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LA STORIA CHE MANCA - Immagine IA

GIGANTI DI PIETRA

Riemersi per caso in Sardegna, potrebbero riscrivere la storia del Mediterraneo occidentale. Cinquant’anni dopo la scoperta il loro significato resta un enigma.

di Maria Fonte

Siamo nel 1974, in un campo agricolo vicino a Cabras. Come ogni stagione affiorano dalla terra smossa frammenti di pietra. Ma tra le zolle, questa volta, c’è qualcosa di diverso. Non sembrano iscrizioni, né resti architettonici. Sono volti, occhi scolpiti come cerchi concentrici, nasi spezzati, toraci monumentali. Pezzi pesanti, freddi, fuori scala rispetto al campo che li circonda. Nessuno lo sa ancora, ma quello che sta emergendo è uno dei più grandi misteri archeologici italiani: Mont’e Prama.

REPERTI FUORI LUOGO

Le statue ricostruite superano i due metri di altezza. Corpi eretti, spalle larghe, teste troppo grandi per un’arte minore. Sono con scudo  e braccio armato, guerrieri, arcieri, i “pugilatori”. Figure umane monumentali datate tra il IX e l’VIII secolo avanti Cristo. Il mistero è immediato: secondo la narrazione storica consolidata, in quel periodo il Mediterraneo occidentale non produceva sculture figurative di simili dimensioni. Quelle sarebbero dovute arrivare dopo, con i Greci. Molto dopo. E invece sono lì, in Sardegna.

PEZZI CHE NON COMBACIANO

Il caso Mont’e Prama non è un mistero perché mancano i reperti. È un mistero perché i reperti ci sono, ma non combaciano con lo schema. Le statue non sono isolate: intorno, nello stesso terreno, emergono modelli di nuraghe in pietra, betili, frammenti architettonici. Oggetti che dialogano tra loro come espressioni di un disegno che non rientra nella linea spazio temporale classificata sui libri di storia. Tutto indica una civiltà capace di rappresentare sé stessa, il proprio potere, la propria memoria collettiva, ma fuori asse per la Sardegna di tremila anni fa.

UNA DISTRUZIONE INTENZIONALE

Eppure quelle statue non sono state abbattute dal tempo. Sono state frantumate intenzionalmente, spezzate, sepolte, rimosse dalla vista. Non c’è casualità nei colpi. Non c’è erosione lenta. C’è un gesto intenzionale che colpisce i volti, i corpi, l’identità. Un gesto organizzato, non un crollo casuale. Chi le ha distrutte conosceva il loro valore simbolico. Qui il mistero si infittisce.

UNO SPAZIO SACRO A CIELO APERTO

Questi colossi di pietra  sono emersi all’interno di uno spazio sacro a cielo aperto, organizzato e delimitato. Non un edificio chiuso con colonne e mura, ma un luogo rituale integrato nel paesaggio, come spesso accade nella civiltà nuragica. Niente cella, niente pronao, niente pianta templare classica. Sembrano presidiare lo spazio, sacralizzarlo. Molti archeologi ipotizzano che rappresentino eroi ancestrali, figure mitiche o fondatori, guerrieri esemplari, non individui specifici. In questo senso il santuario potrebbe essere un luogo di culto degli antenati, uno spazio di legittimazione del potere o un punto identitario per la comunità nuragica locale.

UN LUOGO ANCORA DA CAPIRE

Tra le ipotesi c’è che l’area comprendesse spazi rituali, aree di raduno, zone di deposizione votiva e strutture oggi non più leggibili. È per questo che sono in programma ampliamenti dell’area di scavo, con l’obiettivo di comprendere l’organizzazione complessiva del luogo e il rapporto tra sculture, necropoli e spazi circostanti.

DOMANDE SENZA RISPOSTA

Perché una civiltà che erige statue monumentali decide – o subisce – la loro cancellazione? E soprattutto: da chi? Cartaginesi, conflitti interni, un atto di damnatio memoriae ante litteram. Tutte ipotesi, nessuna definitiva. Per lungo tempo i frammenti sono rimasti nei depositi o esposti in modo parziale, restaurati e studiati a fasi, senza un’esposizione unitaria e continuativa capace di restituire la complessità del complesso statuario. Il sito, potenzialmente centrale per la storia del Mediterraneo, è rimasto a lungo ai margini del racconto pubblico.

UNA NUOVA FASE

Nel 2024, a cinquant’anni dalla scoperta, Mont’e Prama entra in una nuova fase. Il complesso statuario è stato presentato attraverso esposizioni temporanee, un laboratorio di restauro visibile al pubblico e nuovi investimenti regionali sul Museo civico di Cabras, all’interno di un programma di valorizzazione triennale che si chiude quest’anno (2026), con l’obiettivo di riunire progressivamente le sculture oggi distribuite tra Cabras e Cagliari e restituire al sito una centralità culturale rimasta a lungo incompiuta.

IL MISTERO RESTA

Nel frattempo, una certezza si è imposta: la civiltà nuragica non era isolata né “primitiva”. Era capace di architetture complesse, di simboli condivisi, di un linguaggio visivo potente. I Giganti di Mont’e Prama non sono solo statue. Sono una domanda aperta. Quanto della storia antica d’Italia è stato raccontato partendo da una mappa incompleta? E cosa accade quando un ritrovamento costringe a riscrivere le gerarchie culturali del passato? A cinquant’anni dalla scoperta, Mont’e Prama resta così: visibile, studiata, celebrata. Ma non spiegata. Un sito che non chiede interpretazioni simboliche ardite, ma qualcosa di più semplice e più scomodo: di essere preso sul serio.

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