musulmano” per la morte di Khamenei in “un palese atto di aggressione”»ha dichiarato il portavoce del governo Bassem al-Awadi.
Sempre in Iraq, domenica mattina, alcuni manifestanti hanno tentato di prendere d’assalto la zona che ospita l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad, dopo la morte di Khamenei.
Lo stesso giorno, assaltato il consolato americano nella città portuale pakistana di Karachi, dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran e ucciso la guida suprema del Paese. Lo ha riferito la polizia, mentre le forze paramilitari hanno usato manganelli e lanciato gas lacrimogeni per disperdere la folla. Almeno un manifestante è stato uccisouna decina di vittime e molti altri sono rimasti feriti negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza.
Cosa succederà in caso di caduta del governo Khamenei? Gli scenari potrebbero essere diversi. Di sicuro l’endorsment di Trump e non solo va a Reza Pahlavi figlio dell’ultimo scià dell’Iran Mohammad Reza Pahlavi, ed erede dell’ex monarchia Pahlavi. Vive in esilio negli Stati Uniti e guida il movimento monarchico chiamato Consiglio Nazionale dell’Iran. Punterebbe a instaurare a Teheran un sistema laico e democratico. «Siamo molto vicini alla vittoria finale – dichiara subito dopo l’attacco – Voglio essere al vostro fianco il prima possibile affinché insieme possiamo riconquistare e ricostruire l’Iran». È lui il più plausibile successore in caso di caduta del Regime degli Ayatollah. Pahlavi è sostenuto dai membri della diaspora iraniana e dai gruppi che sostengono il ritorno della monarchia, ma è osteggiato da altri gruppi di opposizione, tra cui repubblicani ed esponenti della sinistra. Tra gli eventuali ma meno probabili successori del regime, anche Maryam Rajavi e l’Organizzazione dei Mujahideen del Popolo, che si muove dietro il Consiglio nazionale della resistenza iraniana, guidato da Rajavi: un potente gruppo di sinistra che negli anni ‘70 condusse campagne di bombardamenti contro il governo dello scià e obiettivi statunitensi. Da segnalare diversi gruppi, sempre al di fuori dell’Iran, che rivendicano la nascita di una repubblica democratica nel Paese.
Era il 5 maggio 1979. Da poco era stata instaurata la Repubblica islamica in Iran. L’allora ayatollah Khomeini, con un decreto, istituisce i Pasdaran, il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (in persiano Sepah-e Pasdaran-e Enghelab-e Islami) . Khomeini non nutriva fiducia nell’esercito, voleva un corpo speciale di fedelissimi: l’esercito iraniano era troppo legato allo scià deposto. Nascono così queste forze speciali incaricate di garantire la sicurezza interna del regime e di eliminare i “controrivoluzionari” a qualsiasi costo.
Un versetto del Corano sotto lo stemma, recita: “Preparate contro di loro tutte le forze che potrete raccogliere”. I pasdaran sono fedeli seguaci della dottrina e ideali sciiti. Il nuovo corpo speciale da allora è un sanguinario protagonista. Quando scende in campo durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988) e, nel 2009, nella repressione del movimento popolare “Onda verde” oltre alle successive proteste interne avvenute negli ultimi anni.
La struttura dei Pasdaran, dal 1986, è forte di divisioni navali e aeronautiche autonome, a cui si sono aggiunte quelle di difesa aerea, di intelligence e di controspionaggio. Dai primi anni ’90 i Pasdaran guidano un’unità d’élite incaricata di difendere gli interessi iraniani all’estero: la Forza al-Quds, diventata un attore principale nella lotta contro Isis in Iraq e nella guerra siriana a fianco delle forze governative. Col tempo, le Guardie della Rivoluzione hanno forgiato anche un vero impero commerciale e industriale forte di miliardi di dollari. I Pasdaran hanno subito importanti perdite apicali, diversi i generali morti, nel corso della “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno 2025 contro Israele. È ancora operativo il generale Esmail Qaani, comandante della Forza al-Quds, che nel gennaio 2020 ha sostituito Qassem Soleimani, ucciso dagli Usa, al suo arrivo a Baghdad. Oggi, le presunte morti negli attacchi del generale Ammad Pakpour (già a capo delle forze di terra dei pasdaran) in veste di comandante generale del Corpo e di Mohammad Karami come nuovo capo delle forze terrestri (150mila uomini).
Dal 1989 è la Guida Suprema dell’Iran, figura autoritaria che controlla ogni aspetto del paese con una linea fortemente conservatrice, antioccidentale e anti-israeliana. Nato a Mashhad, ha studiato nelle scuole islamiche ed è stato un fedele seguace dell’Ayatollah Khomeini durante la rivoluzione del 1979. Già Presidente dal 1981al 1989 ha consolidato il potere reprimendo il dissenso, sostenuto dai Pasdaran e guidando il paese attraverso crisi interne ed esterne. Dal 1989 non ha mai lasciato l’Iran. In qualità di Guida Suprema, carica che detiene a vita, nomina i membri del Consiglio dei Guardiani, controlla la magistratura e le forze armate, definendo ogni tipo di scelta strategica dell’Iran.
È un fervente sostenitore della velayat-e faqih (governo del giurista islamico) principio su cui si fonda la Repubblica Islamica, elaborato dall’ayatollah Khomeini durante il periodo tra il 1964 e il 1978. L’idea principale di questa teoria è che la monarchia assoluta, che da sempre aveva caratterizzato il governo in Persia, doveva essere sostituita da un governo islamico che avrebbe dovuto basarsi sull’idea della città-stato del Profeta e sul modello del califatto di Ali, primo imam sciita. Khamenei è noto per la sua retorica anti-USA (definiti “Grande Satana”) e anti-Israele (definito “tumore canceroso”). Fortemente criticato dalla popolazione iraniana, schiacciata da decenni di forte repressione e totalmente priva di diritti civili e politici, in questi anni la sua leadership è stata messa in discussione da crescenti tensioni sociali interne, proteste (come quelle del 2022) e pressioni internazionali, inclusi i raid israeliani che hanno colpito aree vicino a Teheran nel 2025.
Da tempo Khamenei, 86 anni, aveva rilasciato istruzioni nel caso venisse ucciso dai “nemici occidentali”. Il raid di questa mattina alle 7 ha raso al suolo la sua abitazione. Al momento c’è ancora incertezza sulla sua sorte. Si è parlato più volte delle precarie condizioni di salute di Khamenei e di un possibile passaggio di consegne al figlio Mojtaba. Ma oggi lo scenario appare molto più complesso.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha partecipato a vertici dell’Unità di crisi della Farnesina per valutare l’evoluzione della situazione, restando in contatto con ambasciatori italiani in Iran e in Medio Oriente.
Tajani ha dichiarato: “No italiani sono stati coinvolti negli attacchi. Non sarà una blitzkrieg”, sottolineando che l’Italia non ha partecipato militarmente all’offensiva e che la situazione di crisi non è paragonabile a un conflitto generalizzato immediato.
Ha inoltre espresso l’auspicio che “i diritti del popolo iraniano possano essere rispettati” e che, in sede europea e multilaterale, si continui a spingere per la protezione dei civili e per una soluzione diplomatica della crisi.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha partecipato a vertici dell’Unità di crisi della Farnesina per valutare l’evoluzione della situazione, restando in contatto con ambasciatori italiani in Iran e in Medio Oriente.
Tajani ha dichiarato: “No italiani sono stati coinvolti negli attacchi. Non sarà una blitzkrieg”, sottolineando che l’Italia non ha partecipato militarmente all’offensiva e che la situazione di crisi non è paragonabile a un conflitto generalizzato immediato.
Ha inoltre espresso l’auspicio che “i diritti del popolo iraniano possano essere rispettati” e che, in sede europea e multilaterale, si continui a spingere per la protezione dei civili e per una soluzione diplomatica della crisi.
Tra gli italiani bloccati negli Emirati Arabi Uniti c’era anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che si trovava a Dubai con la famiglia e ha tardato a rientrare in Italia a causa della sospensione dei voli e della chiusura dello spazio aereo regionale. Lo stesso ministro ha confermato di essere rimasto temporaneamente bloccato, mentre nella città si susseguivano sirene d’allarme e misure di sicurezza rafforzate. La Farnesina monitora la situazione dei connazionali presenti nell’area, dove migliaia di passeggeri risultano coinvolti nelle cancellazioni dei voli.
In un messaggio incentrato sulla sicurezza dei militari italiani e del personale italiano impegnato all’estero, Crosetto ha affermato: “Sto seguendo con la massima attenzione l’evolversi della situazione in Iran, in Israele e nell’intera area del Medio Oriente. La priorità assoluta resta la sicurezza dei nostri militari e di tutto il personale italiano impegnato nei teatri operativi internazionali.”
Ha altresì rassicurato che allo stato attuale il personale della Difesa italiana non risulta coinvolto negli eventi in atto e che le autorità continueranno a monitorare l’evoluzione dello scenario regionale.
La Farnesina ha diramato raccomandazioni di massima prudenza e vigilanza per tutti i cittadini italiani in Iran, in Israele o in altre aree del Medio Oriente, invitando a evitare viaggi non essenziali e a seguire gli aggiornamenti dell’Unità di crisi italiana.
Una comunicazione ufficiale ha inoltre sottolineato che non ci sono al momento segnalazioni di italiani feriti o coinvolti direttamente negli attacchi.
