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GIUSTIZIA NEGATA

SE LA VIOLENZA SI TRASFORMA IN TRAGEDIA E ARRIVA IN TRIBUNALE, ORMAI PROCESSO PER OMICIDIO, È TROPPO TARDI. COSA ACCADE QUANDO LA DENUNCIA È INASCOLTATA E LA GIUSTIZIA NON RIESCE A TRASFORMARSI IN PREVENZIONE?

di Mikaela Zanzi

Ogni anno in Italia vengono uccise circa cento donne, la maggior parte in ambito familiare o affettivo. È una sequenza di storie che riempiono le pagine della cronaca nera e che spesso hanno un elemento in comune: il pericolo era già emerso prima della tragedia. 

Negli ultimi dieci anni si parla di oltre mille donne vittime dei loro partner o ex partner. Solo tra il 2023 e il 2025 se ne contano trecento diciassette, una ogni tre giorni. Vicende diverse, città diverse, ma uno schema che torna con una regolarità inquietante, sempre nella stessa sequenza: una vita spezzata, famiglie distrutte, un nome che entra nella cronaca, una casa circondata dalle telecamere, le parole dei vicini. Poi un’altra storia che in pochi giorni, se non ore, prende il posto della precedente. Osservando da vicino queste vicende, emerge un dettaglio che cambia la prospettiva con cui siamo abituati a leggerle.

In molti casi la violenza non esplode all’improvviso. Prima lascia tracce, entra nei percorsi della giustizia, attraversa passaggi formali, riempie i registri delle denunce. Le analisi sui fascicoli giudiziari mostrano che nel 58,6% delle situazioni in cui la vittima aveva denunciato l’autore delle violenze, la segnalazione non era stata unica ma ripetuta nel tempo. In oltre un terzo dei casi – il 34,5% – le denunce erano state tre o più. Dichiarazioni, segnalazioni, richieste di aiuto. Atti che vengono valutati secondo regole, procedure e tempi della giustizia. Ma che non fermano la violenza. Perché? Cosa accade quando una richiesta di aiuto entra nei percorsi che dovrebbero trasformarla in tutela concreta?

Ce lo raccontano il caso di Marianna Manduca, diventato emblematico proprio per questo. Tra il 2003 e il 2007 la donna presentò dodici denunce contro il marito per minacce, persecuzioni e aggressioni. Alcuni procedimenti non portarono a sviluppi giudiziari e non vennero adottate misure cautelari tali da interrompere l’escalation della violenza. Nel 2007 l’uomo la uccise davanti ai figli. Da allora quella vicenda è entrata nel dibattito pubblico come uno dei casi che hanno sollevato interrogativi sul funzionamento del sistema di tutela delle vittime.

Anche la vicenda di Gabriela Trandafir ha riaperto interrogativi simili. Uccisa nel 2014 a Torino dall’ex compagno, dopo una relazione segnata – secondo quanto ricostruito nelle cronache – da episodi di violenza e tensioni che avevano coinvolto anche i familiari della donna. Si era presentata in caserma per denunciare maltrattamenti da parte del marito. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, quella denuncia non venne raccolta immediatamente. Oggi esiste un procedimento per omissione di atti d’ufficio legato a quella vicenda.

E poi il caso di Noemi Durini, sedici anni, uccisa dal fidanzato nel 2017, ha riportato al centro una questione analoga. La famiglia aveva più volte segnalato alle autorità il rapporto violento tra i due e aveva espresso timori per la sicurezza della ragazza, chiedendo aiuto.

Storie diverse tra loro, ma accomunate da un interrogativo che ritorna ogni volta che una vicenda del genere arriva nelle pagine della cronaca: che importanza viene data, anche dalla giustizia, al riconoscere per tempo il rischio?

Una domanda che Giornaliste Italiane vuole portare al centro del confronto, perché la denuncia rappresenta il primo atto fondamentale per avviare procedure e strumenti di tutela, deterrenti fondamentali se correttamente applicati per arginare il pericolo di comportamenti violenti, lesivi della persona e minacce concrete alla vita umana. Quel passaggio dovrebbe trasformare anche il più piccolo segnale in un reale campanello d’allarme, il momento in cui l’attenzione e lo schermo di protezione si alzano davvero. Ed è quella l’occasione in cui una persona decide di fidarsi e di entrare in un percorso che dovrebbe proteggerla e che potrebbe salvarle la vita. Ma è proprio in questo passaggio che, talvolta, la fiducia si incrina. Molte non denunciano più per paura, per timore di non essere credute, per il peso del giudizio sociale o perché temono di dover dimostrare ancora e ancora la gravità del pericolo che vivono o che vedono vivere a persone loro vicine. Altre lo fanno e non sono ascoltate, o si presentano una prima volta e poi si fermano, scoraggiate da esperienze che percepiscono come un ulteriore esame, quasi un processo alla loro parola. Denunciare, ancora oggi, non è un gesto semplice.

È qui che nasce quella che molte vittime sopravvissute e familiari delle meno fortunate descrivono come una seconda ferita: non la violenza subita, ma la sensazione di non essere ascoltate, di non essere credute. E quando questa percezione si diffonde, il rischio è che la denuncia – che dovrebbe essere il primo strumento di prevenzione e deterrenza – smetta di essere percepita come una strada realmente capace di proteggere. Eppure, è proprio quando si chiede aiuto, prima che la tragedia diventi un’altra pagina di cronaca, che si gioca la possibilità di interrompere quella sequenza che continua a ripetersi.

Giornaliste Italiane oggi vuole interrogarsi proprio su questo, su ciò che accade quando una donna trova il coraggio di denunciare e decide di affidarsi alla giustizia. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di mantenere alta l’attenzione sui casi di violenza contro le donne e sulle situazioni in cui le vittime e le loro famiglie si sono trovate di fronte a percorsi difficili o incompleti, promuovendo un confronto tra familiari delle vittime, magistratura, forze dell’ordine e giornalismo per riflettere sulle criticità del sistema di tutela e sul ruolo dell’informazione nel raccontare e prevenire la violenza di genere.

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