Negli ultimi dieci anni si parla di oltre mille donne vittime dei loro partner o ex partner. Solo tra il 2023 e il 2025 se ne contano trecento diciassette, una ogni tre giorni. Vicende diverse, città diverse, ma uno schema che torna con una regolarità inquietante, sempre nella stessa sequenza: una vita spezzata, famiglie distrutte, un nome che entra nella cronaca, una casa circondata dalle telecamere, le parole dei vicini. Poi un’altra storia che in pochi giorni, se non ore, prende il posto della precedente. Osservando da vicino queste vicende, emerge un dettaglio che cambia la prospettiva con cui siamo abituati a leggerle.
In molti casi la violenza non esplode all’improvviso. Prima lascia tracce, entra nei percorsi della giustizia, attraversa passaggi formali, riempie i registri delle denunce. Le analisi sui fascicoli giudiziari mostrano che nel 58,6% delle situazioni in cui la vittima aveva denunciato l’autore delle violenze, la segnalazione non era stata unica ma ripetuta nel tempo. In oltre un terzo dei casi – il 34,5% – le denunce erano state tre o più. Dichiarazioni, segnalazioni, richieste di aiuto. Atti che vengono valutati secondo regole, procedure e tempi della giustizia. Ma che non fermano la violenza. Perché? Cosa accade quando una richiesta di aiuto entra nei percorsi che dovrebbero trasformarla in tutela concreta?
Ce lo raccontano il caso di Marianna Manduca, diventato emblematico proprio per questo. Tra il 2003 e il 2007 la donna presentò dodici denunce contro il marito per minacce, persecuzioni e aggressioni. Alcuni procedimenti non portarono a sviluppi giudiziari e non vennero adottate misure cautelari tali da interrompere l’escalation della violenza. Nel 2007 l’uomo la uccise davanti ai figli. Da allora quella vicenda è entrata nel dibattito pubblico come uno dei casi che hanno sollevato interrogativi sul funzionamento del sistema di tutela delle vittime.
Anche la vicenda di Gabriela Trandafir ha riaperto interrogativi simili. Uccisa nel 2014 a Torino dall’ex compagno, dopo una relazione segnata – secondo quanto ricostruito nelle cronache – da episodi di violenza e tensioni che avevano coinvolto anche i familiari della donna. Si era presentata in caserma per denunciare maltrattamenti da parte del marito. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, quella denuncia non venne raccolta immediatamente. Oggi esiste un procedimento per omissione di atti d’ufficio legato a quella vicenda.
E poi il caso di Noemi Durini, sedici anni, uccisa dal fidanzato nel 2017, ha riportato al centro una questione analoga. La famiglia aveva più volte segnalato alle autorità il rapporto violento tra i due e aveva espresso timori per la sicurezza della ragazza, chiedendo aiuto.
Storie diverse tra loro, ma accomunate da un interrogativo che ritorna ogni volta che una vicenda del genere arriva nelle pagine della cronaca: che importanza viene data, anche dalla giustizia, al riconoscere per tempo il rischio?