Contro il rumore, il valore dell'Italia che lavora

A TU PER TU CON CRISTINA DI LORETO, FOUNDER DI ME FIRST – Immagine IA

QUANDO LAVORO E CURA DIVENTANO PROVE DI RESISTENZA

Dietro il mito del “work-life balance” si nasconde una fatica crescente: senso di colpa, esaurimento emotivo e carico mentale segnano la quotidianità di madri e padri lavoratori. L’analisi della psicologa Cristina Di Loreto mostra perché la genitorialità non è più solo una questione privata ma una sfida che riguarda aziende, politiche pubbliche e cultura del lavoro.

di Caterina Banella

La genitorialità continua a essere raccontata come una questione privata, da risolvere con un equilibrio individuale tra lavoro e famiglia. Eppure, i dati più recenti sulla condizione delle working mom e dei working dad in Italia suggeriscono un quadro più complesso, che chiama in causa il funzionamento delle organizzazioni, le politiche pubbliche e la cultura che le sostiene. Ne parliamo con Cristina Di Loreto, psicologa e psicoterapeuta, founder di Me First e ideatrice di un metodo di parental empowerment che parte dall’esperienza concreta dei genitori che lavorano.

I vostri studi su madri e padri che lavorano restituiscono numeri molto densi. Qual è, a tuo avviso, la chiave di lettura principale?

«I dati indicano che la difficoltà non riguarda solo la gestione del tempo, il famoso bilanciamento, questa è solo la punta dell’iceberg. Il nodo cruciale è come la genitorialità viene concepita a livello di modello psicologico. Le madri lavoratrici nell’82% dei casi “bilanciano” bene famiglia e lavoro, ma a quale costo? I livelli di esaurimento emotivo sono altissimi (48.2%), come il senso di colpa (78.3%) e la riduzione degli spazi personali (91.04%). Questo scarto tra il concetto di “equilibrio” e il reale vissuto è un segnale importante, perché ci dice quanto la fatica sia diventata normalizzata. E i padri che sono oggi coinvolti nella cura non se la stanno vivendo molto meglio».

Colpisce il fatto che non emerga una frattura netta tra madri e padri, pur con differenze evidenti.

«Sì, ed è un dato interessante. A dire il vero una differenza c’è, la nostra prima ricerca ha intercettato 2691 madri in soli 4 giorni, la ricerca sui padri ha raccolto 373 questionari in 4 settimane. Le madri continuano a portare un carico mentale più strutturale, sono loro a bilanciare “bene” sempre al costo visto sopra però, mentre nei padri emergono forme nuove di disagio, legate a ruoli che stanno cambiando più velocemente delle cornici culturali e organizzative e ad una resilienza che su questo stanno ancora cercando di costruire. In entrambi i casi, però, la genitorialità entra in tensione con modelli di lavoro che restano poco permeabili alla cura».

Che cosa raccontano questi dati sul futuro della genitorialità, anche in relazione alla denatalità?

«Suggeriscono che non basta intervenire su incentivi economici o servizi, pur necessari. Sempre più persone, soprattutto donne, esprimono dubbi e timori prima ancora di diventare genitori: paura di perdere autonomia, identità, possibilità professionali. Se la genitorialità è percepita come una condizione di impoverimento personale, depauperamento del benessere psicologico, perdita dell’equilibrio di coppia difficilmente potrà tornare ad avere un appeal sociale. Su questi temi stiamo portando avanti una nuova e bellissima ricerca con LabCom, è possibile, nel caso, compilarla QUI».

Il metodo Me First risponde perfettamente a questi bisogni. In cosa consiste, concretamente?

«È un metodo di empowerment psicologico che lavora sulle risorse interne delle persone: consapevolezza, confini, aspettative, ritualità quotidiane, strumenti per rimettersi al primo posto e grazie a quel benessere ritrovato essere davvero anche genitori migliori. Non si tratta di “organizzarsi meglio”, ma di riconoscere ciò che spesso viene sacrificato per adattarsi a modelli esterni. È pensato per madri e padri, per futuri genitori, ma anche per manager e team, perché la genitorialità non è mai un’esperienza isolata ed è un evento sociale, non individuale».

Che ruolo possono giocare le aziende, oltre i classici strumenti di welfare?

«Un ruolo culturale. I dati mostrano che il supporto percepito è ancora molto basso, solo l’11% delle madri si sente supportato dall’azienda e il 33% dei padri, anche se analizzando il maternal e il paternal wall emerge una situazione in cui una donna su due si sente penalizzata in quanto madre contro due padri su tre. Le policy, da sole, non bastano: serve legittimare la cura come parte della vita lavorativa, senza penalizzazioni implicite. È un passaggio che riguarda leadership, linguaggi, pratiche quotidiane. Nei percorsi che sviluppiamo con Me First il primo intervento è sulla popolazione manageriale, poi lavoriamo su interventi strutturati di supporto e prevenzione psicologica, rivolti a madri e padri che attraversano fasi delicate come l’attesa, il rientro al lavoro e i primi anni di accudimento. Il ruolo delle aziende oggi è sempre più quello di attori culturali, oltre che organizzativi, capaci anche di incidere su scelte istituzionali».

E le politiche pubbliche? Cosa funziona e cosa potrebbe essere rafforzato?

«Se volgiamo lo sguardo ai dati europei l’Italia resta sempre ultima. Ultima nei dati occupazionali al femminile, nel gender gap salariale, nel coinvolgimento dei padri nella cura. Bisogna fare di più.  I dati suggeriscono la necessità di interventi più integrati: congedi di paternità estesi e condivisi, servizi coerenti con i tempi di lavoro, sostegno continuativo nei primi anni di vita dei figli/e, empowerment psicologico. Non come misure emergenziali, ma come infrastruttura sociale».

C’è infine un tema che riguarda direttamente chi fa informazione. Che ruolo possono avere i media nel cambiare la cultura della genitorialità?

«Un ruolo decisivo. Il modo in cui raccontiamo la genitorialità contribuisce a definirne il senso sociale. Se continuiamo a proporre modelli eroici o idealizzati, rischiamo di rendere invisibile la fatica reale, così come raccontare le donne sempre e solo come “le madri” siano esse politiche, imprenditrici, atlete. Un’informazione più attenta ai dati, alle ambivalenze e alle trasformazioni in atto può aiutare a costruire una narrazione più onesta e, paradossalmente, più sostenibile.

Forse è da qui che passa una parte del cambiamento: dal riconoscere che la genitorialità non è solo una questione privata, ma un’esperienza che interroga il lavoro, le politiche e il modo in cui una società decide di prendersi cura di sé stessa».

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